Conseguenze e sensatezza della riforma del catasto

“L’essenza della politica sono le imposte”. Basterebbe questa sola frase, pronunciata da Giulio Tremonti in un’intervista alla Stampa, a dare un senso alle polemiche che avvolgono l’attuale riforma del catasto, ma questa volta, più che le parole sono i dati ad impressionare. In Italia, infatti, ci sono 25,8 milioni di proprietari di case, su un patrimonio immobiliare di 35 milioni di unità; in pratica, il 73% degli immobili è di proprietà. E da questa ed altre imposte sulla casa, lo Stato incamera ben 40 miliardi di euro. In altre parole, quando si parla di catasto si maneggiano i voti e una parte considerevole del Pil, tanto che Mario Draghi, che questa riforma ha voluto (in accordo con gli impegni del Pnrr), si poi è affrettato a dire che non ci saranno aumenti d’imposta e che semmai se ne riparlerà nel 2026. Ma è davvero così e di che aumenti si sta parlando?

Prima di tutto occorre ricostruire il quadro storico dell’attuale riforma del catasto. Fu infatti il governo guidato da Matteo Renzi, come ricorda Vieri Ceriani, ex sottosegretario al Mef nel governo Monti, intervistato dall’Agi, ad aver tentato di metterci mano. La riforma del catasto – come raccontato da Ceriani – è in cantiere da 10 anni e che con la legge delega approvata nel 2014 era stata impostata” ed anche allora, com’è oggi con Draghi, si parlò di mantenere lo stesso gettito e a votarla infatti fu tutto il Parlamento all’unanimità; peccato che poi, dopo due rinvii, quella riforma restò di fatto congelata e dimenticata. D’altronde, Paesi europei ben più pragmatici e ligi del nostro, come la Germania, discutono da decenni di un’eventuale riforma catastale senza però trovare un punto d’incontro; il che la dice lunga.

Ad ogni modo, e a differenza di Renzi, Draghi non ha la necessità di trovare l’accordo politico, poiché senza riforma i soldi del Pnrr rischiano di restare a Bruxelles e quindi, con l’aiuto di una vaghezza della delega, estranea al suo modus operandi, ha tentato di far convergere il consiglio dei ministri sull’approvazione di scatola chiusa, che si limita, per ora e negli intenti, a fotografare la situazione catastale italiana, senza aumentare le imposte. E da questo punto di vista, come ricordato da Fabrizio Pistolesi, in un’intervista all’Linkiesta, “è certo che il catasto italiano è rimasto quello pensato ormai una settantina di anni fa. Questa riforma non può più aspettare, è assolutamente necessaria. Non possiamo basarci su norme stabilite subito dopo la Seconda Guerra Mondiale che hanno più riscontro nell’attualità”. Parole di buon senso, che però, proprio a causa dell’accidia che ha contraddistinto i governi del passato, rischia oggi di presentare ai contribuenti dei conti molto salati.

Infatti, in un articolo scritto da Alessandro d’Amato, per Open, si è provato ad aggiornare la base imponibile del catasto seguendo quelle che sono le linee guida del governo e numeri che ne sono usciti parlano da sé. Si prevede un aumento medio per l’Imu del 128% e valori dell’Isee stellari (+318%), ed ovviamente a essi si aggiunge l’aumento della Tari. In concreto, come riporta d’Amato, “nei centri storici si va dal +33% di Bari al +151% di Milano: sotto la Madonnina si passerebbe da 4.200 a 10.500 euro l’anno. A Roma da 7.100 a 10.800, un balzo del 52%. A Bologna del 56%, a Bari del 33%. E a Napoli, sempre in testa con Milano, di quasi il 120%. In periferia – con l’eccezione di Milano: +87% – aumenti inferiori: dall’1% di Bologna, un ritocco, al 60% di Napoli passando per il 18% di Roma”.

Milano rappresenta poi quel luogo d’Italia dove gli aumenti della revisione del catasto rischiano di lasciare i segni più evidenti, come descritto da Gino Pagliuca in un articolo per il Corriere.it. Se il capoluogo lombardo verrà infatti diviso in 42 microzone e verranno confermati i parametri per la riforma catastale (ovvero, il passaggio dai vani ai metri cubi e l’inclusione del valore di mercato dell’immobile) ecco che abitare in alcune zone, come Città Studi, potrà costare molto di più. Come riporta Pagliuca, “al Vigentino + 112%, a Piola-Città studi +267%, a Brera +193%”, con un incremento medio pari al 174,2%. A determinare questi aumenti è soprattutto la valutazione del mercato immobiliare, la quale alza la base dell’imponibile e fa quindi lievitare l’imposta, e non è detto che l’aliquota resti fissa al 1,14%.

Descritta così questa riforma non sembra un affare, ma occorre ricordare come questi aumenti siano dovuti ai mancati aggiornamenti del catasto e che grazie a questo intervento legislativo sarà inoltre possibile rimetter mano agli abusi edilizi, la cui ricerca è ferma da ben 9 anni. L’ultima caccia all’immobile fantasma fu infatticondotta tra il 2010 e il 2012 e portò nelle casse dello Stato ben 537 milioni di euro e con essi alla scoperta di 1,2 milioni di case abusive; un po’ meno di quelle che l’attuale governo punta a scovare grazie a droni e immagini satellitari. E “chi però ha una casa non del tutto in regola con le norme urbanistiche – come racconta Pagliuca – potrebbe vedere aumentato il valore fiscale prima del 2026”.

Il che appare sacrosanto, così come che chi vive in centro città paghi di più rispetto a chi abita in provincia, ma oltre a queste ragioni pratiche la riforma del catasto è importante perché riallinea l’Italia agli obiettivi dell’Unione Europea e a quelli del Fondo Monetario Internazionale. I vertici di quest’ultimo, così come quelli della Commissione Europea esortano già da tempo l’Italia affinché, tra le altre cose, mantenga l’imposta patrimoniale sul reddito o sui beni reali, sia per una questione di equità sociale, sia per una ragione di solidità dei conti pubblici; come tra l’altro stanno già facendo altri Paesi della UE. Lo stesso Carlo Cottarelli, già direttore del Dipartimento Affari Fiscali del FMI, nel suo libro I sette peccati capitali dell’economia italiana affermava la necessità di “tassare di più le case (e meno i redditi legati ad attività produttive) perché è più difficile evadere le tasse sulla casa…il grado di evasione dell’IMU è relativamente basso. È stato quindi un errore detassare la prima casa.” L’esatto opposto di quello che hanno fatto i governi italiani degli ultimi 20 anni, eccezion fatta per l’esecutivo guidato da Mario Monti.

Da Bruxelles a Cottarelli, la ricetta è semplice: riportare l’attenzione sulla necessaria rivalutazione delle rendite catastali italiane per affrontare così una più corretta stima fiscale delle metrature abitative in linea con gli standard di mercato e per una tassazione più equa per tutti. D’altro canto, è già da tempo che la Commissione Europea studia idee impositive “growth-friendly”, che si traducono in una serie di raccomandazioni volte ad allargare le basi imponibili, spostando così il prelievo dai fattori produttivi (capitale e lavoro) a forme meno dannose per la crescita economica. Tra le varie idee che coinvolgono i beni immobili si ricordano: la riforma dei valori catastali, l’aumento delle tasse ricorrenti sulla proprietà immobiliare e la possibilità di dedurre gli interessi passivi sui mutui contratti per l’acquisto della casa. Tutte raccomandazioni che sono state più volte portate all’attenzione dello stato italiano.

L’Europa, ma non solo lei, suggeriscono di fatto un passaggio dalla tassazione delle persone (ivi compreso il lavoro) a quelle delle cose (case e patrimoni in primis). Ed a suffragare tale logica vi sono diversi studi, tra i quali quello di Arnold et al. (2011), Heady et al. (2009), Kneller (1999) e QUEST III, sviluppato dalla Commissione Europea. Nell’insieme giungono tutti alla conclusione che le imposte più distorsive sono quelle che ricadono sulle società, seguite da quelle sulle persone fisiche, sul consumo, e infine sulla proprietà, in particolare, le imposte ricorrenti sulla proprietà immobiliare. Si giunge quindi alla conclusione che una corretta valutazione dei valori catastali, la quale può comportare anche un aumento delle imposte, coniugata ad un abbassamento delle tasse legate al mondo del lavoro dovuto al maggiore introito, possa favorire lo sviluppo economico. Al momento, invece, abbiamo delle tasse sulla casa profondamente ingiuste, perché poco aggiornate e male, mentre le imposte sul lavoro sono eccessivamente alte a danno di tutti.

Un’idea socialmente accettabile per riequilibrare l’imposta, oltre la già citata idea di diminuire le imposte sul mondo del lavoro, sarebbe poi quella di applicare una progressività d’imposta patrimoniale immobiliare sulle nuove valutazioni in base al reddito percepito dal contribuente e proprietario di immobili o almeno attuare esenzioni di carattere redistributivo per i redditi più bassi. In altre parole, se, come confermano i dati pubblicati da SkyTg24, “il 68% – dei proprietari di immobili –ha un reddito sotto i 26.000 euro lordi annui e 8 su 10 hanno contratto un mutuo per acquistare la propria casa”, allora è possibile prevedere degli sgravi affinché l’aumento d’imposta del catasto non pesi troppo sul loro bilancio economico.

Ma quindi, tenuto conto dei correttivi, dell’entrata in vigore della misura e della giustizia sociale (nonché fiscale) che introdurrebbe nel nostro Paese, perché questa riforma del catasto è così osteggiata? Le ragioni sono tante e la prima è sicuramente legata alla sfiducia nelle istituzioni. D’altronde, le leggi sulla tassazione dei patrimoni hanno subito continui rimaneggiamenti, praticamente uno ogni governo, tanto che dal 2006 a oggi si contano almeno 5 revisioni, le quali non hanno fatto altro che rendere sempre più incomprensibile al cittadino la natura dell’imposta e le sue modalità di pagamento; e hanno creato inoltre un loop di avversione sempre più consistente verso tale imposta. Esiste poi una ragione pratica, in molti non pagano tasse sulla casa (nello specifico gli abusivi) ed altrettanti sono soggetti a imposte ridicole e che per questo non vorrebbero cambiare. Infine la casa tocca da vicino tutti gli italiani, proprietari o no di immobili, e quindi obbliga ogni governo a scontrarsi con la logica del do ut des.

Draghi però, proprio per il fatto di non essere a capo di alcun partito può imporre una seria riforma del catasto, così come fece Monti con l’Imu, senza che questa lo possa politicamente danneggiare. Ma proprio la temporalità dell’attuale riforma, destinata ad essere attuata solo nel 2026, invita tutti a ricordare il destino dei governi tecnici: fatta una legge, com’è stato per l’Imu di Monti, è subito stata abrogata col primo governo utile e così potrebbe essere per la ventura riforma di Draghi, la quale rischia persino di esser uccisa quand’è ancora nella culla, ancor prima di verificare la sua sensatezza e il suo impatto sui conti pubblici.

di Roberto Biondini e Claudio Dolci

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