La politica è potere


Un leader politico, di solito, dovrebbe essere una persona convinta di avere qualcosa da dire e da fare, uno che vede soluzioni che altri non hanno visto o che crede di poterle mettere in atto mentre altri le ritengono irrealizzabili. Spesso, però, un leader politico viene descritto (soprattutto dagli avversari) come uno senza alcuna competenza che cerca di arraffare potere. Non lo si critica nel merito delle cose che dice, lo si mette in cattiva luce come un affamato di poltrone o di visibilità.
Il fatto è che la professionalità politica non viene riconosciuta come una competenza necessaria, non si riconosce il bisogno della competenza specifica di trovare soluzioni di governo e attuarle. Molti pensano che questa funzione potrebbe essere assolta direttamente da competenze tecniche. Si riconosce la necessità della competenza dell’ingegnere per costruire un edificio ma non quella dell’assessore per autorizzare quell’intervento. Molti ancora non accettano (o subiscono come un’imposizione) la necessità insostituibile dell’esercizio del potere decisionale legittimato da forme di consenso ampio, quella che chiamiamo democrazia rappresentativa. E non è un conflitto recente, è nato assieme alla democrazia rappresentativa, ne è parte.


La politica è invece una specializzazione funzionale, di cui la nostra società ha bisogno per risolvere i conflitti di interesse in modo regolato e pacifico.


Se abbiamo bisogno di politica, cioè di un modo di esercitare il “potere”, legittimandolo col voto popolare, abbiamo bisogno di partiti e leader politici che competano apertamente per raccogliere il consenso (sufficiente). Avere il potere significa decidere che si facciano cose che altrimenti non si farebbero, perseguire soluzioni che finora non sono state tentate (o perseguite con sufficiente determinazione) c’è bisogno di innovatori, veri e propri imprenditori della decisione politica.
Parlando di leader politici, Weber scrive nelle ultime righe de “La politica come professione”
 
… il possibile non verrebbe raggiunto se nel mondo non si ritentasse sempre l’impossibile. Ma colui il quale può accingersi a questa impresa deve essere un capo, non solo, ma anche – in un senso molto sobrio della parola – un eroe. E anche chi non sia l’uno né l’altro, deve forgiarsi quella tempra d’animo tale da poter reggere anche al crollo di tutte le speranze, e fin da ora, altrimenti non sarà nemmeno in grado di portare a compimento quel poco che oggi è possibile. Solo chi è sicuro di non venir meno anche se il mondo, considerato dal suo punto di vista, è troppo stupido o volgare per quello che egli vuole offrirgli e di poter ancora dire di fronte a tutto ciò: “Non importa, continuiamo”, solo un uomo siffatto ha la “vocazione” (Beruf) per la politica.


Un leader politico è tale se quindi crede in sé stesso e nelle cose che ha in testa. Altrimenti non ha la vocazione della politica, non ha il beruf. Quindi non ha senso criticarlo perché crede in sé stesso e non dà facilmente ragione agli altri. Se è un leader politico deve combattere per realizzare il proprio programma. L’affermazione di sé e il programma coincidono. E per lui, l’interesse generale e i suoi obiettivi devono coincidere. Altrimenti sarebbe il rappresentante di un interesse particolare e non si candiderebbe alla guida di una nazione. Qui sta il fascino e la grande problematicità della leadership, sempre sul confine tra debolezza e arroganza.


Il politico, quindi, deve fare di tutto per realizzare il proprio programma. Deve impegnarsi per poter fare quelle cose che gli sembrano necessarie e opportune. Deve combattere per il potere. Non esiste un politico che non combatta per ampliare il proprio potere. È la logica del sistema di cui è parte. Criticare un politico perché cerca di accrescere la propria influenza, è un nonsense. Criticare quello che propone o su come lo propone (e le alleanze che si costruisce) non solo è legittimo ma è indispensabile per la democrazia stessa ma dirgli che le sue affermazioni sono strumentali perché vuole più potere è un’ovvietà. Menarne scandalo è moralismo ipocrita…come criticare un giornalista perché scrive articoli per farsi leggere o un animatore di talk show perché invita persone che fanno audience.


Per questo ci sono quelli che hanno programmi che producono o produrrebbero conseguenze positive e quelli che producono disastri. Ci sono quelli che ce la fanno e quelli che falliscono perché non riescono a trovare il punto di equilibrio. Per questo bisognerebbe evitare di fare le anime belle rammaricandosi o addirittura denunciando scandalizzati che un leader politico vuole maggior POTERE.


Mario Rodriguez

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