Quel che resta dei mass media

Pennivendoli, giornalai e manipolatori alla guida di macchine del fango mantenute dei poteri forti e, ovviamente, chi più ha più ne metta, perché tanto la misura è così colma che il sopraggiungere di altri epiteti non farebbe altro che disperdersi in quell’oceano privo di sponde chiamato oggi Giornalismo. E di fatto come si potrebbe obiettare a questa visione del mondo dei mass media?

Esistono Talk Show che non aspettano altro che aizzare la rissa per poi ritrarre con disinvoltura la mano che l’ha innescata, mentre ci sono giornali che emettono sentenze su inchieste che poi finiscono nel nulla. Per non parlare di quegli articoli privi di una preparazione tecnica adeguata che abbandonano il lettore in una fitta coltre fumosa, nella quale il giudizio assomiglia a un castello di sabbia prima di una mareggiata.  Infine vi è una tendenza generale a ridurre la sfogliatura del cartaceo, ormai reperto per feticisti, in favore di siti web così fitti di pubblicità da impedirne quasi la lettura e con titoli esca costruiti ad arte per ottenere un click in più, piuttosto che restituire un riassunto del pezzo.

Ma questi sono solo alcuni dei mali che costringono il giornalismo al ruolo di giullare di corte, piuttosto che a quello di cane da guardia. Sarebbe poi possibile elencare i numerosi editoriali che non ne azzeccano una o i ritratti di personaggi pubblici ridotti a macchiette, per non parlare dei retroscena politici dove, tra un gossip e una dichiarazione senza contradditorio, si è ormai smarrita l’intervista pungente, così come l’affidabilità delle fonti. E rispetto al passato, la possibilità per disintermediare e costruirsi la propria visione del mondo c’è ed è anche allettante. Grazie a Twitter, ad esempio, è possibile cogliere l’informazione direttamente là dov’è più pura, sempre ammesso che sia comprimibile in 280 caratteri. Facebook, invece, facilita il confronto attraverso gruppi chiusi, post più lunghi e dirette dove l’attenzione scema non appena si superano i 40 minuti. In alternativa c’è sempre Youtube, dov’è possibile imparare a maneggiare criptovalute, così come costruire la cuccia per il cane partendo da zero. E in tutto questo che fine ha fatto il cane da guardia della democrazia e che ruolo ha?

Ad onor del vero, del cane da guardia, e da caccia, è rimasto poco, perché il giornalismo tradizionale sconta la fatica di un mondo che è cambiato troppo velocemente, passando dall’immobilismo dei blocchi post seconda guerra mondiale, al vortice caotico generato dalla caduta del muro di Berlino. Un cambio di passo che, tra le altre cose, ha travolto anche i gruppi intermedi, sindacati in primis, così come il partito comunista, disorientato nel passaggio dalle tute blu ai bikers. Nel mondo dell’editoria tutto questo è ben esemplificato dalla transizione dalle presse allo scrivere articoli per qualche centesimo su un blog qualunque, confrontandosi con esperti tecnici divenuti ormai eccellenti storyteller. D’altronde, in un mondo che si specializza, il tuttologo diventa preistoria, un reperto destinato a indietreggiare rispetto a chi ha fatto della propria passione uno strumento di conoscenza; come ad esempio Francesco Costa, le cui analisi incantano e catturano l’attenzione più di quelle di molti corrispondenti esteri. Si può comunque tentare di diventare un ospite fisso in un qualche Talk, oppure un One Man Show, come Scanzi, che ha raggiunto così tante visualizzazioni da superare i principali siti d’informazione e ha dato persino vita a proseliti di cui, fino a poco tempo fa, era possibile seguire l’evoluzione su Io, professione mitomane. E la cosa buffa è che proprio questo modo di fare informazione è riuscito a rendere ancora più odiosi quei difetti già insiti nel giornalismo cartaceo.

D’altronde, quest’ultimo amava costruire nicchie di riferimento per interi bacini d’elettori, così come dettare agende e temi salienti, cosa che succede tuttora, lasciando al lettore la possibilità di pescare sempre l’acqua dalla stessa fonte, senza mai leggere nient’altro se non ciò con cui più si trova in sintonia. Ma tutto ciò è niente rispetto alle nuove frontiere del giornalismo, le quali hanno costruito vere e proprie bolle sartoriali, capaci di ovattare e deformare a tal punto la realtà da rendere quasi impossibile imbattersi in idee differenti dalle proprie. E di questo balzo evolutivo la mente umana non può far altro che ringraziare. Finalmente, infatti, le risorse cognitive potranno dedicarsi ad altro, abbandonando così la complessità del pluralismo per seguire un’avvincente serie tv, e lasciando persino all’ego la possibilità di canalizzarsi verso uno scopo: attaccare la testata giornalistica di turno, o chiunque disturbi questo nuovo idillio cognitivo.

Ma qual è il prezzo da pagare per questo servizio? Innanzitutto la vendita della propria privacy ad aziende che vivono di pubblicità, ma anche le testate giornalistiche si finanziano con quest’ultima; e quindi? C’è poi il rischio che un’informazione unidirezionale e sartoriale generi fenomeni distorsivi e amplifichi mondi virtuali che nella realtà analogica non esisterebbero, come QAnon. Sempre i Social, inoltre, hanno aiutato Trump a vincere le elezioni del 2016 e oggi amplificano l’eco dei woke. Ma si tratta pur sempre di fatti di portata minore se paragonati ai vantaggi di un’informazione sartoriale e tra l’altro gratuita. Oppure no?

Al di là delle battute, sarebbe ingiusto recriminare al lettore colpe che sono tanto sue, quanto di ogni essere umano, giornalista compreso. Né si può rallentare la società per consentire a tutti di mantenere la propria postazione sulla giostra, perché da sempre c’è chi sale e chi scende senza che nessuno protesti troppo. Tuttavia, lasciare alle sole piattaforme Social la possibilità di riprodurre quello specchio Olandese che da sempre consente alla politica di vedere sé stessa, ha un costo salato; perché per quanto i media tradizionali siano obsoleti, imprecisi e ormai svotati della loro funzione, si reggono ancora su meccanismi di bilanciamento e contrappesi collaudati e istituzionali. 

Claudio Dolci

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