L’aumento dei prezzi travolge la società del Just in time.

Le temperature si stanno abbassando, segno che l’inverno si avvicina, ma i prezzi dei combustibili, invece, stanno prendendo esattamente la direzione opposta. Il petrolio, ad esempio, è passato dai 40$ al barile di novembre 2020, agli attuali 80$, mentre il prezzo del metano sembra ormai fuori controllo, tanto che i proprietari di auto a metano preferiscono girare a benzina. In questo momento, se esistesse un trofeo per la più veloce manifestazione dell’inflazione nel mercato, allora il rincaro dei prezzi dell’energia lo vincerebbe a mani basse. E se negli scorsi anni gli aumenti erano stati contenuti, oggi invece la fiammata dei prezzi rischia di provocare scottature di secondo e terzo grado a molti consumatori; ma partiamo dal principio.

Negli ultimi anni si è sempre narrata la lotta macroeconomica portata avanti dalle banche centrali e dai governi nazionali per ritrovare e spingere in alto l’inflazione perduta. Un traguardo, quest’ultimo, necessario per contribuire alla produzione, che socialmente si dovrebbe poi riflettere in un aumento dei salari e un miglioramento delle condizioni di vita. Tant’è che da più di dieci anni la BCE inonda di liquidità il sistema per far aumentare la domanda dei beni e spingere di conseguenza la crescita dei prezzi e con essi l’inflazione, verso il traguardo del 2% annuo. Peccato che al momento non solo sia già stato raggiunto questo obiettivo, ma lo si è persino superato e non di poco, perché, complice una congiuntura di eventi, l’inflazione nell’area euro zona sta ora toccando i massimi dal 2008 salendo al 3,4% rispetto al 3% di appena un mese fa. E purtroppo in questo caso l’eccesso rischia di trasformarsi in nemico, piuttosto che in un alleato.

L’inflazione, infatti, può essere sospinta da diversi fattori e presentare quindi un lato più benevolo e uno più malevolo: il primo espressione di una crescita della domanda, mentre il secondo frutto di un calo dell’offerta. Non a caso negli ultimi anni si è sempre spinto l’acceleratore sull’aumento della domanda dei consumatori, quindi per un’inflazione buona, mentre oggi, invece, siamo forse di fronte a quella cattiva. Questo perché l’aumento dei prezzi delle materie prime ha generato un effetto frusta su tutta la produzione dei beni, andando così ad aumentare i costi per le aziende, che a loro volta si sono riflessi in primis sui consumatori finali, attraverso i rincari in fase d’acquisto, e che potenzialmente si potrebbero riflettere nella diminuzione dei salari per i lavoratori o aumento della disoccupazione. D’altronde, se un’impresa vuole continuare a produrre e vendere beni mantenendo gli stessi margini di profitto, pur subendo gli aumenti in fase di produzione, deve aumentare i prezzi e/o ridurre i costi della propria mano d’opera. L’esatto opposto di quello che avremmo con un’inflazione sospinta dell’aumento della domanda, che invece spingerebbe le aziende a produrre di più, assumere e aumentare i salari dei dipendenti. Ed il problema è che questo è forse il fenomeno al quale stiamo andando incontro oggi, ovvero l’aumento dei prezzi a causa di uno shock sull’offerta, viene definito “stagflazione” ed indica un’economia in recessione nella quale i prezzi aumentano.

Ed è proprio l’aumento dei prezzi delle materie prime ad incidere sull’attuale inflazione, come riporta il Sole24ore, infatti, nei prossimi tempi l’energia aumenterà del +29,8%, per la componente elettrica, e del +14,4% per il riscaldamento, che si aggiungerà ai rialzi dei tre mesi precedenti: un +9,9% per l’elettricità e +15,3% per il gas (quest’ultimo, dai minimi per-Covid, ha registrato un’impennata sui mercati italiani pari al 440% – fonte La Repubblica). Un rincaro comunque rivisto a ribasso rispetto a quanto annunciato dal ministro Cingolani, merito dell’intervento governativo che ha sostanzialmente sterilizzato gli aumenti per oltre 3 milioni di nuclei familiari aventi diritto ai bonus di sconto per l’elettricità e per 2,5 milioni che fruiscono del bonus gas. In termini inflazionistici, però, l’aumento del costo energetico, rispetto ad altri fattori e su tasso annuo in rapporto a settembre 2021, segna quota +17,4%, per quanto concerne l’energia, contro il 2,1% del cibo e tabacco e l’1,7% dei beni industriali.

Siamo quindi in stagflazione? È ancora presto per dirlo, anche se l’aumento dei prezzi post-lockdown si sta dimostrando più alto e persistente di quanto molti esperti si aspettassero e legato soprattutto all’offerta; ad esempio, il prezzo delle materie prime nel 2021 è salito in media del 60%, come riportato dal Corriere della sera. Coi produttori di acciaio e chip asiatici (tra cui ovviamente la Cina) che faticano ad evadere gli ordini, i quali sono cresciuti sia per via di un ritorno alla normalità, sia per la spinta indotta dai piani di rilancio nazionali ed extranazionali. Un esempio? Si prenda il superbonus 110 che grazie al decreto semplificazioni ha letteralmente preso il volo facendo segnare aumenti record: +243% per l’acciaio tondo per cemento armato, +128% per il polietilene, +73,8% per il Pvc, +76,1% per il legno di conifere, +25,2% per il bitume e via discorrendo (come riportato dal Sole24Ore). Senza considerare poi la quota di aziende edili che per afferrare una fetta della torta, finanziata con soldi pubblici, con le tasse europee, sta ora affollando la scena: la sola Cassa Edile di Asti, da giugno a settembre di quest’anno ha registrato un aumento degli iscritti pari al 25% (dati forniti da la Stampa).

Ma all’aumentare di questi prezzi non si è ancora palesata una crescita dei salari e la proposta per un salario minimo è entrata ed uscita di scena con estrema rapidità.

Siamo inoltre imprigionati in una serie di colli di bottiglia produttivi e logistici il cui sgorgo si sta accennando solo ora, basti pensare che in 18 mesi il prezzo di un container è aumentato del 600% (come ha dichiarato Ruggerone alla Verità), mentre il Financial Times, con un articolo a cura di Claire Jones, mostra come ora si stia ritornando a costi di spedizione più umani, seppur nettamente superiori rispetto a quelli dell’agosto 2019. E ad aggravare ancora di più la situazione economica, ci si è messa pure la crescente ostilità geopolitica, come ha ricordato sia Dario Fabbri, in un intervento a Omnibus, sia Vladimir Chizhov, le cui affermazioni sono state raccolte in un articolo scritto da Henry Foy e Sam Fleming per il Financial Times. Il riassunto del rappresentate russo all’UE e di Fabbri collimano: se l’Europa continua a trattare in modo ostile il Cremlino, allora è difficile che questo imponga alla compagnia di bandiera Gazprom di aprire i rubinetti. Oltre alle sanzioni inflitte a Mosca per i fatti del Donbass e le agitazioni nel Nord Africa, ad essere oggetto di polemica è anche l’ampliamento di Nord Stream 2; tanto che l’ormai ex-Cancelliera, Angela Merkel, ha di fatto rinunciato all’opzione kill switch sul gasdotto, lasciando così un’eredità pesante al suo successo e all’Europa intera.

Infine, ad incrementare i prezzi dell’energia c’è poi il fattore Green, il quale agisce attraverso un rincaro dei permessi dell’emissione della CO2, che, per quanto marginale, pesa, comunque, per il 20% sull’attuale prezzo del gas.

In questa situazione, dove il confine tra domanda e offerta, così come quello tra politiche nazionali e sovranazionali, impedisce una chiara lettura dei fenomeni, c’è una domanda che assilla gli operatori dei mercati e i leader dei diversi Paesi: questi aumenti della componente energia saranno transitori o perpetui? Molto dipenderà dal futuro green dell’energia, come sottolineato da Massimo Bello (Wekiwi), presidente dell’associazione dei grossisti e trader dell’energia Aiget: “tra le voci di rincaro, la forte impennata del costo della CO2 non è un fenomeno transitorio e rischia di diventare strutturale. Difficile dire come contenere i prezzi; ed è un problema europeo, non italiano. Bisogna intervenire nella concentrazione e poca concorrenza delle materie prime? Nella struttura della formazione del costo della CO2? Nel creare nuova capacità? Nel favorire contratti pluriennali?”.

A conti fatti, l’attuale fiammata inflazionistica può essere scomposta in due componenti, la prima legata alla domanda e la seconda all’offerta. Partendo dalla prima, durante i vari lockdown la domanda di beni era calata, le imprese avevano lavorato meno e il mercato energetico aveva subito una contrazione. Successivamente, con le riaperture e le riforme varate dai vari governi del mondo è ripartita la domanda, la quale, si è scontrata con le ragioni dell’offerta: blocco del gas russo (geopolitica), aumenti dei prezzi dovuti ai piani Green (climate-change), indolenza dei governi verso l’adozione di piani energetici svincolati da risorse fossili (politiche nazionali) e speculazione dei mercati. Oggi, la fretta nel ripartire e nel dover cambiare modello d’approvvigionamento energetico sta rendendo difficile generare un’offerta adeguata alla domanda; ed è per questo che forse quest’inflazione è più malevola che benevola.

Tuttavia, non tutto il male vien per nuocere: qualche potenziale soluzione già circola tra i policy makers. Tra quelle di maggior rilievo c’è la proposta europea di lotta comune contro questi sbalzi di prezzo. Come riporta la Repubblica il piano elaborato dalla UE prevede un consorzio volontario tra le grandi imprese europee che gestiscono le infrastrutture del gas (reti e stoccaggi) per aumentarne la disponibilità. Bruxelles sta inoltre studiando anche interventi in favore dei consumatori più deboli, dalla riduzione della tassazione al rimborso parziale delle bollette. E’ chiaro che si tratta di semplici risposte a breve-medio termine e che quindi un’analisi più approfondita per come rendere l’Europa più indipendente possibile da shock esterni sarà la strada maestra da imboccare nel futuro.

Siamo certamente solo all’inizio di questo social-affair, ma si profila nuovamente una situazione in cui, in un mondo in cui gli stati-continente la fanno da padrone, la difesa degli interessi dei cittadini dipendano sempre di più da una cooperazione comunitaria, piuttosto che da una incompleta risoluzione attuata da sovranità nazionali.

Roberto Biondini Claudio Dolci

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