Federico Caffè

Ci sono pensatori che, conclusa la loro stagione, finiscono per diventare semplicemente altra sabbia nella clessidra del tempo, mentre ve ne sono altri il cui genio è capace di invertire questa sequenza, acquisendo persino maggior rilievo dopo la propria dipartita; e questo è il caso di Federico Caffè. In vita ha ricoperto ruoli degni di lode, al fianco di Ruini e del governo Parri (quello della ricostruzione), poi alla Banca d’Italia e infine, si fa per dire, l’insegnamento universitario attraverso cui Caffè poteva infondere tutta la sua esperienza a giovani studiosi (tra cui l’attuale Presidente del Consiglio, Mario Draghi). D’altro canto, all’epoca erano ben pochi a conoscere bene l’inglese ed ancor meno quelli disposti a prendersi la briga di spulciare la bibliografia economica anglosassone alla ricerca dei puntini sulle i. Ecco lui l’ha fatto. Ha studiato, tradotto e importato nel nostro Paese alcuni dei più grandi pensatori del tempo e ai quali dobbiamo l’attuale concezione del sistema economico. Giusto per fare dei nomi: Pigou, Arrow, Chamberlin, Rothschild, Keynes, Schumpeter, Zeuthen, Johnson, Shackle, Simon, Leontief, Phelps Brown, Worswick, Kalecki, Tinbergen e Friedman.

Sin qui, la sua è una storia di successi, ma allo stesso tempo anche una parabola discendente a tratti misteriosa. Già, perché più Caffè studiava la materia economica ed analizzava le decisioni politiche del suo tempo, più sentiva l’esigenza di intervenire nel dibattito con aspre critiche, che colpivano indifferentemente destra e sinistra (ed ovviamente anche l’allora DC). Nel “La solitudine del riformista” (opera postuma), ad esempio, ci sono passaggi in cui Caffè descrive il disavanzo della bilancia dei pagamenti e invita il lettore, quanto il politico, a rifuggire da facili conclusioni, come potrebbe essere quella di accusare semplicemente il costo del lavoro, e di guardare invece al dumping attuato degli altri Paesi. Un problema, quello della concorrenza sleale, più che mai attuale anche oggi, anzi, forse persino più accentuato rispetto al passato. In un altro articolo, scritto per la rivista MicroMega e ripubblicato per il trentacinquesimo anniversario della stessa, Caffè parla di come i bisogni delle classi più disagiate siano ridotti a numeri e non più riconducibili ad aspetti umani e denuncia l’ottimismo per livelli di crescita determinati da idiosincrasie pressoché irripetibili. Ma è nel suo ultimo saggio, “In difesa del welfare state”, che emerge con più vigore la critica nei confronti della situazione economica e di quella politica del suo tempo. Vengono, infatti, destrutturati ed analizzati concetti come quello della mano invisibile, il tema delle pensioni (ovviamente del welfare), ma anche i limiti delle teorie elaborate da Keynes (di cui, in buona parte, egli stesso era consapevole).

Presi nel loro, questi contributi restituiscono l’immagine di un economista più stile Mazzucato che Puglisi, e dall’animo intellettuale vivace. In realtà, se si accetta di leggere Caffè nella sua interezza, evitando quindi di estrapolare virgolettati qua e là com’è di moda oggi, è davvero possibile trovare la pentola d’oro alla fine dell’arcobaleno. Nei suoi scritti, infatti, c’è la consapevolezza di chi ha compreso che non è necessario stravolgere il mondo per ottenere qualcosa di migliore per tutti, ma basterebbe semplicemente fare le riforme – spesso a costo zero –, prendersi la responsabilità di uscire dagli slogan e dagli stereotipi per affrontare la realtà e infine adottare soluzioni pragmatiche per i problemi delle persone: dal benessere all’occupazione, dai limiti dell’azione statale nell’ambito privato, alle fragilità del libero mercato.  

Ed è dalla constatazione dei limiti di entrambi gli estremi, spesso esemplificati da facili etichette (assistenzialismo/capitalismo, fannulloni/sfruttati, indigenti/furbetti), che il pensiero di Caffè ha incontrato maggiori resistenze ed intrapreso così la sua parabola discendente. Di fatto, cogliere i fallimenti e i vantaggi offerti da questi sistemi di riferimento economico e di policy, gli è costato la disaffezione da parte di entrambi gli schieramenti politici (ed economici), da anni ormai impegnati in lotte dialettiche che assomigliano più che altro a scontri tra bande di strade, in cui complessi ragionamenti vengono ridotti a tweet ad alta digeribilità, quasi omogenizzati con i quali fare tanti proseliti. L’eredità di Caffè, ben esemplificata da questi tre scritti (e soprattutto nel “La solitudine del riformista”), assomiglia invece a un lungo elenco di problemi arcinoti e mai affrontati, di ricette (o sarebbe meglio dire medicine), amare quanto salvifiche, che però vengono costantemente rigettate in favore di magiche promesse. Sarà stato anche per questo, non si sa, che la fine di questo intellettuale dai più invocato è tuttora avvolta dal mistero. Sparì infatti nel nulla, all’età di 73 anni, senza lasciare tracce fatta eccezione per qualche commento in un quaderno, dal quale traspare la delusione per le scelte che erano state compiute in materia di politica economica.

Di fronte a tutto ciò, c’è chi direbbe “perché cercare di insegnare a chi sostituisce la logica all’interesse?” Ecco, Caffè avrebbe risposto con analisi precise quanto forbite, animate da quella passione di chi, come Galileo Galilei, pensava che bastassero prove e ragionevolezza argomentativa a dimostrare il fatto che è la Terra a girare intorno al Sole e non viceversa. Galileo poi abiurò e Caffè sparì nel nulla. Persino oggi, nonostante l’attualità dei suoi saggi e le numerose occasioni in cui viene tirato per la giacchetta nel dibattito pubblico, una volta a favore del libero mercato e l’altra per un equo salario, risulta arduo reperire la sua opera postuma. “La solitudine del riformista” è infatti fuori catalogo. Reperto antico, di un tempo in cui un’idea non era buona solo in virtù dei suoi dati, ma soprattutto, come direbbe Siti, per la volontà dell’autore di ricercare una forma estetica degna di nota; entrambe caratteristiche dello stile di Caffè. Purtroppo però, oggi, come quarant’anni fa, è difficile affrontare quei problemi che denunciava Caffè e per questo ci si limita spesso a ricordalo quale pensatore visionario ed appassionato, ma si fatica a cogliere la sua eredità. Un’eredità destinata a ritornare, perché, come si dice in questi casi, tra affrontare un problema o gestirlo in malo modo c’è solo una differenza, che nel secondo caso si è costretti a tornarci sopra un’altra volta.

Claudio Dolci

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