The Draghi Effect – Seconda Parte

È incredibile come un’azione unica possa generare in un tempo relativamente breve tante reazioni diverse e in luoghi diversi e lontani. Dell’effetto sull’Europa abbiamo già detto. Qui vorrei dire degli effetti sulla politica italiana. Molti autorevoli commentatori avevano predetto che l’arrivo di Draghi sulla scena politica avrebbe comportato un terremoto e una ricomposizione degli schieramenti nati dalle elezioni politiche del 2018.

Che cosa sta accadendo, di fatto, dopo l’avvento del “governo del presidente”, come viene impropriamente chiamato da chi non conosce la nostra Costituzione (art. 92)? Andiamo da destra a sinistra. A destra, grazie alla tradizionale compattezza di quella parte dell’elettorato e dei suoi rappresentanti, poco inclini al settarismo sfrenato e amanti dell’uomo/donna d’ordine, non si sono verificati per ora sommovimenti catastrofici. Ma qualche scricchiolio fa presagire effetti di più lungo termine. Intanto, si ponevano come “il centrodestra”, tutti insieme e sempre alleati, e invece – come nel 2018 con la Lega al governo con il M5S – si sono di nuovo divisi, con la Lega disponibile a sostenere il governo Draghi e addirittura a entrarci con ministri di peso. Di nuovo un tradimento? Questa volta la disinvoltura della Lega si è spinta fino ad accettare l’incredibile: un programma Draghi che parla addirittura di “ulteriori cessioni di sovranità” a favore della UE.    

Di Forza Italia si può cogliere il fatto che Draghi abbia scelto le personalità più liberali e centriste possibili, ben lontane dalla destra e da Salvini leader del centrodestra. Risultato? Ulteriore flessione del partito nei sondaggi, a favore della Lega e soprattutto di Fratelli d’Italia. FDI? Ha capito che l’opposizione in Italia paga sempre più del governo, di cui ci si lamenta sempre per definizione. E i sondaggi gli danno ragione, se quel 17 per cento attuale aumenterà ancora come è possibile, nonostante gli sforzi di Salvini di inseguirli facendo il controcanto populista al governo di cui pure fa parte.

Quindi la domanda in questo caso è: resteranno nella stessa coalizione i partiti del centrodestra alle prossime elezioni (nel 2023? La data non è secondaria…)? Qui l’effetto Draghi deve ancora manifestarsi appieno. Cosa potrebbe ancora succedere? Difficile che la Lega si schieri in Europa col PPE lasciando campo libero a FDI in Europa e in Italia. Più probabile che Forza Italia (cioè la parte centrista e liberale che è rimasta) sia attratta dal polo centrista di cui vedremo tra un attimo.

Lasciamo un attimo i partitini centristi da parte (quelli che una volta si chiamavano “cespugli”), e veniamo al centrosinistra e alla sinistra. Qui il terremoto è stato improvviso e devastante. Forse c’è più etica? Apparentemente sia il PD che il M5S hanno vissuto malissimo il dover sostenere un governo in cui c’erano ministri della Lega e di Forza Italia. Come si può mettere insieme il diavolo e l’acqua santa? Suvvia, siamo sempre un paese cattolico! Eppure la mossa del presidente Mattarella, l’unica possibile in un momento drammatico come l’attuale, mirava a un governo di salvezza (o unità) nazionale. Tutti insieme per fare poche cose necessarie a rimetterci in piedi, poi ognuno per la sua strada. C’era spazio quindi per rivendicare la propria “integrità”? Sta di fatto che sul sostegno al governo “dei banchieri” si sono spaccati il M5S e Sinistra Italiana. In modo più fragoroso i pentastellati, dove Grillo ha esercitato ancora una volta la sua leadership esterna; in modo più felpato SI (in realtà, forse più sofferto, ma essendo pochi e poco interessanti per i media mainstream non se n’è accorto nessuno). Non si capisce quindi come si ricomporrà la galassia populista, se andrà con la sinistra o con la destra (ricordiamo che si sono sempre vantati di essere “né di destra né di sinistra”), ma di certo si porrà il problema di quale partito rappresenterà alle elezioni il punto di riferimento per il centrosinistra: il nuovo M5S o il nuovo PD a guida Letta?

Del terremoto nel PD si vedrà col tempo, forse ancora più di quanto non appaia dopo le dimissioni di Zingaretti. Resta che se persisterà il suo annullarsi a favore del “nuovo” M5S a guida Conte, rischia di sciogliersi de facto, come indicano i sondaggi. Riuscirà allora il mostro bicefalo ex PCI-ex DC a sopravvivere alla tempesta Draghi? Tutti i nodi sembrano venire al pettine, dal crollo della “terza via” blairiana, alla scelta improvvida di essere un partito di governo in servizio permanente effettivo, a dispetto del voto popolare che da Tangentopoli in poi preferisce la destra, il populismo e il giustizialismo antipolitico.

E al centro? Cosa succede al centro? Come accade dal 2013, Renzi ha movimentato lo scenario. In questo caso, facendo cadere il governo Conte II, apparentemente senza motivi reali. Non si spiega infatti che per le impuntature di M5S e PD non si sia riusciti a fare comunque un governo “politico”. Comunque, è sempre più evidente l’intenzione di Italia Viva, il più “draghiano” dei partiti italiani, di essere il polo di attrazione per un grande centro, pur partendo dall’essere un cespuglio come gli altri, intorno al 3 per cento nei sondaggi. Azione punta addirittura a candidare il suo leader a sindaco di Roma, ma aderisce al neonato manifesto liberale di cui il professor Cottarelli è la punta di diamante.

Riusciranno i nostri eroi a costruire un terzo polo centrista che abbia un peso nella politica italiana? La storia direbbe di no, perché purtroppo la parola “liberale” in Italia è sinonimo di élite. E tira brutta aria da quelle parti, per ora. Vedremo se l’effetto Draghi si spingerà fino a una nuova legge elettorale (altra esclusiva italiana…) che promuova le aggregazioni o la proliferazione dei partitini-cespugli. Forse ci sarà una terza puntata del Draghi effect.

Raffaele Raja

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