Esame d’avvocato, la strategia di Bonafede: posticipare per non decidere

Il Ministro Bonafede si è finalmente deciso ad andare oltre al post su Facebook pubblicato in data 5 novembre 2020 (per chi se lo fosse perso, ecco qui) e oggi, tramite Decreto, ha comunicato il differimento delle date di espletamento delle prove scritte dell’esame di abilitazione all’esercizio della professione forense (inizialmente previsto per le giornate del 15, 16 e 17 dicembre 2020) e del termine di presentazione delle domande d’iscrizione. Risultato: il 18 dicembre 2020 sapremo in che data “della primavera 2021” il Ministro intenderà farci sostenere la prova scritta, senza ovviamente poter garantire che la situazione pandemica, da qui a qualche mese, sarà migliorata al punto da permetterci di sostenere realmente l’esame. Il tutto senza prendere in considerazione le soluzioni alternative, di cui ho già parlato qui, tra le quali spicca la sola prova orale, già prevista, in deroga, dal MIUR e dal Ministero del Lavoro, per tutte le altre professioni ordinistiche.
Il tutto per posticipare, per non decidere, per non ammettere che il problema del mondo dell’avvocatura vada ben oltre alle modalità pratiche di svolgimento della prova scritta durante una pandemia, e che invece investe prima di tutto il percorso formativo di chi oggi si appresta a sostenere l’esame di abilitazione.

Il corso di laurea in giurisprudenza spicca, per arretratezza e staticità, tra i corsi di laurea anacronistici e non adeguati alle attuali esigenze del mercato del lavoro. Per esempio, nei cinque anni universitari, non si affronta neanche da lontano il tema dell’impatto delle tecnologie sul diritto: non solo sono quasi totalmente assenti i corsi degli innovativi rami del diritto come il cyberlaw, il fintech e la privacy, ma non vengono prese in considerazione nemmeno le materie economico-finanziarie di base né l’internazionalizzazione della professione. A dirla tutta, non andrebbero oggi nemmeno trascurate le competenze informatiche.

Sarebbe auspicabile, allora, un ripensamento sia del corso di laurea, sia dell’esame di abilitazione, finalizzato a meglio rispecchiare e misurare le capacità richieste all’avvocato contemporaneo e dei prossimi anni: orientamento alla specializzazione, corsi di taglio pratico, conoscenza delle tecniche di negoziazione e capacità di parlare in pubblico.

L’avvocato tradizionale è oggi solo una delle figure del mondo dell’avvocatura, e non è più tollerabile che, alla pari del corso di laurea, anche l’esame di abilitazione sia pensato solo per la categoria di avvocati che si dedica al contenzioso in tribunale, visto anche il calo delle cause civili e penali e il sempre maggior numero di giovani professionisti che, per passione o per necessità, sceglie la strada della consulenza d’affari.

Non è più trascurabile la distinzione tra professionisti che si occupano di attività giudiziale e professionisti che invece si occupano di attività stragiudiziale. Non è accettabile che uno studente debba formarsi su programmi confacenti a un’altra epoca storica. E non è immaginabile che, una volta laureato e dopo almeno 18 mesi di pratica in uno studio legale (e, quindi, dopo essere stato selezionato dal mercato), un giovane professionista debba investire tempo e risorse per acquisire competenze al solo fine di superare l’esame di abilitazione. Competenze che – terminato l’esame – non saranno portatrici di alcun valore aggiunto. È necessario individuare una modalità d’esame che consenta al praticante di misurarsi nel contesto di rami del diritto che gli saranno utili nel corso della propria carriera. Un esame generalista non è al passo con i tempi, ed è anzi controproducente. Difendere una persona in giudizio non richiede le stesse capacità che scrivere un contratto di acquisizione di società o un contratto di finanziamento. Occuparsi dei temi posti dall’App di contact tracing Immuni, del bilanciamento tra l’interesse alla salute pubblica da essa perseguito e il diritto fondamentale alla data protection degli utenti, cercato attraverso soluzioni tecnico-giuridiche proporzionate (che hanno condotto, ad esempio, a prediligere il tracciamento di prossimità tramite bluetooth anziché la geolocalizzazione dei dispositivi) e tra Direttiva ePrivacy e GDPR, non richiede le stesse competenze necessarie a difendere un imprenditore indagato per bancarotta fraudolenta. Non è un tema di merito o importanza: sono semplicemente due mestieri diversi. Non andremmo mai da un infettivologo a farci curare un tumore e avremo sempre bisogno sia di infettivologi, sia di oncologi, ma rabbrividiremmo al pensiero che gli fossero richieste le stesse competenze per specializzarsi.

Ultimo punto, ma non per importanza, è la necessità di portare avanti un ragionamento sul numero chiuso per il corso di laurea in giurisprudenza: se imbuto formativo dev’essere, meglio che sia al principio di un percorso, quando si è ancora in tempo per riqualificarsi.

Il mancato aggiornamento del corso di laurea e dell’esame ha un costo per chi si affaccia al mondo del lavoro, per gli studi, ma anche per l’intero Paese, sempre meno competitivo e accogliente per chi ha delle aspirazioni. Cimentarsi nella riforma di una professione con così tante sfaccettature (basti pensare alla sempre crescente richiesta di attività stragiudiziale, nemmeno lontanamente presa in considerazione né dal corso di laurea, né tantomeno dall’esame di abilitazione), in un Paese che presenta esigenze difformi tra Nord e Sud e tra aree metropolitane e non, non è facile. Ma se la politica non ci mette la testa, tra qualche anno potremo solo lamentarci – e a torto – per l’irrefrenabile processo di fuga dei cervelli.

Martina Riva

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