La giostra dell’inflazione: la paura del vuoto

La legge della gravità ci insegna che ciò che sale, prima o poi, dovrà anche scendere e tale meccanismo è sia alla base delle montagne russe, sia dell’inflazione. Nella scorsa puntata di Spazio Economia, “La giostra dell’inflazione”, è stato affrontato il tema dell’iperinflazione, mentre oggi, insieme a Roberto Biondini, appassionato di politiche monetarie, si analizzerà il rischio connesso all’ipertrofia della moneta e alla paura che essa è capace di innescare nel sistema bancario internazionale, nell’emotività degli investitori e soprattutto nel ventre molle delle istituzioni. 

La volta scorsa abbiamo analizzato gli effetti e le cause di un’iperinflazione, giungendo alla conclusione che una corsa folle dei prezzi è un male dal quale ogni economia cerca di proteggersi. Ma esistono dei rischi anche nell’imporre una staticità dell’inflazione? E quali possono essere?

In linea di massima, un’inflazione bassa è sempre meglio di una che viaggia a doppia cifra, ma a patto che non si raggiungano mai valori prossimi allo zero, o addirittura negativi. In questi casi, infatti, ci si ritrova a dover affrontare le insidie della deflazione, i cui effetti possono essere deleteri quanto quelli dell’iperinflazione. D’altronde, deflazione significa che i prezzi di domani saranno più bassi di quelli di oggi e tanto basta per innescare spirali pericolose, perché nessuno, o quasi, sarebbe disposto a comprare un bene nell’immediato sapendo che quello stesso prodotto domani costerà meno. Ad esempio, in regime di deflazione, un’auto che oggi costa 15.000€, tra un mese potrebbe costarne 14.000€ e tale fenomeno sarebbe così sia per il settore dell’automotive, che per il mondo economico nel suo insieme. In altre parole, la deflazione fa si che ogni potenziale acquirente scelga di rinunciare all’uovo oggi, la macchina da 15.000€, per la gallina di domani, ovvero la stessa autovettura ribassata sino a prezzi sottocosto (magari 12.000€). Ed il risultato di questa e di altre spirali deflazionistiche è che nessuno sarebbe più disposto a comprare nulla, creando così un  blocco dell’economia: diminuzione della produzione, chiusura delle fabbriche, ascesa della disoccupazione e calo dei consumi, nonché dei prezzi. In una parola: crisi.  

Questo scenario ricorda molto quello attuale. Con la pandemia che ha di fatto bloccato interi settori dell’economia reale che erano sani, producendo così miseria e disoccupazione. Ma che cosa scatena la deflazione?

Essendo un fenomeno multifattoriale, non esiste un unico elemento scatenante, ma ci sono dei campanelli d’allarme ai quali prestare attenzione. Ad esempio, come hai evidenziato anche tu, la crisi economica o finanziaria possono condurre l’inflazione in un territorio negativo e “La Grande Recessione del 2008” è un ottimo caso partico. All’inizio degli anni 2000, i tassi d’interesse nominali erano molto bassi, più del dovuto, ma allo stesso tempo l’inflazione era stabile, perché l’innovazione tecnologica e la globalizzazione avevano abbassato i costi e con essi i prezzi. Di conseguenza le banche centrali non erano molto preoccupate dal dover intervenire sui tassi, anche se di loro competenza e decisamente bassi, perché l’inflazione era stabile.

Come sappiamo, però, tassi d’interesse bassi provocano più investimenti, in virtù di un più basso costo del denaro. Allo stesso tempo, è vero anche che i tassi d’interesse bassi creano poca ricchezza per chi investe i soldi in obbligazioni, così gli investitori hanno iniziato a impiegare i propri averi in mercati che garantivano più remunerazione, sopportando però anche un rischio più alto di perdere tutto. D’altronde è raro che a un alto margine di profitto corrisponda un rischio basso e quindi più si desidera ottenere, più è necessario rischiare e per questo molti investitori hanno scelto il mercato azionario. Tra i diversi investimenti ad alto rendimento che esso proponeva, in molti furono tentati dal mercato di mutui delle case di scarsa sicurezza: i famigerati mutui subprime. Erano mutui fatti a persone che avevano scarse garanzie di restituire il prestito, magari con un lavoro precario o con un tenore di vita ben al di sopra delle proprie possibilità. 

Effettivamente, la politica dei mutui di quegli anni era fuori controllo, anche in Italia era prassi elargire mutui a tasso variabile ben superiori al valore nominale dell’immobile, con prestiti che consentivano di comprare la casa, i mobili e persino una macchina nuova. Ma perché andava di moda questo modus operandi?

Perché il prezzo delle case di quei tempi era talmente in crescita che se anche i debitori non avessero onorato il loro debito, gli investitori avrebbero comunque potuto rivendere l’immobile ad un prezzo elevato, coprendo così del tutto, o almeno in gran parte, le perdite. In poche parole: ti ho prestato 100 euro per permetterti di comprarti un bene, in un anno me li devi ridare indietro insieme a 10 euro di interessi. Non mi ridai i soldi? Benissimo, allora vendo il bene che hai per mio conto, il quale da quando lo hai comprato ha aumentato il suo valore e con molta probabilità mi permette di evitare la perdita dovuta al tuo mancato pagamento, anzi, forse ci guadagno pure!

Di fatto c’era un’eccessiva fiducia nell’ascesa del mercato immobiliare, associata ad una scarsa conoscenza dei prodotti finanziari e alla ricerca di guadagni altissimi e immediati a fronte di rischi forse maggiori: la ricetta per una tempesta perfetta. Non importava più se i debitori fossero insolventi, tanto ci avrebbe pensato il mercato azionario ad evitare le perdite. Nacquero così i titoli tossici e quelli junk, senza che nessuno prestasse più attenzione alla bolla che stava via via crescendo e che di lì a poco sarebbe esplosa. 

Certo l’avidità, come ha recentemente ricordato anche Boris Johnson, è spesso ritenuta l’alleata del successo, ma questa è una lettura molto superficiale della “La ricchezza delle nazioni” di Smith. Come mai la Sec e gli altri enti preposti a controbilanciare non hanno cercato di porre un freno all’avidità?

Si, purtroppo è vero. La regolamentazione del mercato finanziario era ridotta rispetto ad oggi e quindi non ha posto alcun argine al tonfo che molti investitori avrebbero affrontato da lì a poco. In aggiunta negli USA, all’epoca, era stata abrogata una legge che vietava alle banche tradizionali, quelle che tendono a fare investimenti meno rischiosi, di svolgere il ruolo delle banche d’investimento, di solito più spregiudicate. La legge eliminata era stata varata dopo la crisi del’ 29 e a toglierla di mezzo era stata l’amministrazione Clinton, negli anni ’90, sotto la pressione della finanza di allora. Senza questa legge, molte banche iniziarono a fare investimenti più rischiosi per guadagnarci di più, trascinando moltitudini di investitori sul picco più alto della giostra dell’inflazione, incuranti della legge di gravità che da lì a poco li avrebbe trascinati nel baratro.

Insomma, i titoli tossici iniziarono a girare, come se niente fosse, anche nelle banche tradizionali, quelle in cui si portavano i risparmi per i momenti di magra e non certo per scommettere tutto sulle montagne russe del mercato. Ma ad un certo punto la bolla scoppiò, troppe persone non riuscirono più a ripagare il mutuo e di conseguenza migliaia di case iniziarono ad affollare il mercato immobiliare innescando così la legge della domanda e dell’offerta. L’eccesso di offerta fece diminuire i prezzi delle case e di rimbalzo generò perdite per gli investitori e per le banche che vi avevano investito sopra. Tra quest’ultime, il caso di Lehman Brothers nel 2008 ha fatto scuola, decretando la fine di una delle banche d’investimento ritenute più solide sul mercato.

Se non ricordo male, all’epoca in molti, soprattutto tra i senatori repubblicani, credevano che lasciare al mercato la scelta tra chi salvare e chi affossare sarebbe stata una cosa saggia…

Effettivamente, secondo alcuni, una volta fallita Lehman altre avrebbero seguito la sua sorte, ma pur sempre in numero insufficiente da provocare una crisi di sistema. Il motto era “chi aveva troppo debito tossico falliva, chi non lo aveva rimaneva a galla”, una sorta di darwinismo economico. La vita sarebbe andata avanti. Vi erano però due grandi problemi di fondo. 

Il primo è che una volta fallita Lehman, le banche iniziarono a non fidarsi più l’una delle altre e bisogna sapere che queste si passano tra di loro soldi in continuazione, anche giornalmente. E tale movimentazione di capitali, direttamente ed indirettamente, spinge in avanti l’economia. Se le banche smettessero, anche oggi stesso, di far girare questo denaro per paura che i titoli scambiati nascondano in realtà delle grane grosse, nel migliore dei casi, esse giungerebbero presto a chiedere un tasso d’interesse altissimo sui prestiti concessi, anche ai normali cittadini, come garanzia. Tuttavia, se i requisiti per un prestito fossero onerosi, sempre meno gente ne richiederebbe l’ausilio e nel giro di poco tempo l’economia intera si fermerebbe, esattamente com’è accaduto nel 2008. Generando così tutti gli effetti della spirale di deflazione: investimenti a rilento, scarsa produzione, aumento della disoccupazione, discesa dei consumi e infine crollo dei prezzi

Secondo, soprattutto in Europa, durante la Grande Crisi, gli stati nazionali iniziarono ad accollarsi i crediti deteriorati delle banche, per evitare che esse potessero fallire (bail-out). Questo procedimento, però, ha fatto aumentare, e di molto, il debito pubblico di alcuni Paesi, i quali avevano già un disavanzo importante (in particolare i PIIGS: Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna), rendendo più difficile l’emissione di nuovi btp nel mercato a tassi d’interesse contenuti (se hai tanto debito, emetterne del nuovo costa di più). E come se non bastasse, l’aumento dei tassi d’interesse sul debito pubblico rese quello già detenuto dalle banche in salvataggio dallo Stato ancora più costoso da mantenere, rendendo le banche ancora meno solvibili agli occhi del mercato. Una spirale pericolosa. 

In altre parole, sia la strategia del laissez-fair del mercato, sia quella dell’intervento statale, non fecero altro che far andare in picchiata la giostra dell’inflazione. Col risultato che non solo il mercato interbancario era in stallo, ma per diversi Paesi l’unica destinazione profilata all’orizzonte sembrava quella della bancarotta. 

In Europa lo Spread spaventava e il futuro della Grecia sembrava investire tutti gli stati membri, Paesi frugali compresi. Tuttavia, uscimmo dalla fossa della deflazione, ma come?

Uscire dalla deflazione non è facile, ci sono Stati, come il Giappone ad esempio, che non riescono ad uscirne da decenni. La FED americana, d’altra parte, ha messo in moto un coordinamento capace di risollevare l’inflazione e di evitare troppi fallimenti bancari, che in questa sede non affronteremo per questioni di tempo.

Prima di tutto, per uscire occorre mischiare i sentimentalismi ad una vera teoria economica, serve quindi che ci sia fiducia tra gli attori che popolano il mercato. C’è, infatti, chi ipotizza che se le banche, durante la Grande Crisi, avessero avuto più fiducia, forse il blocco dell’economia non si sarebbe neppure presentato. 

E come può essere immessa questa fiducia nell’economia? 

Ci vuole un connubio di forze, quindi una politica monetaria e delle riforme fiscali espansive, il tutto incorniciato in una nuova regolamentazione più solida per il comparto bancario, con l’obiettivo di evitare gli errori dell’ultima volta. Ecco, che in questo caso l’entrata in campo di un personaggio come Mario Draghi ha fatto la differenza. Ma per affrontare questo argomento occorre più tempo ed, effettivamente, Mario Draghi ne merita parecchio.

La storia della deflazione è un miscuglio di avidità, di mancanza di controllo e di eccessiva fiducia nei mercati, e quindi di abilità del giostraio di bloccare tutto un attimo prima del precipizio. Ma la giostra dell’inflazione non conosce giostraio e segue solo la natura umana, per definizione incapace di affrontare la paura della propria ombra. Ma come disse Roosevelt, solo affrontando quest’ultima, con coraggio, è possibile uscire dalla crisi della deflazione e ricostruire così ciò che è andato perduto. Una lezione questa, che come quella della legge di gravità, fatica ad essere appresa dall’essere umano ed è per questo che si ripresenta con insistenza.

Roberto Biondini e Claudio Dolci

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