Il Governo corre e con esso il pragmatismo, ma verso dove?

Draghi è stato definito l’uomo della necessità e il suo arrivo a Palazzo Chigi è stato acclamato da quasi tutti i quotidiani, i quali riconoscono all’ex capo della Bce qualità tecniche e un credito internazionale fuori discussione (eccezion fatta per la Grecia). Eppure qualche voce di dissenso c’è ed esprimerla non sono i soliti nomi noti, ma anche una buona parte di quei giornali, commentatori e intellettuali che prima lo avevano accolto a braccia aperte. A cosa è dovuto questo cambio di narrazione e quali sono le colpe attribuite a Draghi?

Con due differenti articoli, Openpolis ricorda come anche il governo Draghi sia dedito un uso abbondante e non sempre opportuno dei decreti legge. Quest’ultimi, come ha ricordato il Presidente Mattarella, dovrebbero mantenere una certa omogeneità nei contenuti, così come stabilito dalla legge 400 del 1988, ma purtroppo la prassi svela un uso difforme di tale norma. Un esempio? La riforma sulla privacy, portata avanti per scopi nobili, come quello di combattere l’evasione fiscale, non è stata affrontata con una legge ordinaria e quindi attraverso un dibattito parlamentare, ma è finita nel decreto legge per la riapertura delle discoteche e l’esame degli avvocati; e purtroppo non è un caso isolato. Un altro problema dei decreti legge, anch’esso affrontato da Openpolis, coinvolge i famigerati decreti minotauro, che servono per salvare le norme contenute in un decreto legge prima che esso scada e quindi per colmare l’assenza di una sua conversione in legge. Un decreto legge infatti ha a disposizione 60 giorni per essere convertito, ma la prassi odierna è quella di riprendere i contenuti in essi custoditi e riproporli in un altro decreto prima che vadano perduti. In questo modo però, a risentirne è sia il bicameralismo, che si tramuta in monocameralismo di fatto, sia la trasparenza nei confronti del parlamento e dei cittadini, poiché il tempo per il riesame e l’appropriatezza di certe modifiche finiscono per svelare un’assenza di trasparenza che di certo l’urgenza da sola non può giustificare. D’altronde, se tutto diventa urgenza, se ogni provvedimento dev’essere approvato il più velocemente possibile e con il minor numero di passaggi parlamentari, allora a che cosa serve il dibattito? Non basta l’Esecutivo e forse anche solo il presidente del Consiglio? A ragion del vero, Draghi eredita il modello decisionale Contiano e continua, seppur con altro strumento, a perseguirlo, ridimensionando di molto e strapazzando le normali procedure parlamentari. Tuttavia, e a differenza di Conte che prediligeva i Dpcm, coi decreti legge Draghi ha tentato di salvare la faccia e le apparenze del Parlamento, ed inoltre, sin dall’inizio della sua legislatura ha cercato di radunare tutto l’arco parlamentare all’interno dell’esecutivo, così da far sì che almeno tutti i partiti fossero coinvolti nei processi decisionali, ma anche qui si segnalano delle anomalie non trascurabili: una su tutte, l’inserimento della revisione del catasto nella delega fiscale. Come ha ricordato Carlo Cottarelli, su la Stampa, il tema del catasto non era stato incluso dalla commissione finanze della Camera guidata da Luigi Marattin, la quale, proprio grazie a una buona dose di vaghezza era riuscita a mettere d’accordo quasi tutti i partiti che ne avevano preso parte (eccezion fatta per Leu e FdI). Tradotto, se si fosse parlato di dati chiari e forse di catasto non si sarebbe raggiunto l’accordo. Ma non è finita qui, perché, come racconta Cottarelli, la vaghezza del rapporto Marattin era stata la sua forza nel raggiungere un ampio consenso. Ma questa vaghezza si trasforma in debolezza per una legge delega. Infatti, “la legge delega, come sottolineato da Salvini nella sua conferenza stampa, dà al governo carta bianca nella scrittura dei decreti legislativi che il governo dovrà emanare per realizzare la delega entro 12-18 mesi, decreti che dovranno ricevere solo un parere non vincolante dal Parlamento”. Al di là del pensiero di Cottarelli è vero anche che questa revisione del catasto funge per ora solo da fotografia per chi, nel 2026, vorrà metter mano alle tasse sulle case, mentre fino a quella data tutto resterà così com’è; anche se Visco e Tremonti hanno espresso altri pareri. Persino i giuristi, dopo aver ben accolto l’arrivo di Draghi, hanno iniziato a rumoreggiare, indicando come irragionevole la proroga di uno stato d’emergenza che nei fatti non c’è. Tra gli interventi più decisi è bene ricordare quello di Sabino Cassese, che intervistato da De Angelis per l’HuffPost si espresse contro una proroga, il cui epilogo sembra essere fissato per il 31 dicembre.

Ed oltre a queste modalità decisionali, vi è poi tutta una serie di frasi, al limite del tecnopopulismo, e azioni concrete che si sarebbero potute benissimo evitare o quanto meno gestire diversamente. Forse chi ha la memoria corta si sarà già dimenticato il Draghi taumaturgico che offrì il suo braccio alla vaccinazione eterologa per convincere i più che non c’era nulla da temere: “ho più di 70 anni – disse Draghi –, la prima dose di AstraZeneca ha dato una risposta bassa di anticorpi e mi si consiglia di fare l’eterologa, che funziona per me e funziona ancor di più per chi ha meno di 60 e 70 anni”. Peccato che poi questi test per verificare la risposta anticorpale siano rimasti appannaggio di pochi, così come i tamponi gratuiti, ai quali i Parlamentari avranno accesso e gli altri no (come riportato dal settimanale TPI). Esempi come questi mostrano sia la volontà di mostrarsi come tutti gli altri, uguali di fronte alla pandemia, ma rivelano anche una distanza abissale rispetto alle possibilità dei cittadini. Il tentativo stesso di mantenere questi poli all’interno della medesima narrazione è stato il mantra dei 5Stelle, che volevano aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno, e che alla fine sono rimasti con la linguetta in mano. Tra le altre frasi celebri c’è quella sul rapporto tra esecutivo e Parlamento: “il governo va avanti”, a prescindere dalle posizioni di esponenti della maggioranza, e “non è il momento di prendere i soldi ai cittadini ma di darli” parlando di tasse di successione. E il dibattito su quest’ultima proposta, così come quello sul salario minimo, sarebbero dovute rientrare nella riforma fiscale, ma al momento non ci sono; nonostante il recente premio Nobel all’economia attribuito anche a Card. Passando agli eventi, invece, mai era successo che un Presidente del Consiglio venisse accolto con una standing ovation da Confindustria. Un bene o un male? Forse è più un male. Nadia Urbinati, in un editoriale uscito su Domani, ricorda come la preminenza del criterio economico sugli altri sia certamente nell’interesse di Confindustria e del suo presidente, che infatti acclama Draghi come l’uomo della “necessità”, ma come ciò vada a discapito della politica. D’altronde, si sa, ciò che è necessario è per definizione privo di opzioni di scelta e per tanto si impone su tutto il resto, politica e sindacati compresi, come dimostra la fine di Alitalia: una compagnia aerea indispensabile per così tanti governi che nessuno di loro ha avuto la forza di chiuderla (nonostante le ingenti perdite, tra l’altro risanate con finanziamenti che oggi l’UE contesta) e che oggi finisce per restare una bad company a vantaggio della sua erede Ita. Al di là del passato, all’attuale governo è stata concessa la possibilità di fare a meno di 7.700 dipendenti di Alitalia, le cui sorti restano in un limbo.

Di fronte a tutto questo ci sono almeno due domande a cui può aver senso rispondere. Il raggiungimento di un fine “superiore”, com’è il Pnrr, può derubricare le modalità decisionali canoniche sino a scindere l’esecutivo in due gruppi, quello dei tecnici e quello dei politici, che operano su agende differenti? E una volta raggiunto questo scopo “superiore”, chi impedirà al prossimo esecutivo di adottare il medesimo stile decisionale inaugurato da Conte e protratto da Draghi?

Claudio Dolci

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