Tassa di successione e dote ai giovani: alcuni ragionevoli dubbi

La proposta di Letta della tassa sulle successioni, sopra i 5 milioni di euro, con lo scopo di redistribuire il gettito ai diciottenni, sotto forma di dote da 10.000€, ci riporta alla mente le vicende di Robin Hood che ruba ai ricchi per dare ai poveri: e quindi, implicitamente, a una separazione netta tra i cattivi, quelli che i soldi ce li hanno, e i buoni, ovvero i giovani sfruttati e squattrinati. Uno schema questo, ben consolidato nella narrazione politica di ogni epoca e tempo, declinato poi in una lotta feroce tra favorevoli al libero mercato e promotori dell’intervento statale. E sin qui di novità ve ne sono pochissime, perché anche il rispolvero delle ragioni di questo antico conflitto per identificarsi chiaramente con uno dei due schieramenti in campo è di fatto un cliché sfoggiato tanto a destra, quanto a sinistra (come in questo caso). Tuttavia, ci sono almeno tre ragioni per riflettere su questa vicenda. La prima è che l’attuale sistema economico continua a produrre disuguaglianze divenute inaccettabili, tanto che persino Biden, che socialista non è, ha proposto una tassa globale per finanziare il suo rilancio del Paese. La seconda, più locale, è che in Italia l’imposta sulle successioni oscilla tra un 4% e un’8%, mentre negli altri Paesi europei il tetto massimo è ben più elevato (Francia 45%, Germania 30% e Regno Unito 40%, per citarne alcuni). La terza questione, invece, riguarda le finalità della tassa: a che serve staccare un assegno di 10.000€ da dare a chi compie 18 anni? Perché non migliorare il welfare, la formazione, i tirocini all’estero, il salario d’ingresso nel mondo del lavoro e altre misure rivolte a un accompagnamento dei giovani, piuttosto che fornirgli un gettone una tantum? Per queste e altre ragioni ha senso discutere su questi temi lasciando da parte l’ormai arcinota contrapposizione tra libero mercato e stato assistenzialista, e domandarsi invece come bilanciare il divario tra chi ha e chi no, tra avvantaggiati e svantaggiati, altrimenti tutti i discorsi sulla meritocrazia hanno poco, se non nessun, senso. Se infatti è vero che tutti partecipiamo alla stessa gara, è vero anche che c’è chi inizia a un passo dal traguardo e chi da resta bloccato all’inizio del tracciato, anzi, dalla condizione di casa propria.

Claudio Dolci

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