La rivolta dei ristoratori: tra social pieni e piazze vuote

C’è chi ha detto che “la storia si ripete sempre due volte, la prima come tragedia e la seconda come farsa”, ed effettivamente quello che è accaduto venerdì sera a Milano, al grido di #IoApro, sembrava riportare le lancette del tempo ad esattamente un secolo fa, quando il proibizionismo americano si scontrava coi locali clandestini e la volontà di ribellarsi a una legge ritenuta ingiusta e dannosa. Ma come si è detto, la storia non si ripete mai allo stesso modo e la protesta dei ristoratori si scontra con la tragica realtà della conta giornaliera dei morti per Covid, che proprio ieri ne aggiungeva altri 475, per un totale di 81.800 da inizio pandemia. Ed è per questo che il video del locale milanese, dove tra una portata e l’altra si scatena persino un ballo, diventa il simbolo di un’Italia irresponsabile, e allo stesso tempo in cerca di responsabili, che si domanda: ma com’è possibile?

Purtroppo, quello della protesta #IoApro, è ben più di un rigurgito di quel malcontento che da mesi serpeggia nel Paese e persino nel suo Parlamento. Esso infatti rappresenta l’avanzata di quella parte del Paese che è rimasta troppo a lungo ignorata, stigmatizzata e alle volte ridotta persino a macchietta di sé stessa. Ad esempio quando si descrivono i ristoratori come tante piccole cicale che hanno cantato durante tutta l’estate e che ora vengono a chiedere alloggio a ristoro alla formica Stato: una storia questa, che nel corso degli anni ha assunto tante forme, dal confronto tra statali e partite iva, a quella tra pensionati col contributivo o retributivo e via discorrendo. D’altronde si è detto un po’ di tutto del settore della ristorazione, dal fatto che sono quelli che evadono le tasse e non dichiarano nulla, a quelli che gonfiano i fatturati per ottenere più di quello che gli spetterebbe. Ed effettivamente in queste affermazioni c’è del vero, tant’è che dall’ultimo rapporto dell’Istat sull’economia italiana sommersa, riferito all’anno 2018, si può leggere come dei 192 mld di euro non tracciati, ben il 40,3% provenga dalla sola voce Commercio, alloggio e ristorazione. Ma se ci si fermasse a questo dato si mancherebbe di obiettività, perché se è vero che c’è chi può aver abusato dei sussidi dello Stato, è vero anche che quest’ultimo ha effettivamente provveduto a elargire troppo poco a un settore così importante per l’intero Paese. Secondo i dati pubblicati da Fipe, infatti, nel 2019 il fatturato della sola ristorazione era pari a 86 mld di euro e dava lavoro a 1.252.260 persone, tra dipendenti e autonomi. Se poi si considera anche l’intera filiera legata al settore, ecco che l’impatto sul bilancio nazionale stride con la quota di ristori previsti dai vari decreti, con quello di ottobre che destinava un risarcimento medio compreso tra il 37% e il 53% del fatturato mensile dichiarato. Senza poi considerare quelli che hanno aperto un locale nel 2020 e non hanno avuto accesso alla trance di ristori calcolati sul fatturato del 2019 e coloro che hanno sostenuto ingenti spese di ammodernamento e ampliamento del locale stesso.

Occorre quindi abbandonare il giudizio sulle immagini del ristorante milanese La Parrilla e chiedersi che cosa si possa fare per arginare un problema, che sta evidentemente sfuggendo di mano alla politica e che oltre alla ristorazione coinvolge diversi settori, e rischia così di compromettere ulteriormente sia la fragilità del sistema sanitario, sia quella della società stessa. Una prima risposta potrebbe essere quella di abbandonare l’approccio di elargizione a pioggia e lineare dei ristori, che oggi colpiscono i vari locali e professionisti come se fossero tutti uguali, quando invece non lo sono affatto. D’altronde gli strumenti tecnologici oggi a disposizione permettono di incrociare i dati e verificare il tenore d’incassi del singolo cittadino. Dall’altra parte della barricata, invece, quella dei ristoratori, occorrerebbe iniziare a pensare alla pandemia come qualcosa di più di un fenomeno passeggero, destinato quindi ad abbandonarci entro il 2021, ma qualcosa con cui avere a che fare per più tempo. Aspettare che tutto passi senza far nulla è utile come dare i soldi a tutti, quando occorrerebbe invece immaginare come aiutare il processo di transizione verso nuove forme di ristorazione.

Ma questi accorgimenti lasciano scoperto un altro dei problemi che la protesta #IoApro ci raccontano ed è il fatto che per quanto la piazza digitale possa essere affollata di tweet, commenti e mi piace, essa in realtà veicoli spesso hashtag muti e privi di quel calore umano espresso dalle voci, raccolte e amplificate da luoghi simbolo come Piazza del Popolo a Roma o Piazza del Duomo a Milano. In fin dei conti una piazza è qualcosa di più di un luogo: essa unisce le singole voci in un unico eco, dando così forza a ciò che per natura è debole e permette inoltre l’espressione di un disagio e di quella paura che assale la collettività nei momenti di incertezza, come quello attuale. Ed è per questo che, per quanto un Social assolva almeno dal punto di vista teorico la medesima funzione della piazza, esso non riuscirà mai a produrre quei confini, e con essi quel senso di contenimento e di vicinanza all’altro, che da sempre permettono alla collettività di affrontare e superare l’ignoto. E tale discorso vale tanto per la situazione della cittadinanza quanto per la politica, dove l’assenza del dibattito parlamentare ha di fatto frantumato la maggioranza, producendo così l’ennesima crisi di governo. Poiché senza il dialogo, e i suoi riti, nonché un’arena che gli renda giustizia, non restano che risposte scomposte e prive di lungimiranza dove la storia e la sua tragedia lasciano il posto alla farsa.

Claudio Dolci

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