La Germania? Che ci importa della Germania?

Che succederà dopo le elezioni tedesche del 26 settembre?  Con la consueta miopia i media italiani hanno smesso di parlarne dopo pochi giorni, in media una settimana, dando un’ulteriore dimostrazione dello scarso o nullo interesse dell’italiano medio per la politica estera. Anche quando questa politica si riflette direttamente sulla vita del nostro Paese. E’ il caso della Germania. Ma potremmo dire la stessa cosa della Francia, dell’Europa (intesa come Unione Europea), della Libia o di un qualsiasi Paese del Mediterraneo. Siamo sempre poco reattivi di fronte a eventi che si svolgono all’estero, tradendo un invincibile provincialismo, e non abbiamo ancora compreso quanto invece la geopolitica mondiale ci riguardi, qui e subito, in modo inesorabile

Prima di esaminare le conseguenze delle elezioni tedesche, vediamo perché quello che succede in Germania è così importante. La Germania occupa un posto particolare in Europa, e quello che succede da quelle parti, anche la sua politica interna, riguarda direttamente l’Italia. Più il Nord che il Sud, ma siamo un Paese unico, quello che avviene al Nord in qualche modo riguarda anche il Sud. Vediamo perché. Una mappa recentemente pubblicata su Limes mostrava l’ampiezza della filiera produttiva della Germania, cioè quali sono i territori maggiormente connessi con le produzioni tedesche, che ne dipendono essendo in gran parte suoi fornitori (il caso più eclatante è l’automotive). Una connessione biunivoca, però, perché anche la Germania dipende da loro, dalle loro forniture, dai loro mercati. Per cui ogni cenno di recessione o crisi nella “madrepatria” tedesca si riflette direttamente sul Pil dei territori connessi. Quali sono questi territori? Italia del Nord, Austria e Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, Danimarca e Benelux (Belgio, Olanda e Lussemburgo). Praticamente, quelli che prima della guerra del 14-18 erano gli “imperi centrali”, con qualche stato confinante. E poi dicono che la storia non conta… 

Parliamo di un’area di influenza di oltre duecento milioni di persone, metà dell’Europa a 27, con una potenza economica degna degli USA, seconda solo alla Cina di oggi. Una potenza virtuale, però. Una potenza per il capitale che ci gira attorno, ma non dal punto di vista politico né da quello statistico, ancora bloccato sugli Stati-nazione attuali. Il cuore di questa aggregazione economica senza corrispettivo politico è appunto la Germania. Torniamo quindi alle elezioni. Cosa è successo e cosa potrà succedere? La lettura più superficiale è che hanno vinto i socialisti, dopo tanti anni di declino, e hanno perso i cristiano-democratici, orfani di Angela Merkel. Con la prospettiva di un cancelliere opaco, di una leadership non riconosciuta, come invece era la Merkel, l’elettorato tedesco si è orientato più sui socialisti dell’ex ministro delle finanze Olaf Scholz che sul poco noto presidente del Land Nord Reno-Westfalia Armin Laschet. Ha vinto la sinistra allora? Può darsi. Perché la vittoria di Scholz rischia di essere la classica vittoria di Pirro.

Diciamo per semplificare che quattro partiti si dividono il novanta per cento dei voti, più o meno col venti-venticinque per cento ciascuno, con il partito neonazista AfD fuori dei giochi col restante dieci per cento. Tutti gli osservatori ora prevedono lunghe trattative tra i partiti (oltre ai due principali contendenti ci sono anche i verdi e i liberali), con la prospettiva di mesi di logorante attesa per il nuovo governo. Con la Merkel tuttora in sella “per gli affari correnti”, la Germania si è incamminata su un sentiero difficile per combinare i desideri di partiti incompatibili tra loro come i verdi e i liberali, più che socialisti e cristiano-democratici. Che alla fine potrebbero decidere di riprendere la strada della Grosse Koalition che ha retto la Germania negli ultimi anni. Come dire, un governo di larghe intese che metta tra parentesi le specificità identitarie di socialisti e cristiano-democratici e privilegi l’amministrazione, il buon governo, la continuità.

Prospettiva che, detto per inciso, sarebbe quella più gradita all’Unione Europea come la soluzione ideale per evitare i rischi di una Germania tutta rossa o tutta bianca (definiamo così una coalizione di centro-destra imperniata sui democristiani) che sarebbe in entrambi i casi un ostacolo alle attuali politiche UE. Perché? Se fosse bianca, cioè con una coalizione tra cristiano-democratici e liberali, la Germania si batterebbe certamente per ripristinare nel 2023, quando si tornerà al Patto di Stabilità, il rigore finanziario del Patto originario, senza modifiche. Quindi si metterebbe di traverso alle politiche espansive della Bce e alla modifica del Patto in senso permissivo, come richiesto dai Paesi più indebitati come l’Italia o la Francia (dopo la batosta Covid). L’Unione, in piena attuazione del Next Generation EU, rischierebbe seriamente una frattura interna ancora maggiore tra paesi “spendaccioni” e paesi “frugali”, tra Sud e Nord, con conseguenze sempre più imprevedibili (vedi più avanti, alla voce crisi delle democrazie occidentali).

Se la nuova Germania fosse rossa, con una coalizione tra socialisti e verdi (difficile che comprenda anche la sinistra estrema della Linke), si opporrebbe certamente a una politica di difesa comune europea, all’alternativa alla Nato richiesta da più parti, soprattutto la Francia, dopo l’inopinato ritiro dall’Afghanistan degli Stati Uniti di Biden. Nonostante tutte le buone ragioni di geopolitica portate dalla Francia, che sarà presidente di turno UE nel primo semestre 2022, una Germania tutta di sinistra renderà impossibile una seria politica di difesa europea, con un embrione di esercito comune e una capacità di intervento rapida su teatri operativi mondiali ma di interesse europeo (pensiamo al Sahel, nel cuore dell’Africa). La Francia presidente di turno resterebbe priva di uno dei risultati più ambiti del suo semestre, ma soprattutto l’Unione si troverebbe relegata al rango di potenza inferiore, in balia delle aspirazioni neo-imperialiste della Russia e della schizofrenia isolazionista dei presidenti americani. Se invece alla fine di trattative logoranti e senza sbocco (quindi fra alcuni mesi) si tornasse alla Grande Coalizione tra cristiano-democratici e socialisti, fattibile nei numeri, si confermerebbe uno status quo tutto sommato preferibile all’avventura dell’una o dell’altra coalizione bipolare. Ma non è detto che sarà così.

Cos’altro ci dicono le elezioni tedesche? Ci confermano che in quasi tutti i Paesi occidentali (anche nel Regno Unito e in Francia) non esiste più una coppia di partiti antagonisti che idealmente possano alternarsi al potere. Anche negli USA il bipartitismo repubblicani-democratici è in crisi per l’emergere di candidati indipendenti, di cui Trump è stato l’esempio più clamoroso, e di gruppi di cittadini che si ritrovano più facilmente su Facebook che in un circolo democratico o repubblicano. E che più facilmente si concertano per assaltare il Campidoglio (è successo il 6 Gennaio di quest’anno) che per trovarsi a un comizio dei due partiti storici. Insomma, in tutti i Paesi occidentali la democrazia rappresentativa è in crisi, vota sì e no la metà dei cittadini aventi diritto, e quelli che votano si dividono in tre, quattro o cinque partiti, più o meno del venti per cento ciascuno, tutti opposti l’uno all’altro. Obiezione: ma come si fa a opporsi tra quattro o cinque? Non esisteva una destra contro una sinistra, una volta? Esatto: una volta. Ora tutti sono contro tutti, lo stesso concetto di contratto sociale è in crisi. La gente non sa più perché sta insieme, nello stesso contenitore statuale. Non c’è più l’identità nazionale a tenere insieme lo Stato (che aveva retto dalla Rivoluzione Francese in poi). Non c’è nessuna nuova identità o un collante qualsiasi che tenga insieme una comunità. E non solo in Italia. Dovunque.

Le elezioni tedesche sono l’ennesima conferma di questa tendenza alla frantumazione del consenso, alla conflittualità eretta a carattere dominante della post-post-modernità in cui ci troviamo. Solo che la Germania è sempre riuscita a trovare una soluzione. Con costanza, pervicacia, fiducia nel suo futuro di grande Paese. Ci riuscirà anche questa volta, senza dubbio. Il problema è se ci riusciranno gli altri. E che Europa ne verrà fuori, in una situazione mondiale sempre più instabile e imprevedibile.

Raffaele Raja

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