Le fragilità del dialogo liberale

L’antico adagio recita: “la libertà propria termina laddove inizia la libertà altrui”, ed oggi come allora, è proprio quel confine precario, tra l’io e il tu, a dimostrarsi fragile e a trasformare un ideale utopico in uno distopico. Dopo tutto, in assenza di una legge chiara e condivisa, chi è che stabilisce il confine tra le varie libertà? Ed è proprio questo il ginepraio in cui è finita la polemica sui Twitt di Trump e il successivo ban della piattaforma social guidata da Jack Dorsey. Una scelta questa, di buon senso, visti gli eventi di Capitol Hill, ma tuttavia giunta tardivamente e pur sempre in assenza di una legge che stabilisca le responsabilità delle parti in causa. D’altro canto è da oltre quattro anni che Trump utilizza le piattaforme social, Twitter e Facebook in primis, a suo piacimento, pubblicando fake news dalle dimensioni monumentali e aizzando quella minoranza riottosa che ha assaltato Capitol Hill. Ma allora perché si è aspettato tanto per intervenire? I maligni diranno che questo ritardo è dovuto al fatto che nessuna azienda privata con sede negli Stati Uniti si sognerebbe mai di contraddire il presidente Americano in carica. Ed in parte costoro hanno ragione, ma c’è qualcosa di più ed è l’assenza di argomentazioni efficaci nel dibattito pubblico e una sua eccessiva polarizzazione. A dimostrazione di ciò basta analizzare le argomentazioni utilizzate da Beppe Severgnini e quelle della cancelleria tedesca Angela Merkel sulle pagine del Corriere della Sera del 12 gennaio, per constatare come entrambe, sebbene dai lati opposti della barricata, difendano il proprio approccio mediante l’utilizzo della medesima strategia argomentativa. Severgnini, infatti, appoggia la censura di Twitter e conclude il suo pezzo richiamando i totalitarismi “La storia non ci ha insegnato proprio niente?”, e la cancelliera invece, che il regime del blocco Est l’ha vissuto per 35 anni, e che proprio per questo ha scelto la via legale, condanna la scelta di Dorsey, suggerendo come un amministratore delegato non possa decidere cosa sia lecito e cosa no.

E purtroppo questa non è la prima volta che ideologie contrapposte piegano e svuotano concetti conosciuti sino a renderli solo l’ombra di ciò che significavano originariamente, utilizzando persino le stesse argomentazioni. La cancel culture, ad esempio, utilizza la rilettura della storia unita alla morale contemporanea per imporre una visione unidirezionale del mondo e riscrivere la storia, senza però dover passare per il dibattito pubblico: grazie a proteste pubbliche sono infatti già riusciti a bollare Omero come razzista e buttar giù qualche statua di Cristoforo Colombo. Ed in questo caso, così come per i quattro anni di mandato di Trump, la domanda è: perché nessuna autorità interviene? Una possibile risposta è che quei fatti storici che la cancel culture sventola in faccia al mondo sono di per sé fondati, ma non dovrebbero essere sufficienti a bandire libri o riscrivere pezzi di storia. Eppure, come scrive Giovanni Maddalena, dalle colonne del Il Foglio del 31 dicembre 2020, negli Stati Uniti le più importanti università del Paese hanno già accolto, senza ferir colpo, il vento del cambiamento, favorendo aree senza dibattito o eliminando degli oratori per le loro idee. In questo caso, così come nella decisione di oscurare Trump, emerge la fragilità delle idee liberali di stabilire dei confini chiari e la pochezza nella capacità di argomentare che alimenta sia i fautori della censura, sia coloro che vi si oppongono. Sono soprattutto quest’ultimi a trovarsi smarriti di fronte all’uso improprio delle proprie strategie argomentative, piegate e rivolte contro loro stessi. Ma il ricorso a una norma, senza affrontare il dibattito, è davvero sensato?

A giudicare dalla risposta della scienza,che per difendere i vaccini è stata costretta ad usare gli stessi toni di coloro che impugnando il “buon senso”, altro termine ormai svuotato di ogni significato, sembra proprio che l’uso della norma sia l’unica soluzione per contrastare la voce di chi grida: “faccio come mi pare”. Gli stessi che per anni hanno trovato sostegno in quelle piattaforme social che oggi bannano Trump, proprio quelle che hanno lanciato il sasso e oggi non solo nascondono la mano, ma che si erigono persino a paladini della parte offesa. Questo quadro, sempre più inquietante, dimostra come l’abilità oratoria, la logica e la cultura che dovrebbe sostenere le idee presenti in ogni dibattito, ammesso che vi siano davvero, lasci il posto a una bagarre tra tifosi, nella più totale assenza di narrazioni e contronarrazioni efficaci. Perché se la risposta a chi non si vuole vaccinare è l’obbligo, o peggio ancora l’apporre l’etichetta di negazionista alla persona in questione, esattamente com’è stato per quella di radical chic, allora, inconsapevolmente oppure no, si sta scegliendo di abbandonare il terreno del dialogo per quello dello scontro. E purtroppo questo è un terreno che azzera i contenuti in favore dei toni utilizzati. Per questa ragione, quando si analizza la questione dei Twitt di Trump, così come l’ascesa della cancel culture, o il problema del negazionismo, occorre decidere con consapevolezza se adottare la via dell’imposizione, legale o meno, oppure quella del dibattito delle idee. Perché se la prima rischia di fratturare quel poco che resta della torre di babele eretta dalla globalizzazione, la seconda invece, richiede argomentazioni efficaci e la capacità di vedere quella continuità che lega Ego ed Alter, riconoscendo in idee che non ci piacciono o riteniamo ingiuste, altri esseri umani, esattamente come noi.

Claudio Dolci

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