La giostra dell’inflazione: la folle corsa

Per essere assaporato, il piacere richiede spesso un po’ di tormento, come descrive Leopardi nel “La quiete dopo la tempesta”. Ed è per questo che ogni giostra che si rispetti trae divertimento dal lambire momenti di genuina paura e quella dell’inflazione non fa eccezione. In questo terzo appuntamento di SpazioEconomia verrà quindi affrontato l’aspetto più temibile della giostra dell’inflazione, ovvero quello dall’ascesa folle dei prezzi e del crollo della moneta. Ad incarnare le veci di Virgilio sarà Roberto Biondini, appassionato di politiche monetarie, laureato in economia presso la Luigi Bocconi e membro attivo dell’Associazione Spazio Milano, il quale si calerà tra i gironi infernali dell’iperinflazione per descrivercene la perversione.

Abbiamo a lungo parlato del famigerato 2% di inflazione annua, come di quel valore al quale le banche centrali dovrebbe tendere. Ma se invece di fermarsi a questa cifra, la si superasse? Quali potrebbero essere le ricadute sull’economia?

Se l’inflazione sale troppo è possibile che si raggiunga la cosiddetta situazione di “iperinflazione”, un fenomeno simile a quello narrato dalla serie Chernobyl, dove l’impossibilità di controllare una reazione fisica finisce per generare effetti irreversibili. In altre parole, l’iperinflazione si genera quando i prezzi iniziano a salire in modo incontrollato e la moneta perde il suo valore, sino a diventare impossibile prevederne il prezzo negli anni, a volte persino giorni, a venire. Tutto questo rende difficile fare investimenti, di conseguenza la produzione rallenta e gli effetti sull’economia reale e sulla società diventano ingenti. Lo so, per chi è nato negli anni Novanta tutto ciò è descritto solo in un libro di storia o di economia, ma in realtà basta guardare agli anni 70’ per rendersi conto di come la Lira stessa fosse soggetta a fenomeni di iperinflazione. In quegli anni, infatti, l’inflazione galoppava attorno a valori del 20%, a volte del 25% annuo. E per il consumatore ciò significava che il proprio potere d’acquisto, cioè il valore del proprio denaro, si svalutava annualmente e di parecchio. Se ad esempio nel 73’, anno in cui l’inflazione galoppava al 15%, si fosse stati in possesso un patrimonio di 100 milioni di lire, nel 74’ il potere d’acquisto di quel capitale sarebbe stato pari a 85 milioni di lire. In altre parole, a causa dell’ascesa dell’inflazione, con gli stessi soldi ci si sarebbe ritrovati a poter comprare meno beni. E durante la Prima Repubblica questa corsa inflazionistica è durata per più di 15 anni, dilapidando intere fortune un anno dopo l’altro.

Oggi, almeno nell’area Euro, tali fenomeni non ci sono, ma all’epoca a che cos’era dovuto questo aumento repentino e persistente dell’inflazione?

Si tratta pur sempre di fenomeni multifattoriali, ma una causa molto importante è da imputare alla crisi petrolifera di quegli anni. A quel tempo, infatti, per una serie di motivi che non analizzeremo, il prezzo del petrolio era aumentato vertiginosamente e tale incremento si era riversato sui costi delle imprese, costringendole ad alzare i prezzi dei propri prodotti. Una seconda causa, invece, è da attribuire a uno spostamento del ‘costo’, generato da un’impennata del disavanzo pubblico, dal debito cumulativo dello Stato, all’inflazione, mediante il processo di svalutazione della moneta. Espresso in termini più comprensibili, lo stato italiano ogni anno spendeva più di quanto aveva in cassa, per finanziare welfare, pensioni, ecc., e per evitare di aumentare troppo il debito pubblico (che comunque piano piano stava salendo sempre di più), e la Banca d’Italia, in accordo con lo Stato, decise di comprare tutti i buoni del tesoro emessi (che corrispondevano al deficit generato) invenduti sui mercati, immettendo così nuova moneta. In altre parole, la Banca d’Italia stampava abbastanza Lire affinché tutto il debito rimasto invenduto sui mercati fosse comprato da lei stessa.

È un po’ come se un bambino cercasse di vendere 10 bicchieri di limonata, riuscendone però a dar via solo 6, mentre i restanti 4 fossero acquistati dai genitori dello stesso per evitargli un dispiacere. Certo, nell’immediato tutta la limonata prodotta dal bambino risulterebbe venduta, ma nel bilancio famigliare i guadagni riguarderebbero solo le 6 limonate acquistate da sconosciuti. E questa era la situazione italiana di quegli anni: costretta, da una parte, a comprare parte del suo stesso debito, così da finanziarlo e generando iperinflazione, e dall’altra, a venderlo sul mercato, dovendo però garantire tassi d’interesse più alti rispetto a quelli previsti e andando così incontro a una possibile recessione. Come si usa dire in questi casi, dalla padella alla brace. Tuttavia, nulla impediva agli amministratori dell’epoca di rinunciare a produrre così tanto debito, tra l’altro spesso usato per scopi clientelari, eppure coi “se” e i “ma” non si fa la storia.

Oggettivamente si trattava di un meccanismo simile a quello di chi getta la spazzatura sotto il tappeto per evitare di pulire casa…

Effettivamente era così, perché un’elevata quantità di moneta spingeva poi in alto i prezzi dei beni di consumo. D’altro canto, più soldi immetti nel circuito economico, più le persone saranno inclini a chiedere somme di denaro più consistenti e quello che oggi costa, 7 domani costerà 10. Questo procedimento, molto presente nella Storia, è stato denominato “monetizzazione del debito” attraverso la tecnica di signoraggio e nasconde, come si può facilmente pensare, delle insidie. Infatti, gli effetti collaterali provocati da questa azione condussero a una svalutazione della Lira, al conseguente aumento dell’inflazione ed inevitabilmente alla perdita di valore d’acquisto della moneta, quindi a tassi d’interesse reali (al netto dell’inflazione) sui buoni del tesoro nulli o negativi. La cosiddetta tassa da inflazione, una brutta storia e che oggi, per fortuna, non esiste più. Ma chi all’epoca comprava un buono del tesoro poteva ritrovarsi con in mano un pezzo di carta straccia, tanto come sarebbe potuto capitare con i soldi nel proprio portafoglio.

Tuttora, però, ci sono politici che sostengono come una svalutazione competitiva della valuta possa avvantaggiare i Paesi esportatori come l’Italia. Perché da un lato si immette denaro nell’economia, spingendo così la produzione e diminuendo il valore della valuta, con un conseguente vantaggio sui prezzi dei beni per l’export. Inoltre, si possono così ricevere valute straniere più forti, andando così ad aumentare il surplus e pareggiando la perdita di potere d’acquisto dovuto alla svalutazione. A grandissime linee, è questo il progetto di chi rivuole la Lira, giusto?

Sì, ed è anche tecnicamente corretto, almeno in parte, perché nel breve periodo la svalutazione della moneta può effettivamente spingere la produzione e aiutare l’export. Tuttavia, ci sono almeno tre buone ragioni per ritenere pericolosa questa strada. La prima è che l’Italia è un Paese trasformatore, il che significa che importa materia prima che lavora per poi venderla ed esportarla. D’altronde l’Italia non è famosa né per le risorse naturali, né per la produzione energetica, il che significa che ciò che si guadagna importando moneta forte, lo si spende acquistando le materie prime. 

Secondo, se uno Stato svaluta la sua valuta per rendersi più competitivo, perché anche gli altri, magari anche quelli sviluppati, non dovrebbero fare altrettanto? Ovviamente il risultato sarebbe un’inflazione alta per tutti, nonché dazi più elevati ed export invariato. In altre parole, la moneta forte agevola chi acquista, ma se ci si ritrova con una bilancia commerciale sbilanciata, com’è stato per l’America nei confronti della Cina, allora può scattare una guerra dei dazi simile a quella lanciata da Trump durante il suo mandato. D’altronde, nello scacchiere economico globale nessuno vuole ritrovarsi sotto scacco matto. 

Terzo, utilizzare la tecnica del signoraggio per diminuire il deficit e spingere la produzione a ritmi folli è una scommessa molto rischiosa. Quel che può capitare, infatti, è di aumentare l’inflazione in modo esagerato senza ottenere effetti tangibili sulla produzione e generare così l’iperinflazione. Mi spiego meglio: se si stampa moneta e la si immette nel mercato è facile andare a buon segno grazie all’effetto sorpresa, perché risulta difficile prevedere tale strategia. E per questo i prezzi non aumenteranno istantaneamente, di conseguenza chi percepisce un reddito potrà persino comprare più beni grazie all’aumento della produzione e quindi all’incremento di soldi nel portafoglio. Ma se questo signoraggio continua nel tempo, anno dopo anno, ecco che i cosiddetti attori del mercato anticiperanno i tempi e aumenteranno i prezzi dei propri beni, ristabilendo così la situazione iniziale. Un conto, infatti, è tirare un solo rigore calciando in alto a destra e spiazzando così il portiere, mentre un altro è calciare tutti i rigori sempre nello stesso punto. Alla seconda volta il portiere sa dove buttarsi e la palla non passa. E lo stesso avviene col signoraggio: al primo giro, infatti, il consumatore compra due beni perché detiene più moneta, ma una volta che il produttore ha capito l’antifona, raddoppierà i prezzi e di conseguenza il consumatore tornerà a comprare solo un bene, esattamente come nel periodo in cui possedeva meno soldi. Se però i beni venduti tornassero ad essere solo uno, allora i prezzi finirebbero col raddoppiare. Ed una volta eliminati gli effetti positivi del signoraggio, resta solo un’inflazione che corre veloce e che può causare instabilità economica gravissima dalla quale è difficilissimo uscire. L’Argentina, ad esempio, non è mai davvero uscita dalla bancarotta degli anni 90’ e dalle ceneri della Repubblica di Weimar nacque il totalitarismo tedesco. 

Visti i risultati della manipolazione attiva dell’inflazione, non avrebbe più senso abbandonarsi alla passività del mercato?  

Più che altro, bisognerebbe limitare la manipolazione dell’inflazione. Dipende poi a che scopo si decide di aumentarla o diminuirla e di quanto. Infatti, il perseguimento di un target stabile per l’inflazione intorno al 2%, ottemperato delle Banche Centrali (con tutti i loro strumenti a disposizione) e soprattutto in modo indipendente dalle scelte politiche nazionali, è ad oggi un mezzo efficiente per spingere la produzione senza perdere il controllo della giostra monetaria. Invece, l’utilizzare l’inflazione come leva principale per aumentare la produzione e diminuire il debito conduce a situazioni di instabilità economica e al rischio che il comparto produttivo non aumenti di quanto pronosticato. In parole più semplici: l’inflazione al 2% deve essere considerata un fine e non un mezzo per raggiungere uno scopo. Effettivamente, e in opposizione a chi dice che aumentare volontariamente l’inflazione sia il miglior modo per far crescere la produzione, si cita spesso una delle leggi pilastro dell’economia, ovvero quella della neutralità della moneta. In pratica, nel medio periodo, un’espansione monetaria, porta SOLO ad un aumento dei prezzi e NON ad un effettivo incremento della produzione. Il che vuol dire che una manipolazione attiva e ingente della valuta rischia di trasformarsi in un reattore di Chernobyl.

Sì è detto che ogni giostra ha i suoi pregi e i suoi difetti, ma quando si perde il controllo di ciò che si è costruito, né i primi, né i secondi restano sulla scena, perché essa appartiene solo alla paura cieca di chi perde le ali poco prima di toccare il sole.

Roberto Biondini e Claudio Dolci

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