È davvero nei nostri interessi?

Le città sono illuminate a festa, agghindate con abeti e luminarie che ci ricordano l’arrivo del Natale, il grande escluso dell’anno appena trascorso e che ora, zone colorate permettendo, sembra riacquistare il fascino perduto, quella normalità a cui eravamo abituati prima del 2020. Le cene con amici e parenti, i rientri a casa e il consueto scambio di regali, che anche grazie alle piattaforme digitali è divenuto per tutti molto più facile. Si può infatti scegliere di acquistare tutto stando comodamente seduti sul proprio divano, assaporando il tepore delle mura domestiche, magari con in mano una bella tazza di cioccolata calda, perché al resto ci pensa Amazon e in un solo click. Niente traffico, niente ricerca del negozio col prezzo più conveniente e neppure la frustrazione di uscire per poi non trovare il regalo adatto, ed inoltre, usufruendo delle piattaforme web si risparmia molto tempo, che può quindi essere impiegato altrove e come meglio si crede. In breve, grazie al progresso tecnologico siamo tutti un po’ più liberi, tranne il mercato. Sì proprio lui. Quello che, grazie ad Adam Smith e Milton Friedman, ci ha insegnato che l’interesse privato genera ricchezza e che l’unico portatore d’interessi a cui deve rispondere un’impresa è l’azionista, tutto il resto non conta o quanto meno è subordinato, rintanato chissà dove e ormai dimenticato per far posto ad altro. Peccato che a forza di far posto e liberare il consumatore dalle noie delle commissioni si è gettato dalla finestra persino il libero mercato stesso e lo si è sostituito con oligopoli di fatto, che nonostante le numerose multe e le inchieste che ne denunciano l’esistenza, continuano a conquistare potere anno dopo anno. Ed oggi hanno raggiunto dimensioni tali da consentire ad imprese private di potersi addirittura sedere al tavolo con i più importanti capi di Stato impugnando il coltello dalla parte del manico.

L’ultimo episodio, in ordine cronologico, è quello che ha visto l’Antitrust multare Amazon con una sanzione pari a 1.128.596.156,33 €, proprio a causa dell’insostituibilità del suo Marketplace. In breve, come riportato da Giovanna Foggionato, su Domani, “l’Antitrust ha individuato la prevaricazione nel fatto che Amazon abbia legato l’utilizzo del suo servizio di stoccaggio, spedizione e servizio clienti, alla possibilità di essere più visibili sul proprio marketplace, di accedere ai servizi di consegna Prime e di essere segnalato sulla Buybox”. Così facendo i rivenditori hanno sì ricevuto i vantaggi offerti dalla nota piattaforma e-commerce, ma allo stesso tempo le hanno concesso di conquistare sempre più quote di mercato nel settore logistico, ed inoltre hanno implicitamente acconsentito ad entrare in quella che l’Antitrust ha definito “strategia del Lock-in”. La quale consente sì di accedere a vantaggi, come ad esempio la possibilità di aggiudicarsi l’etichetta Prime e di partecipare agli eventi dedicati (Cyber Monday, Black Friday etc.), ma dall’altra parte questo ha limitato l’azione di terzi nell’erogare servizi analoghi. Il Sole 24 Ore, infatti, evidenzia come “Amazon ha danneggiato gli operatori concorrenti di logistica per e-commerce, impedendo loro di proporsi ai venditori online come fornitori di servizi di qualità paragonabile a quella della logistica di Amazon”. Si tratta, per altro, di una pratica già documentata in cui si era infilato a suo tempo anche Google, il quale era riuscito a mantenere la sua posizione dominante sfavorendo i concorrenti e favorendo i propri contenuti nei risultati di ricerca.

Quindi nulla di nuovo? No, perché sulla stampa italiana sono apparsi numerosi articoli in difesa della posizione della società di Bezos, tra cui un editoriale in cui Ferrara, non potendo nascondere la posizione dominante di Amazon, giunge a suggerire come tutto sommato i monopoli non siano poi così male: “Pazienza se è monopolista, per un tratto ne ha pieno diritto, è arrivata prima e meglio, ha innovato, ha fatto il suo dovere; pazienza se danneggia il mio amato mercato di prossimità, e non lo credo, se fa chiudere qualche libreria, ma invece stimola la lettura e l’acquisto di buoni libri e di pessimi senza il sopracciò dei festival di cultura, così, catalogando Dante e Fabio Volo. Amazon è una divinità, una entità superiore”. Ovviamente non superiore alla legge e almeno su questo Ferrara riafferma il potere degli Stati sui soggetti privati; tuttavia desta qualche perplessità l’atteggiamento che in molti hanno riservato a questi colossi, proprio alla luce del peso e della quantità di inchieste a loro carico. Dopo tutto il GAFAM (Google, Amazon, Facebook, Apple e Microsoft), ovvero il più importante agglomerato di società dell’Information Technology (IT), il cui peso politico si può oggi letteralmente contare attraverso gli euro e i dollari spesi a Bruxelles (97 milioni solo quest’anno), e altrove, per influenzare le decisioni pubbliche, attua politiche di concorrenza sleali.

Su Tpi, infatti, in un articolo d’approfondimento sul tema, Luca Serafini riporta le parole di Alban Schumtz, Presidente del Cispe (l’associazione di categoria dei cloud service provider europei, il quale evidenzia lo squilibrio di poteri tra imprese private e consumatori. “Si tratta di pratiche – prosegue Schumtz riferendosi ai Big Tech – che rischiano letteralmente di sopprimere il mercato costringendo i consumatori a pagare di più, ad avere meno scelta, meno innovazione, e impendendo a nuovi operatori di competere. Siamo purtroppo ancora di fronte a un mercato dominato da un numero limitato di aziende molto grandi che, di fatto, utilizzano il proprio potere per dettare le regole a tutti gli altri”. E purtroppo il settore del digitale non è l’unico a vantare una posizione di dominio di questo tipo, visto che oltre ai Big Tech ci sono anche i Big Pharma.

A raccontare lo strapotere di questi colossi del settore farmaceutico è il Financial Times, attraverso le parole di H. Kuchler, D. P. Mancini e D. Pilling, che sono state riprese anche dall’Internazionale del 10/16 Dicembre (di cui vengono qui ripresi alcuni estratti). In questo caso è indubbio il contributo di Pfizer alla mitigazione degli effetti generati da Sars-Cov2, che nel mondo ha falciato oltre 5 milioni di vite e che senza i vaccini ne avrebbe potute mietere molte di più. Tuttavia, le politiche commerciali e il rapporto di forza tra le società farmaceutiche e gli Stati non è stato gestito al meglio, anzi, ha favorito comportamenti commerciali volti al profitto immediato più che al raggiungimento di uno stato di vaccinazione ottimale per il contenimento mondiale della pandemia. Questo perché grazie alla sua posizione di vantaggio, Pfizer ha potuto letteralmente imporre le proprie condizioni commerciali persino al Presidente degli Stati Uniti d’America. Tanto che Moncef Slaoui, che nel 2020 fu incaricato dall’amministrazione Trump di garantire la fornitura di vaccini, rimase sorpreso delle richieste avanzate dalla casa farmaceutica e dal suo Ad, Albert Bourla. Il quale iniziò la trattativa per la cessione del vaccino al prezzo di 100€ a dose e 200€ per il ciclo completo. Dopo tutto, qual è il prezzo per un farmaco capace di fermare una pandemia e ridare ossigeno alla più importante economia del mondo? Come riporta un ex-dirigente dell’azienda (sull’Internazionale), “se ci fossimo basati su un rapito confronto con Prenvar (il vaccino per la Polmonite), avremmo potuto chiedere un prezzo ridicolmente alto. […] Se avessimo tenuto conto anche delle conseguenze economiche, saremmo potuti arrivare fino a 1.000€ a dose, perché potenzialmente il vaccino avrebbe fatto risparmiare migliaia di miliardi di dollari di spese. Ma poi pensi: non funzionerà”. E dire che gli Usa avevano investito nella ricerca già 375 milioni di dollari, ma ciò non ha impedito che il prezzo iniziale di compravendita fosse fissato a 100€ a dose e questo, di per sé, è già indicativo di qualcosa che non funziona nel meccanismo d’equilibrio tra poteri.

D’altronde, a fronte del prezzo calmierato che si è raggiunto grazie all’offerta degli altri competitor, Pfizer ha dovuto cedere sulle sue richieste, ottenendo un incasso stimato pari a 36 miliardi di dollari nel 2021 e di 29 per il 2022 (stando alle stime). Di fronte a queste cifre c’è chi dirà che è giusto così, perché lo studio del vaccino, il rischio di un insuccesso e le difficoltà nel garantire una continuità nella produzione delle dosi meritano un riconoscimento. Però è vero anche che se si fosse scelto un altro approccio nella creazione di un prezzo di mercato equo, forse oggi l’Africa non sarebbe nelle condizioni nelle quali versa ora, con meno del 10% della popolazione vaccinata. Pfizer, infatti, ha si ridotto il suo cachet per l’Africa, ma a 6,75$, che è comunque troppo rispetto alla concorrenza e al quale si accompagnano tutta una serie di clausole volte a tutelare il colosso farmaceutico in caso di rivalsa da parte di terzi. Lo stesso Tom Frieden, ex direttore del Cdc statunitense, ha affermato che “ci sono regole non scritte su come devono agire i produttori di vaccini e i governi. I produttori hanno infranto queste regole, quindi forse alcune norme dovrebbero essere riscritte”.

Tuttavia, nonostante le parole di fuoco di Frieden, la colpa non è tutta dei Big Pharma, ma ricade anche sui governi, i quali hanno dato la precedenza ai propri cittadini, potendo contare su ampie riserve di denaro, a scapito di un obiettivo comune: salvare il mondo dalla pandemia. Ed in tal senso il progetto Covax mostra tutta la fragilità dell’azione comune di fronte all’incertezza, nonostante sia ben noto a tutti che nessuno possa davvero sperare di salvarsi da solo, a patto di rinchiudersi in un bunker e avere abbastanza risorse per sopravvivere all’apocalisse.

Ma al di là di queste speculazioni Hollywoodiane, il problema di fondo di Big Pharma e lo stesso dei Big Tech, è l’assenza di regole abbastanza stringenti da limitare quelle che sono posizioni dominanti in un mercato il quale, almeno negli intenti, dovrebbe essere libero. Ed effettivamente libero lo è, ma dall’opinione del consumatore e da quelle semplici regole che nel loro insieme potrebbero garantire la concorrenza, l’innovazione e il rispetto del prossimo. Certo, il sistema economico è per sua natura amorale, attento solo al profitto qui ed ora, ma che futuro può avere una macchina così congeniata senza un freno politico che sappia guardare anche ad altro?

Roberto Biondini Claudio Dolci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...