Un voto al vuoto

È trascorso ormai più di un secolo da quando Émile Durkheim scrisse Il Suicidio, un testo col quale si interrogò sulle ragioni di un gesto così estremo e ne concluse che fosse la società a svolgere il ruolo di perno tra la vita e la morte delle persone. E seppur con argomentazioni e campi d’attuazione differenti, anche Albert O. Hirschman giunse a simili considerazioni, attribuendo sempre al contesto sociale il peso nel determinare la felicità pubblica e privata dell’essere umano: come se ognuno di noi dirigesse le proprie passioni e interessi a seconda della realizzazione personale, volgendo così di volta in volta l’attenzione verso la partita con più chance di vittoria. Ed infine, anche J. G. March concluse che la scelta delle preferenze dell’attore sociale non fosse mai arbitraria, ma tenda invece a seguire logiche di potere rese visibili dai contesti, o per meglio dire, dalle regole di un sistema, sia esso compreso all’interno di un’organizzazione oppure no. In breve, ognuno di questi autori ribaltò la logica del libero arbitrio, sostituendolo con il più ragionevole schema dell’azione-risposta dettato dagli eventi e sempre in perenne ostaggio della mutevolezza del contesto. E ciò ci può essere utile nello spiegare il costante abbandono da parte dei più dalla vita politica, o pubblica, per volgere la propria azione altrove, magari verso contesti più gestibili e di maggior potere. Sembra un paradosso, ma l’astensionismo dell’ultima tornata delle amministrative trova nelle teorie di questi sociologi e filosofi della modernità una chiave di lettura ancora attuale.

D’altro canto, mai come a queste elezioni comunali ha rinunciato al voto chi, rinchiuso in casa per quasi due anni, avrebbe invece dovuto avvicinarsi di più alla politica, avendone toccato con mano l’azione sulla propria vita e decidendo infine di schierarsi a favore di un candidato, un partito o quanto meno a una visione di un possibile futuro a lui vicina: ma così non è stato. In molti, forse troppi, hanno preferito infatti restare a casa o proseguire la propria fuga dalla città o esilio dal dibattito pubblico, piuttosto che recarsi al seggio e determinarne così la guida del proprio comune per i prossimi cinque anni. Ed ovviamente le letture politiche di questo fenomeno non sono mancate, anche se in molti hanno forse confuso il rapporto tra causa ed effetto. Poiché è vero che è l’elettore che non ha votato, ma è altrettanto vero che la politica, per prima, ha scelto di ignorarlo e che anche l’assenza di preferenze è di per sé una risposta. D’altronde, una delle massime della teoria della comunicazione risiede proprio nel fatto che sia impossibile non comunicare. Può quindi valer la pena riavvolgere il nastro della tornata elettorale, armarsi di penna e teorie desuete e tentare di ricostruire che cos’è successo.

In primis, è indubbio che le misure adottate negli ultimi due anni per contenere la pandemia di Sars-Cov2 abbiano gettato sale sulle ferite del tessuto sociale. Durante i vari lockdown, infatti, sono andati persi 1,2 milioni di posti di lavoro, di cui oggi ne sono stati recuperati meno della metà (523 mila), e a pagare il prezzo più alto sono stati i soliti noti: precari, donne, stranieri e giovani. E il paradosso è che dovranno essere proprio quest’ultimi a dover ripagare il debito contratto dal governo Conte prima, e Draghi poi, anche se non si è ancora capito come. E lo certificano i dati Ocse, rielaborati da Openpolis, i quali sostengono che negli ultimi trent’anni i salari italiani siano diminuiti, mentre quelli del resto d’Europa, per lo stesso arco temporale, siano invece cresciuti, e purtroppo né l’inflazione che impazza, né l’assenza di indicazioni circa un miglioramento delle condizioni contrattuali dei giovani, sembrano lasciare molte speranze per chi oggi approccia il futuro. E a tal proposito restano aperte le solite questioni arcinote a tutti: chi pagherà il debito pubblico? Chi sosterrà l’attuale sistema pensionistico e grazie a quali riforme? Per ora non è dato sapere; anche perché, ad ora, l’unica certezza è che l’attuale superbonus, e con esso tutti quelli dedicati all’edilizia, i quali hanno creato una bolla economica a vantaggio dei ceti medi, che verrà poi spalmato sulla collettività (e si tratta di oltre 30 miliardi di Euro). Se poi a questa miscela sociale, già di per sé esplosiva, dove garantiti e non si fronteggiano da tempo, ci si aggiunge anche quel pizzico di stage non pagati, o comunque retribuiti con cifre ridicole, e un milione e quattrocento mila neet, ecco che ci si ritrova tra le mani una bomba senza sicura e pronta a fare danni. Tuttavia, questi dati da soli non raccontano che una parte del problema e da soli non possono di certo spiegare l’astensionismo.

D’altro canto la pandemia ha giocato un ruolo da protagonista e non solo per via dei licenziamenti, come ricordato da Da Vico, ma anche sul fronte dell’azione della politica, che, soprattutto a livello comunale, si è dimostrata inconsistente. Al di là delle varie ordinanze, della coordinazione della polizia municipale e di qualche diretta Social per colpire assembramenti non previsti, la partita vera è stata gestita dai Presidenti di Regione e dallo Stato centrale, ai quali è data la gestione della sanità, nonché la possibilità di emanare le linee di guida generali. I comuni hanno quindi potuto solo scegliere, sulla base di decisioni prese da altri, per l’azione di linee più o meno dure, ma comunque entro dei parametri ben precisi. E per questa ragione può essere sorta in alcuni la riflessione sul peso del proprio voto e sulla forza dell’attuale sistema rappresentativo. Ed effettivamente è da tempo in atto una progressiva crisi dei partiti, le cui cause possono essere ricercate negli scandali giudiziari degli anni ’90, dove Tangentopoli scoperchiò il vaso di Pandora e pose le basi per la sfiducia nelle istituzioni (le quali, come dimostrarono le condanne, non brillavano già più di luce propria). Questa sfiducia trovò nel passato a noi più prossimo dei contenitori atti a inglobare ed esprimere il voto di protesta: dal Vaffaday al frullatore del Capitano, i quali però durante la pandemia (e forse anche prima) hanno dato prova di essere di coccio, più che di ferro. Dopo tutto i Cinque Stelle hanno perso per strada i loro aspetti più identitari, dal No-Euro, no-poltrone (ivi compresi vitalizi e terzi mandati) alle frange più movimentiste del partito (Di Battista, Cunial, Paragone e via discorrendo); ed è così venuto meno l’aspetto più verace del movimento. La Lega, invece, dal canto suo si è frantumata anch’essa internamente, ma in modo più plateale nella figura del suo leader, Matteo Salvini. Il quale si è da prima sciolto al sole del Papete, per poi lasciarsi scalfire ai fianchi tanto al centro, da Giorgetti, quanto a destra, da Meloni, ed oggi appare all’elettore come fosse una sottiletta. Ed in entrambi i casi, sia per gli elettori M5s, sia per quelli della Lega, il sostegno all’attuale maggioranza di governo non è stato letto in modo positivo e si può essere riflesso a livello comunale. Ma ciò che più conta è che in entrambi casi, questi due partiti hanno perso la capacità di dare voce a chi non si riconosce più nella società aperta e quindi nel concetto stesso di villaggio globale. Quest’ultimo è infatti da tempo colpito a più non posso dall’Est dell’Europa ed in parte anche dal Sud (LePen) come dal Nord (AfD) dell’Unione, seppur in quantità e qualità differente.

C’è però un’obiezione a quanto sinora. Ammesso che la politica nazionale, fattore strutturale, e la pandemia, elemento congiunturale, abbiano giocato un ruolo nella determinazione dell’attuale società, può davvero ritenersi plausibile spiegare l’astensionismo alle comunali attraverso queste due sole leve motivazionali? Sicuramente no, perché quasi mai il voto alle comunali, così come alle regionali, ha dimostrato una contropartita identica a livello nazionale e quindi anche il processo inverso risente della stessa logica. Tuttavia, è indubbio che la crisi partitica e quella sociale, innescata dalla pandemia, stiano promuovendo un allontanamento progressivo di grandi fasce di elettori dalla cosa pubblica. Si tratta di elettori che ormai non possono più essere racchiusi nelle vecchie sigle utili a far propaganda politica, come ad esempio quella delle periferie. Un’etichetta questa sotto la quale viene custodito tutto il disagio sociale, in modo da poterlo separare dal cuore, questa volta “sano” (si fa per dire), delle città, il quale a sua volta includerebbe i ben istruiti che vivono in centro. Non c’è dubbio che questa separazione chirurgica dei problemi sia vantaggiosa, perché riduce la complessità, ma è ancora plausibile? Su La Stampa, Gabriele Romagnoli ha analizzato i flussi dell’astensionismo ed effettivamente ha trovato una minore affluenza alle urne proprio nelle periferie. Mentre in un recente articolo uscito su Millennium, Valentina Petrini si è avventurata per le vie delle periferie romane per capire le ragioni di chi non ha votato. E, manco a dirlo, ha scoperto che in periferia non vive solo chi ha licenza elementare e lavora 13 ore al giorno in fabbrica, ma anche chi se n’è andato dal centro città per il caro vita e che lì, in quei luoghi sprovvisti di ztl, esistono persino palazzi residenziali ben progettati. Chi l’avrebbe mai detto? Eppure già Dario di Vico, insieme a Nando Pagnoncelli, aveva analizzato con dovizia i voti dei seggi e si era ritrovato di fronte a filastrocche propagandistiche ormai prive di senso. Dire ad esempio che il Pd sia il partito delle tute blu o delle periferie è quanto mai anacronistico, così come lo è sostenere che nei centri abitati fino a 100.000 abitanti spopoli l’intellighenzia del centrosinistra. Persino tra i disoccupati il Pd non riesce a superare M5s e FdI.  

Tutto questo ci invita ad abbandonare la propaganda politica, le correlazioni salvifiche del passato a noi più prossimo e a riscoprire invece quelle del passato più remoto. Dove l’assenza dell’elettore dalle urne può essere descritta attraverso la volontà di sganciarsi da un mondo nel quale non si riconosce più. Con partiti che nel passato rappresentavano le classi operaie, come il Pd, e che oggi invece piacciono a Confindustria, e geolocalizzazioni dei problemi che reggono solo in parte la prova del tempo. Perché è pur vero che in centro a Torino ci sono stati più votanti rispetto a Villaretto, ma è altrettanto vero che comunque anche in ztl si è registrato un astensionismo del 48,56%. Poco o tanto lo deciderà chi legge. Che fare quindi? Se la scelta di dirigere le proprie passioni e interessi altrove, sino a sparire dai radar politici, può essere dettata dalla mancanza di opportunità offerte dalla politica stessa, allora forse può aver senso che quest’ultima si interroghi sul proprio ruolo.

Il mondo d’oggi non è più quello del Novecento, mentre la politica stenta ad abbandonare le prassi del passato senza rendersi conto che dopo una crisi d’identità, dalla quale non è ancora uscita, ci sarà poi da affrontare il suo ridimensionamento dovuto alla globalizzazione (e con essa della geopolitica) e l’influenza esercitata da strumenti che la condizionano (come i Social) e dei quali non ha mai avuto il controllo. E tutto questo dovrà essere gestito facendo i conti con un mondo che cambia più velocemente dell’azione politica stessa, come ha ben dimostrato l’attuale pandemia, tuttora in corso.

Claudio Dolci

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