La nuova middle class dei social

L’importanza di un’ampia e solida classe media è un concetto che caratterizza il pensiero occidentale da secoli, suscitando le riflessioni di storici, studiosi e pensatori di culture e generazioni diverse. Nella “Politica” Aristotele affermava già come la politeia ideale si potesse formare soltanto laddove la maggior parte dei cittadini fosse appartenuta al ceto medio. Arrivati ai giorni nostri, la middle class rimane il punto nevralgico per la costituzione di democrazie solide. Il tema è paradossalmente centrale anche per la riuscita e la diffusione di strumenti moderni quali le piattaforme social. Se un canale per la condivisione di contenuti multimediali fosse controllato da pochissimi utenti (star), lasciando opportunità limitate per emergere ad altri, è probabile che col tempo possa cadere in disuso, favorendo la nascita di nuove piattaforme. Ma come si può garantire che i social non siano appannaggio di alcuni potenti influencer ma rimangano invece strumenti accessibili e aperti ai più?

Se accettiamo il paragone di Alex Zhu, co-CEO di Musical.ly, per cui creare una nuova piattaforma è come creare un nuovo stato, il ragionamento può riuscire più semplice. In effetti, ciò che possiamo constatare con assoluta certezza è che le piattaforme social rispecchiano sotto diversi punti di vista la nostra società. Pensiamo per esempio alle disuguaglianze. Negli Stati Uniti, il coefficiente Gini è superiore a tutti gli altri paesi del G7. Nel 2017 si aggirava attorno allo 0,43, anche se dobbiamo presupporre che ad oggi sia superiore, visti gli effetti della crisi pandemica. In America, nel 2016, il top 5% della popolazione deteneva circa 248 volte la ricchezza mediana. Piattaforme social come Patreon o Spotify riflettono a pieno questi dati. Nel primo caso, soltanto il 2% degli utenti raggiunge il salario minimo federale di 1,160$ al mese (dati del 2017). Per quanto riguarda Spotify, gli artisti, per ottenere la paga salariale minima di un lavoratore a tempo pieno, devono arrivare ad almeno 3.5 milioni di streams.

Se dare il via a una nuova piattaforma può rappresentare un’opportunità unica per molte persone di esprimersi ed emergere in un contesto ancora libero dalle categorizzazioni, proprio come costruire un nuovo paese dalle fondamenta, non possiamo trascurare il fatto che i social vadano incontro agli stessi problemi di stratificazione, opportunità limitate e diseguaglianze della società. E se quanto afferma da anni la professoressa Rosen, economista dell’Università di Chicago, è vero, cioè che lo sviluppo tecnologico possa ulteriormente rafforzare le disuguaglianze presenti, porsi la questione di democratizzare le piattaforme social, rendendole più accessibili e legate a meccanismi di mobilità sociale, è una necessità.

La questione si incentra sulla strategia da adottare per raggiungere questo risultato. Negli Stati Uniti, così come in altri paesi, la forza e la diffusione della classe media non si sono manifestate come il risultato di un processo naturale o esogeno, semmai come l’esito di una serie di politiche pubbliche ben mirate. Il new deal di Roosevelt, il Fair Labor Standards Act e la creazione della Federal Housing Administration sono soltanto alcuni esempi delle riforme promosse nel ventesimo secolo per favorire la costituzione di una solida middle class. Attorno alla fine degli anni Sessanta l’America poteva contare su un ceto medio che comprendeva circa il 61% degli adulti statunitensi. Insistendo sulla metafora dello stato, quali politiche dovrebbero essere implementate nelle economie del mondo virtuale affinché le piattaforme social possano contare su una distribuzione equa di opportunità tra gli utenti?

Second Li Jin, fondatrice e Manager Partner di Atelier, una società di venture capital, sono dieci le strategie utili a far crescere la classe media nei social network. Cercando di riassumere il pensiero di Jin, l’impegno dei fondatori di nuove piattaforme social dovrebbe essere tridimensionale. Innanzitutto, risulterebbe quanto mai importante focalizzarsi sulla promozione di contenuti originali, valorizzando la diversità delle preferenze e dei gusti del pubblico e garantendo una certa qualità dei materiali condivisi. Incentivare la collaborazione tra gli utenti e un senso di comunità sarebbe altrettanto fondamentale. Infine, è essenziale, per favorire una democratizzazione di questi strumenti, che le piattaforme social si adoperino a provvedere agli utenti tutte le risorse necessarie per emergere. In questa direzione si inseriscono gli sforzi atti a finanziare attività educative e formative e a mettere a disposizione capitali d’investimento per i creators. Nell’offrire a tutti le stesse possibilità e i medesimi mezzi si creano i presupposti per una middle class propria dei social.

Nonostante gli ultimi anni siano stati caratterizzati da crescenti spinte a una polarizzazione nella distribuzione della ricchezza, le ricette per rendere più equo e democraticamente sostenibile il sistema sociale esistono, anche a livello di quelle che sono le sue più moderne manifestazioni: i social. E saranno proprio le piattaforme social a fiorire e ottenere i maggiori benefici qualora vengano costruite sulla base di principii quali la mobilità sociale, la sicurezza finanziaria, l’apprendimento e la crescita dell’individuo.

Guglielmo de Puppi

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