In balia della post-verità

“Sei favorevole o contrario? Sei con o contro di me?” Sono questi i dilemmi che oggi assillano la politica, così come tutta la società contemporanea. E che trovano in personaggi pubblici o nel tema del giorno dei simboli attraverso cui acquisire un corpo da poter colpire con tutta la rabbia che si ha dentro. Tre esempi veloci? Cancel culture, Ddl Zan e la “censura” Rai nei confronti di Fedez. Il modus operandi è sempre lo stesso: se non la pensi come me vuol dire che siamo nemici, che la tua parola non vale niente e che quindi ti posso distruggere, disumanizzare e ridurre a uno slogan o all’ennesimo stereotipo da bar: hai capito boomer?

“Il 90% delle persone che combattono a spada tratta la cancel culture o il politically correct è solo perché adesso non si sentono più tranquille a dare del n***o o del f****o a qualcuno”. Questo è solo uno dei commenti, e per altro neppure il più feroce, che Enrico Mentana si è visto recapitare sulla propria bacheca Facebook per aver paragonato la cancel culture al nazismo. Addirittura, in un lungo articolo a firma di Fabio Avallone, per Valigia Blu (https://www.valigiablu.it/cancel-culture-origini-italia/), egli si domanda “a che gioco stanno giocando i commentatori, i direttori di giornale e gli editorialisti che evocano di continuo, da un anno a questa parte, la cancel culture?”. Nel suo articolo, infatti, Avallone smonta passo per passo molti dei miti associati al concetto di cancel culture, suggerendo inoltre come i media italiani abbiano distorto l’originario termine anglosassone, adottandone una rielaborazione frutto della destra americana. Ed in questo modo Mentana, oltre a ricevere simpatici commenti, è passato anche per quello che porta avanti idee retrograde e reazionarie, tanto da meritarsi anche la celebre frase ok boomer.

Una sorte simile, questa volta sul Ddl Zan, è toccata anche a Carlo Calenda, il quale ha ammesso di essere “stato lapidato come omofobo, odiatore” (https://www.la7.it/omnibus/video/ddl-zan-carlo-calenda-sono-stato-lapidato-per-unopinione-lo-voto-ma-vorrei-un-dibattito-civile-27-04-2021-377577): il suo crimine? Aver detto che avrebbe votato il Ddl, ma allo stesso tempo che gli sarebbe piaciuto confrontarsi con chi la pensava diversamente da lui. Mai crimine fu più efferato. E dire che pure il noto giurista Michele Ainis, dalle colonne di Repubblica si pone qualche dubbio sul Ddl (https://rep.repubblica.it/pwa/commento/2021/05/11/news/il_disegno_di_legge_zan-300474652/). D’altronde, scrive Ainis, “anziché dire “è vietato insultare il prossimo”, si preferisce elencare gli insulti – i neri, gli ebrei, e poi i gay, i trans, le donne, i disabili. Anche a costo di gonfiare a dismisura il diritto penale, come se 35 mila fattispecie di reato – già in vigore per gli accidenti più svariati – in Italia non fossero abbastanza”. Ed in modo analogo, anche Claudio Cerasa, in un articolo uscito il 3 maggio sul Foglio, suggerisce una riflessione simile a quella di Ainis e racconta come persino Zan stesso abbia dichiarato “la legge serve a instillare nelle persone un atteggiamento di prudenza”. Ma quindi perché è si è giunti a una legge?

Per capirlo può valer la pena unire a questi fatti alla polemica tra la Rai e Fedez, con quest’ultimo che accusa l’emittente televisiva di averlo censurato, telefonata fumante alla mano. Tuttavia, come ricostruirà poi Daniele Luttazzi sulle colonne del Fatto (https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2021/05/13/fedez-la-rai-la-censura-e-il-soccorso-reazionario-di-intellettuali-e-artisti/6196256/), è stato dapprima il rapper ad aver gridato al lupo al lupo quando questo non c’era e ad aver commesso poi un altro errore fatale: “ha tagliato qua e là il video per riassumerlo, ottenendo un effetto enfatico che nell’audio originale non c’era” (https://www.ilpost.it/2021/05/03/fedez-primo-maggio-ddl-zan/). E come in una fiaba alla fine il lupo è arrivato per davvero, perché Fedez è stato attaccato dai più con argomentazioni che nulla avevano a che vedere con il suo intervento al concerto del primo maggio e in un batter d’occhi si è ritrovato nella stessa situazione di un Calenda o un Mentana qualunque, ovvero alla gogna pubblica per direttissima.

Questi tre episodi possono apparire tra loro scollegati, eppure, se presi nel loro insieme, sono la dimostrazione dell’esistenza di un clima di tensione in cui imperversa una perenne caccia al nemico, accusato a vario titolo di essere a volte un censore, un omofobo o un boomer. Ed è attorno a questa conflittualità che nasce il bisogno di acquisire delle parole (come nel caso descritto da Avallone), così come la necessità di adottare argomentazioni feroci che distruggano chi la pensa diversamente (come descritto da Cerasa, Ainis e Luttazzi). D’altronde, ed ammesso e non concesso che il termine cancel culture sia davvero stato frainteso, come suggerisce Avallone, la critica e il dibattito che oggi avvolgono certi temi finiscono spesso per adottare strumenti d’aggressione come quelli ben documentati nei commenti ricevuti da Mentana, da Calenda e dallo stesso Fedez. Poiché in fondo, il fine, o sarebbe meglio dire lo schema, è sempre lo stesso: accusare di censura e censurare, creare leggi contro la discriminazione per poi discriminare, ed infine insultare chi insulta. Facendo si che a vincere siano quasi esclusivamente gli odiatori seriali e chi li addomestica per i propri scopi.  

Claudio Dolci

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