Migrare è un po’ morire

Per più di un anno Sars-Cov2 si è imposto su tutto, lasciando sullo sfondo quei nodi che da anni le istituzioni europee e nazionali preferiscono procrastinare a un non meglio specificato “domani”. Tra questi, in ordine sparso, vi rientrano il rapporto tra Stati e Parlamento europeo, tra democrazia e dittatura, tra sviluppo e tutela dell’ambiente, tra garantiti e non, e via discorrendo, in un elenco a metà strada tra una lista delle “cose da fare” e i “buoni intenti” per l’anno venturo. Tuttavia, ci sono tematiche che, per via della loro trasversalità, riescono a infilzare come uno spiedino ognuna di queste annose questioni riportando la politica e i mass media ad affrontare la realtà: come nel caso dei fenomeni migratori, che durante la pandemia sono rimasti in un cono d’ombra, per poi riesplodere, come ogni anno, sempre nello stesso periodo, ricordando a tutti noi che oltre ai saltafila e quelli che non arrivano a fine mese, ci sono anche quelli che muoiono in mare o in un centro di detenzione libico, nel tentativo di scappare da guerre e miserie che l’Occidente sembra aver dimenticato esistere.

Sono gli ultimi della lista, ma sono anche quelli disposti ad attraversare una Libia in balia del neo-colonialismo di Russia e Turchia, intente a fronteggiarsi a suon di mercenari e vaccini, per poter raggiungere un gommone fatiscente ed intraprendere così una traversata dagli esiti incerti. Un viaggio che, quando va bene, finisce per condurli a raccogliere frutta e verdura per qualche spicciolo, vivendo in baracche, senza assistenza sanitaria e diritti; e che quando va male, invece, li riporta in Libia, in campi di detenzione che ricordano quelli dove oggi sono confinati gli Uiguri. Ovviamente ci sono anche quelli che riescono ad ottenere un permesso di soggiorno e che vengono riconosciuti come rifugiati, ma hanno anche loro attraversato le forche caudine dei gommoni e dei campi di detenzione. E tutto ciò si consuma a poco meno di 300 km, in linea d’aria, da Lampedusa, in quella striscia di mare che, come riportato dal numero di Limes di febbraio, separa Ordolandia da Caoslandia. Un confine immaginario, ma che nei fatti distingue quei luoghi del mondo divorati dalle guerre da quelli che ne sono privi, o che preferiscono combatterle “altrove”. In tutto questo la Libia funge da gate d’uscita dall’Africa, un altro è in Turchia, mentre l’Italia, invece, anche per la sua conformazione territoriale, funge da gate d’ingresso per l’Europa.

Ed è anche per questo che il neo Presidente del Consiglio Draghi ha scelto di inaugurare le sue visite all’estero proprio partendo da Tripoli, per poi scagliarsi contro Erdogan, e richiedendo così agli alleati oltre Oceano, per l’ennesima volta, di occuparsi di un problema che in realtà si consuma alla prima periferia d’Europa. Ma perché si è giunti a questa situazione, in cui si preferisce finanziare chi blocca e riporta i migranti in Africa, piuttosto che accogliere chi fugge da guerre e miserie? Le risposte sono almeno tre.

La prima riguarda l’accordo di Dublino, che, come ricorda Luca Gambardella, in un’approfondita analisi sul Il Foglio, “scarica tutti gli oneri dell’accoglienza sui Paesi d’arrivo dei richiedenti asilo”. In breve, se i migranti arrivano in Italia, o in Grecia, sono questi due Paesi a doverli gestire, a prescindere dalla volontà di chi emigra e dalle possibilità di chi gli accoglie. Si ricama spesso su termini quali “solidarietà”, “risposte efficaci e durature”, “corridoi umanitari”, ma nei fatti l’accordo di Dublino permane, mentre il resto funge da specchietto per le allodole. D’altronde l’Europa, dopo aver addestrato per anni, grazie alla missione Sophia, i marinai della guardia costiera libica, insegnando loro il rispetto dei diritti umani, ha interrotto questa collaborazione, per passare alla missione Irini, che, come ricorda l’ammiraglio Fabio Agostini dalle colonne del Corriere della Sera: “purtroppo Irini non ha più il compito di addestrali – riferito ai guardiacoste e marinai libici – come invece prima faceva Sophia e continua a fare l’Italia”. E alla domanda di Lorenzo Cremonesi, “quanti sono i guardiacoste addestrati dall’Europa”, la risposta dell’ammiraglio è “direi circa la metà di tutte le forze libiche in mare”; degli altri nessuno garantisce, anche perché in parte sono addestrati dai turchi e in più ci sono i miliziani della Cirenaica, che dai traffici di esseri umani ci guadagnano, sia attraverso l’attracco in Italia, sia con la detenzione in Libia. Sul fronte europeo quindi, ci sono alcuni Paesi, come Francia, Italia, Grecia, Spagna e Germania che affrontano la questione, per ragioni per lo più geografiche, seppur con misure differenti, e altri invece, che costruiscono muri e vi si trincerano dietro, come l’Ungheria di Orban.

E si arriva così alla seconda risposta. I migranti sono sì persone, ma per alcuni politici rappresentano soprattutto un simbolo, quello del capro espiatorio, attorno cui costruire imponenti campagne elettorali e mediatiche senza sosta e senza alcun rischio, visto che l’acclamato processo sul caso Gregoretti sembra essersi già arenato in un “non luogo a procedere”. D’altronde Salvini ha seguito le orme del suo predecessore e che ora sono portate avanti da Lamorgese stessa: in Italia non si sbarca. La memoria storica, riportata nell’articolo di Gambardella, infatti ci racconta come fu il governo Gentiloni, per mano di Minniti, a concludere l’accordo coi libici ed articolare un progetto in due fasi: la prima prevedeva il finanziamento ed addestramento della guardia costiera libica e la seconda, mai attuata, riguardava la gestione a terra dei migranti. Con Salvini e Lamorgese, invece, la strategia è stata quella di bloccare le Ong il più possibile, con fermi amministrativi di ogni sorta. L’ultimo? La nave Alan Kurdi è rimasta bloccata, nel porto di Olbia, dal 9 di ottobre al 9 di aprile, “per gli adeguamenti necessari al ripristino in condizioni di sicurezza della sua attività di navigazione”. Di fatto, come riporta Giansandro Merli, sul Manifesto, “l’Italia – alle Ong – contesta, attraverso i controlli dello Stato di approdo, che il certificato di classe “cargo” non corrisponda alle sistematiche attività di ricerca e soccorso”. In breve, si è passati dal soccorre i migranti e assicurare gli scafisti alla giustizia, con la missione Mare Nostrum, a rendere più efficiente la guardia costiera libica nell’intercettare le navi in partenza della costa; e, a delegare alle Ong l’attività di salvataggio, per poi bloccarle con fermi amministrativi. In tutto questo, si è svolto un lungo braccio di ferro tra Sud e Nord Europa, con missioni che hanno cambiato nome e, purtroppo, anche funzione, e trattati che in teoria dovrebbero cambiare, ma che nei fatti restano quel che sono. L’effetto di queste politiche è che già Minniti riuscì a bloccare il flusso di migranti dell’80%, tra il 2017 e il 2018, e nel corso degli ultimi anni, gli arrivi sono effettivamente diminuiti ancora; il 2020, ad esempio, segna 95.000 sbarchi, quindi il 33% in meno rispetto al 2018. Tuttavia, se si leggono meglio i numeri, ci si accorge che nel 2021, nel solo Mediterraneo centrale, sono morte 78 persone, ci sono stati 159 dispersi e sono stati riportati in Libia 6.071 migranti: dove? In un luogo che non compete all’Europa e di cui non ci si cura troppo.

Certo, questo è uno dei due scenari dell’emigrazione; ma chi invece ce la fa? Chi raggiunge l’Italia, che fine fa? E si giunge così alla terza risposta. La sanatoria voluta dall’ex ministra Bellanova, infatti, è purtroppo naufragata in un misero 5%. È questo il numero delle domande, che a causa di compromessi e una burocrazia ingessata, ha di fatto tagliato fuori quelle categorie che voleva riconoscere: edili e braccianti. Come spiega Goffredo Buccini, dalle colonne del Corriere della Sera, “a fronte di 207.000 domande inoltrate dal datore di lavoro per far emergere un rapporto irregolare e instaurarne uno nuovo con un cittadino straniero, erano stati rilasciati – al 31 dicembre 2020 – appena 1.480 permessi di soggiorno”. E al 16 di febbraio, solo il 5% delle domande ha raggiunto la fase conclusiva. Dei 650/600 mila invisibili stimati in Italia, solo 207 mila hanno fatto domanda e solo un 5%, dall’estate del 2020 al 16 di febbraio 2021, sta finalmente accedendo all’agognato permesso di soggiorno. La delusione di questa vicenda, che finisce per legarsi alla malta delle nostre case e al cibo che portiamo in tavola ogni giorno, è accresciuta dal fatto che a far tornare alla ribalta il tema dei migranti, sia stata un’inchiesta che riguarda le intercettazioni giornalistiche.

Una vicenda ben documentata da Domani e che rivela come ben 33 giornalisti fossero intercettati dalla magistratura e da quello che Enrico Fierro, sempre sulle colonne di Domani, definisce il metodo Trapani: “inchieste che durano anni, migliaia di intercettazioni, milioni di parole, moltissime senza alcuna importanza ai fini dell’inchiesta, alla lettura addirittura superflue se non proprio del tutto inutili”. Lo scopo? “scoprire quella che il Giornale ha definito in un titolo “la superlobby buonista che ci riempie di immigrati””. C’è poi chi, come Piercamillo Davigo, di fronte alle intercettazioni, scrive sul Fatto “purtroppo le leggi ad personam hanno fatto venire a tanti in Italia la voglia di avere uno status speciale […] bisognerebbe, però, ogni tanto ricordare che l’art. 3 della Costituzione dice che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge”. L’aspetto più singolare di questa polemica, al di là del giudizio sulle affermazioni delle parti in causa, è che dimostra l’attenzione al fenomeno migratorio per quanto concerne il ruolo dei mass media e quello svolto dalle Ong. Tuttavia, resta sullo sfondo ciò che accade davvero in Libia e in tutti quei conflitti che popolano Caoslandia.

In tutto questo, la pandemia non ha fatto altro che rendere ancora più evidenti i limiti di una strategia frammentaria, esaltando il ruolo della geopolitica e il fatto che l’Europa, per com’è concepita oggi, è impossibilitata nel risolvere questo genere di problemi. Dai vaccini all’immigrazione, così come per l’ambiente, la logica di fondo è sempre la stessa: si “consiglia”, o si “impone”, ma pur sempre sulla carta, una linea comune, e poi ognuno sceglie, in cuor suo che fare. Si è visto con il parere dell’Ema sulla vicenda AstraZeneca e sul progetto della decarbonizzazione per il 2050, così come sul tema della “solidarietà” per la ridistribuzione dei migranti. È tempo che si riformi l’Europa su qualcosa di più rispetto al libero scambio e alla moneta comune, perché sulle questioni che riguardano gli esseri umani, i soldi rappresentano solo una della variabili in gioco, e nella maggioranza dei casi, neppure quella più influente.

Claudio Dolci

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