Il veto della sedia vuota. La minaccia alla solidarietà europea.

Lo dico chiaramente: bisogna riformare i trattati per eliminare il diritto di veto in tutti gli ambiti della politica dell’Unione!”. Non usa mezzi termini il presidente del parlamento europeo David Sassoli che tuona fortemente contro l’attuale impasse politico dovuto ad un sistema di voto definito da lui stesso “uno strumento anacronistico”. E di fatto, non si può che qualificare come tale una modalità di votazione del consiglio europeo che necessita di zero voti contrari su un totale di ventisette membri odierni per approvare specifiche delibere di vitale importanza per il funzionamento dell’Unione. Ed è curioso sapere che se la pretesa lontana nel tempo di utilizzare tale sistema proviene da uno stato fondatore della UE, la Francia di Charles De Gaulle, a seguito della cosiddetta “crisi della sedia vuota”, oggi venga utilizzata come leva politica dagli ultimi arrivati, come l’Ungheria e la Polonia. Perché di questo si tratta, di una leva geopolitica intimidatoria, fatta passare come un’azione di difesa della propria nazione, ma che è solamente atta a ricattare gli altri stati membri

E come si potrebbe in altro modo definire la minaccia da parte di Polonia e Ungheria di bloccare il nuovo bilancio pluriennale 2021-2028 (di quasi €2000 miliardi sommando tutti gli strumenti, tra cui il Recovery!) solo perché la UE pretende che essi rispettino le regole dello stato di diritto come previsto dal Trattato comune? Ungheria e Polonia, due nazioni ricevitori netti di fondi dall’Unione, due stati che a causa della loro arretratezza economica hanno ottenuto dalla UE rispettivamente €46.5 miliardi e €207 miliardi tra il 2013 e il 2020. 

Non sarebbe però corretto, per amor di cronaca, dimenticare che su questo delicato equilibrio alcuni stati cosiddetti “frugali” ci stanno giocando sopra per far saltare il tavolo. L’Olanda, in prima linea, reduce dalla ‘sconfitta’ incassata sul montante complessivo del Recovery Fund era riuscita ad inserire un ‘freno d’emergenza’ sulla gestione del fondo. Una sorte di veto (nuovamente) per placare gli animi in patria. E se, in effetti, questo tipo di veto ha delle conseguenze nel caso in cui uno stato utilizzi i soldi in maniera impropria rispetto alle regole pattuite, è comunque chiaro a tutti la lentezza legislativa e burocratica dovuta da un continuo ping-pong di autorizzazioni e approvazioni tra Consiglio Europeo, Parlamento Europeo, Commissione Europea, Stati nazionali e chissà quant’altro.

Emerge quindi più chiaro il grido di allarme lanciato dal presidente del parlamento europeo David Sassoli: l’Europa non può più essere schiava degli stati nazione. Non è più ammissibile che la ricerca di popolarità demagogica in patria fermi il processo d’integrazione europeo, che la pretesa libertà ungherese, polacca (e di chiunque altro) di ledere il rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani sia un’arma per fermare la solidarietà europea.

L’Europa è in piena pandemia, all’inizio di una crisi economica di ancora sconosciute previsioni. Gli effetti distruttivi dovuti alla precedente inerzia davanti alla Grande Recessione ha finalmente fatto capire alla UE la necessità di attivarsi subito con politiche comuni per non distruggere ne il tessuto economico ne quello sociale. Per la prima volta ci sta riuscendo, è un passo enorme. Ma non c’è tempo da perdere! Non si lasci ad un pugno di stati il potere di decidere il futuro di centinaia di milioni di cittadini. Che si faccia seguito all’appello di David Sassoli: si elimini il veto in qualsiasi decisione, si rafforzi il potere del parlamento (la vera voce del popolo) e si limiti il potere di un consiglio che è ormai arena di scontri politichesi piuttosto che essere spazio di accordi politici.

Roberto Biondini

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