L’ambiente cambia, ma l’approccio della politica resta lo stesso

La nostra casa è in fiamme e l’Europa ricorre al Recovery Plan per spegnere l’incendio, imponendo di destinare il 37% delle risorse ricevute dalla comunità europea per progetti in linea con l’Accordo di Parigi. Si tratta di uno sforzo collettivo, che come segnalava Federico Bosco su Open, rischia però di innescare un colossale Greenwashing, piuttosto che un radicale cambiamento nei confronti dell’ambiente. D’altronde si sa, l’essere umano tende a scansare i problemi complessi, mentre la politica rinuncia a tutto ciò che non determini un ritorno di consenso e, anzi, come nel caso dell’ambiente, impone l’adozione di misure complesse e spesso impopolari.

Ad esempio, ben vengano l’incentivo all’acquisto delle auto elettriche, dei monopattini, anch’essi elettrici, e soprattutto l’uso della bicicletta in città, ma occhio ai rischi di queste scelte. D’altronde, è sempre meglio pedalare per raggiungere l’ufficio, a patto che l’aria che si respiri lungo il tragitto non sia compromessa com’è quella della Pianura Padana; e che, secondo fonte Agi, ogni anno uccide almeno 4.000 Milanesi. Lo stesso può dirsi per l’acquisto di un auto elettrica: “ottima” se si considera l’inquinamento generato da questo veicolo rispetto a uno termico, mentre solo “leggermente migliore” se si tiene conto del ciclo produttivo della vettura in sé. E su quest’ultimo ci sono ovviamente pareri discordanti, perché, se per il Think Tank IFO, l’impatto della produzione delle batterie generebbe un inquinamento maggiore rispetto a un veicolo diesel, per EU Factcheck, un collettivo di giornalisti europei, invece, l’auto elettrica rappresenta sempre una scelta migliore rispetto a una termica; anche quando l’energia per ricaricarla proviene esclusivamente da una centrale a carbone. Che fare quindi?

Dovrebbe già essere chiaro che l’auto elettrica è oggi, e lo sarà soprattutto in futuro, indispensabile per la transizione ecologica, ma a cambiare dev’essere un altro approccio generale al problema: chi sta pagando il prezzo della conversione energetica Occidentale e sulla base di quale principio di sensatezza?

D’altro canto, e per quanto Cina e India abbiano aderito all’Accordo di Parigi, Silvia Granziero su The Vision, ci ricorda come dal 2020 a oggi la capacità produttiva mondiale di carbone sia raddoppiata proprio a causa della domanda energetica asiatica. Sempre in Asia, si concentrano i tre quarti del consumo e della produzione mondiale di carbone, tant’è che la Cina stessa, nel solo 2019 ha approvato l’apertura di 40 nuove miniere per l’estrazione di questo combustibile fossile; e il picco per la produzione mondiale di carbone deve ancora arrivare. Come si dice in questi casi: the worts is yet to come. Per capire quanto tutto ciò sia grave, basti considerare che, fonte WWF, il 28% dell’energia consumata a livello mondiale è prodotta dal carbone ed esso è responsabile del 45% delle emissioni di CO2 provocata dai combustibili fossili. Nella sola Italia, ad esempio, dove le centrali elettriche a carbone coprono solo l’11% dell’energia consumata ogni anno, il loro impatto, in termini di CO2 emessa, pesa ben un terzo sul totale.

Per quanto riguarda le batterie e le altre innovazioni che dovrebbero salvare l’Occidente, inoltre, è un bene che ci si giochi molto sui propulsori elettrici, ma occorre prestare attenzione al fatto che il cobalto estratto e le altre terre rare non gravino sullo sfruttamento minorile e sulla devastazione di Paesi poveri dell’Africa e di altre parti del mondo meno sviluppato. Altrimenti il rischio è quello di ritrovarsi con un l’ennesimo luogo del mondo reso inabitale per renderne più avanzato un altro, così com’è per le isole di plastica sparse qua e là. Certo, si potrebbe arginare il problema comprando “altrove”, lasciando che qualcun altro, con più peli sullo stomaco, importi dall’Africa ciò che la coscienza non vuole vedere, ma anche qui ci sono dei rischi. A tal proposito, il Finacial Times sottolinea come la Cina stia attualmente boicottando l’esportazione di terre rare verso gli Stati Uniti, rallentando così l’avanzata tecnologica Occidentale. La Cina, infatti, controlla il 37% delle riserve di terre rare conosciute al mondo, nonché il 62% di tutte quelle estratte e il 90% dopo la lavorazione in loco; e la transizione ecologica tanto presente nelle parole della politica nostrana, quanto in quella europea, devono il loro successo concreto a una partita che si gioca soprattutto a Pechino e a livello geopolitico. Ed è per questo che dal confronto interno con la Polonia, all’appello di Biden al G7 a guardare al di là dei confini della Nato, quello che si prefigura è uno scontro tra centro e periferia d’Europa, così come tra Occidente e Oriente. E l’incentivo per l’acquisto dell’auto elettrica, con tutta la sua complessità, è solo uno dei problemi e forse anche quello meno impellente per il giardino di casa.

Stando alle parole di Stefano Cecchin, presidente dell’Arpa, riportate dal Sole 24 Ore, durante il lockdown “il blocco del traffico veicolare, non ha portato a una significativa diminuzione dei giorni di superamento del valore limite giornaliero (50 µg/m³)”. La Pianura Padana, infatti, è il luogo d’Europa nel quale si muore di più a causa dell’inquinamento e a novembre del 2020 la Corte di giustizia dell’Unione europea ha sancito che tra il 2008 e il 2017, l’Italia abbia sistematicamente violato i limiti di PM10 nell’aria (fonte Ansa). Ed inoltre, come riporta l’Economist, le cause di questo inquinamento sono molteplici: dalle emissioni delle fabbriche e delle fonti di riscaldamento domestico, ai gas di scarico dei motori delle auto (tutte fonti di particolato primario), a cui si aggiunge l’impatto della zootecnia (il famoso particolato secondario). Stando alle dichiarazioni di Legambiente, nelle quattro regioni della Pianura Padana si concentrano rispettivamente, l’85% di tutti i suini allevati in Italia e i 2/3 di tutti i bovini nazionali. E i dati ci mostrano come in sedici anni l’inquinamento da industrie e da traffico sia calato, mentre quello generato dagli allevamenti e dai riscaldamenti domestici sia in costante aumento (fonte Corriere.it).

Qual è quindi il senso di impedire la circolazione dei motori termici senza però ridurre l’inquinamento della zootecnia e il consumo di carni? È poi ragionevole lasciare che i Paesi europei più inquinanti, come la Polonia, abbandonino il carbone solo nel 2049 e che Cina e India continuino a usare le fonti energetiche dismesse dall’Occidente avanzato? Ognuna di queste domande è complessa e richiede un’azione sia nel perimetro nazionale, quanto in quello globale, perché pensare che l’aria che gravita sulla Polonia non ci riguardi, è tanto sensato quanto estendere le aree di circolazione dei veicoli termici senza limitare i rifiuti della zootecnia e il consumo dei riscaldamenti domestici. E mentre questi temi restano sullo sfondo, le lancette del tempo scorrono e l’incendio della casa si espande.

Come ha ricordato Luca Mercalli dalle colonne del Fatto, in questi giorni ben il 73% del suolo Americano si è ritrovato ricoperto da ghiaccio e neve, con il simbolo produttivo del Paese, ovvero il Texas, completamente paralizzato e senza corrente elettrica; mentre in Iraq e in Uzbekistan si sono toccati, rispettivamente, i 34° e 32°. Continuare a delocalizzare il problema dell’inquinamento è sicuramente semplice e immediato, ma serve davvero a poco ed è frutto di un pensiero cortissimo. D’altronde, per quanto Perseverance abbia di fatto dato una chance al genere umano, resta ancora lontano il tempo in cui ci saranno colonie spaziali su Marte. Occorre quindi che l’Europa alzi lo sguardo dal proprio orticello, perché l’aria che respira un francese o un tedesco dipende da quello che accade nella periferia d’Europa, quanto in quella del mondo. E l’Italia dovrebbe dedicare una quota cospicua di fondi a risanare l’area della Pianura Padana, perché è facile indicare il sud del Paese accusando la Terra dei Fuochi e l’Ilva di Taranto come pecore nere, quando in realtà anche il Nord fa orecchie da mercante sulle sue responsabilità.

Claudio Dolci

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