Draghi e il Déjà-vù

Questo articolo è apparso la prima volta il 26 marzo 2020 sull’Avanti Live.

Mario Draghi Premier. La proposta è arrivata sul tavolo. Uno dei più importanti statisti del terzo millennio è stato, infine, oggetto di rumors per un suo diretto coinvolgimento nella ricostruzione “post-bellica” dell’Italia. E insieme al suo nome, circola la periodica ipotesi che egli salverebbe tutto e tutti con un Governo di unità nazionale: un esecutivo che sia capace di evitare il default italiano ma che sia soprattutto autorevole a gestire la crisi a livello europeo. Secondo alcuni, questa possibilità sarebbe l’unica carta spendibile per salvare il nostro Paese, per altri, il modo migliore per tornare al governo.

Sarebbe quindi così semplice? Basterebbe davvero spostare solamente una pedina a Palazzo Chigi? Anche se parliamo del Re delle pedine, Mario Draghi? Non ne sono molto sicuro. E il motivo non ha niente a che vedere con la proposta in sé; personalmente, Draghi potrebbe governare l’Italia finché vive con un proprio esecutivo.

D’altra parte, nella realtà che stiamo vivendo, abbiamo un elevato bisogno della sua persona ma non credo come Presidente del consiglio. Di seguito, dopo aver spiegato il perché di questa mia idea, condivido un piccolo pensiero su come l’Italia potrebbe valorizzare l’ex presidente della BCE.

Ipotizziamo quindi ora Mario Draghi a Palazzo Chigi. Dopo giorni di discussioni tra partiti e incontri su incontri tra gruppi parlamentari di maggioranza e di opposizione, le forze di governo propongono un’azione di sfiducia al premier Conte. La motivazione risiede nell’eccezionalità della situazione che richiede un massimo esperto a guida del paese sostenuto praticamente da tutto il parlamento. Conte, preso atto, non avendo di fatto la fiducia del parlamento, si dimette, rimettendo nelle mani di Mattarella il proprio mandato. Di seguito, dopo un brevissimo giro di consultazioni e sotto stessa proposta dei partiti, Mattarella convoca Draghi e lo nomina Presidente del consiglio.

Draghi, accettando con riserva, dopo essersi confrontato con i partiti, propone una squadra di governo squisitamente tecnica e pone la richiesta inderogabile di essere sostenuto da tutti i partiti, pena le proprie dimissioni. I partiti, per un mix di euforia di sostenere un governo Draghi, e per paura di non essere all’altezza di governare un paese in piena emergenza, accettano senza esitare la proposta. Il governo Draghi si insedia, in due anni risolve magicamente la crisi economica e nel 2022, ormai Santo, viene eletto presidente della Repubblica e, in un clima di felicità collettiva, si torna al voto. Tutto fantastico.

Ma mettete ora le lancette indietro di 10 anni e cambiate i nomi delle cariche con i rispettivi del 2011, non provate anche voi quella sensazione di Déjà-vu? E vi ricordate poi come è andata a finire? Si potrebbe rilanciare affermando che oggi la lezione sia stata imparata. Primo, si è capito che in tempi di crisi sono necessarie azioni governative puntate sul debito e liquidità ma non su maggiori tasse; secondo, i partiti hanno capito la necessità di fare riforme strutturali per il bene del Paese.

Per il primo punto, non ho dubbi che sarebbe così; chi si lascerebbe scappare la possibilità di fare più debito e di abbassare le tasse? Per il secondo punto, invece, di dubbi ne ho tanti. Davvero si crede che, come d’incanto, partiti agli antipodi da anni su qualsiasi argomento riescano a trovare in pochi mesi un accordo in toto su tutte le proposte, comunque impegnative, di Mario Draghi?

Anche in questo caso lascio al lettore le considerazioni affinché possa illuminarmi su come questo senso collettivo si dovrebbe presentare, vedendo i precedenti. L’euforia delle prime settimane s’impantanerebbe nel solito fango politichese, con i partiti concentrati alle elezioni regionali e a quelle politiche non troppo lontane. E se mai Draghi fosse arrivato fino a quel punto, si dimetterebbe senza la malsana idea di fare una ‘Scelta Civica’, tornando alla sua serena vita privata da eroe.

Quale sarebbe quindi il valore aggiunto di avere un governo Draghi, dato che le forze che compongono il parlamento sono le stesse? È indubbio che l’Italia non abbia ancora la maturità storica per utilizzare al meglio la scelta del governo di unità nazionale che in altre realtà democrazie sarebbe, invece, la carta vincente.

No, noi abbiamo bisogno di Draghi ma non lo meritiamo come Presidente del consiglio. Egli sarebbe più essenziale in una carica che conceda discrezionalità e libertà d’azione, come la nascente idea di vederlo Super Commissario europeo all’emergenza o, se non ci si riuscisse, al massimo come semplice cittadino consigliere, che con un solo articolo di giornale ha già dato impulso alle azioni della BCE, senza bisogno di avere incarichi specifici. E con tanta gioia, lo aspetteremmo, poi, come Presidente della Repubblica fra due anni.

Evitiamo quindi sia di creare instabilità politica sia di bruciare il nome di Draghi. Il governo in carica, se vuole, ha tutte le potenzialità per ascoltare le parti competenti e può agire a livello politico ed economico sia in Italia sia in Europa.

A meno che, e qui mi interrogo, non ci siano ufficiose politiche machiavelliche in corso dietro le quinte; in questo caso, certi puntini si unirebbero con più facilità. Staremo a vedere. Nel frattempo, tifo per l’Italia e per l’Unione Europea, qualsiasi cosa accada, whatever it takes.​

Draghi è probabilmente l’uomo delle istituzioni più amato in Italia e molti gli darebbero in mano il Paese, anche sovranisti e populisti. Ma quindi l’epiteto del non eletto dal popolo vale ad anni alterni?

Questo articolo è apparso la prima volta il 26 marzo 2020 sull’Avanti Live. Ai tempi, la crisi del Covid-19 era appena scoppiata ma il sentore che il governo non fosse in grado di gestire la pandemia era già forte. Di conseguenza, la suggestione di creare un nuovo esecutivo era più che una semplice idea. Oggi, col senno di poi, sappiamo meglio che la gestione dell’emergenza (almeno nella seconda ondata) sarebbe potuta essere stata coordinata in modo migliore. Ma ora, come allora, rivendico il pensiero di non dover strattonare Santi in paradiso per la giacca, rischiando di distruggere sia la giacca che il Santo. In aggiunta, seppur vero che un Presidente del Consiglio condiziona in un verso o nell’altro le sorti di uno Stato, d’altro canto, penso sia una sconfitta continua della politica con la P maiuscola quella di cercarlo non tra le fila degli eletti ma nel mondo esterno. Come se tutto l’apparato non fosse mai sufficiente, come se la politica di per sé non fosse indipendente, ma che per mancanza di capacità o per declinazione di responsabilità essa debba affidarsi ad un potenziale capro espiatorio per risolvere (?) tutti i problemi. Se l’Italia fosse ridotta così male, quasi quasi sarebbe meglio (per assurdo) perdere i contributi del Next Generation EU lasciandoli gestire da qualche altro stato che sappia utilizzare al meglio le opportunità che capitano una volta nella Vita.

Roberto Biondini

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