Geopolitica? Non è una parolaccia.

È quando la storia incontra la geografia e produce effetti sulla nostra vita. Certo, non è la definizione corrente, che sarebbe “lo studio dei fattori geografici che condizionano l’azione politica” (Oxford). O forse – chissà – bisognerebbe accettare quello che dice la Treccani: “Non esiste una definizione universalmente accettata della geopolitica.” E allora? Che cos’è la geopolitica e perché dovrebbe interessarci? È una domanda che ci siamo posti quando abbiamo pensato di dedicare un numero speciale della newsletter di Spazio alla geopolitica. Avevamo in mente una serie di scenari, anzi, come direbbero i militari, di “teatri operativi”, in cui stanno accadendo delle cose che per molti versi ci riguardano da vicino. Eravamo sicuri che ci fosse una relazione tra noi, la nostra vita, e queste situazioni così lontane da noi.

Un esempio? Nel 1973 il Medio Oriente fu teatro dell’ennesimo conflitto armato tra Israele e alcuni paesi arabi alleati, in particolare Egitto e Siria. Questa volta, diversamente dalla più famosa guerra “dei sei giorni” del 1967, era stato l’Egitto a cogliere di sorpresa Israele, approfittando della festa ebraica dello Yom Kippur. Dopo gli iniziali successi, tuttavia, gli arabi furono prima fermati e poi sonoramente sconfitti dalle truppe israeliane. Sconfitti sul fronte, e decisi a dare una lezione ai potenti alleati di Israele, in primis gli Stati Uniti, gli arabi decisero di manovrare le loro pedine in un altro modo. Attraverso l’OPEC, l’organizzazione dei paesi produttori di petrolio, alzarono i prezzi del greggio fino al triplo, mettendo in crisi l’economia dell’Occidente, largamente basata appunto sul petrolio. Un effetto immediato, evidente ai ragazzi di allora, furono le “domeniche a piedi”, cioè i tentativi anche simbolici di risparmiare sul consumo di petrolio, azzerando il traffico veicolare. L’effetto a lungo termine fu il ripensamento di tutte le politiche energetiche, puntando non tanto sulle energie alternative (per le quali all’epoca non era stata sviluppata una tecnologia adeguata), quanto sul risparmio, sulla riduzione dei consumi, ad esempio attraverso un’edilizia diversa nei materiali e nelle tecniche costruttive.

Tutto questo perché c’era stata una guerra in Medio Oriente? Esatto, ma non solo. Quell’episodio servì come forte campanello d’allarme per l’Occidente, la rivelazione che non si poteva dipendere interamente dal petrolio arabo, fino ad allora il più economico e il più disponibile sul pianeta. Si moltiplicarono i sondaggi per cercare petrolio off-shore e in aree diverse, si puntò molto sul gas naturale, si cercò in ogni modo di non dipendere da aree della Terra così politicamente instabili. Eccola, la geopolitica. Eppure, a distanza di anni, dobbiamo constatare che nessuna lezione si impara per sempre. Nulla della mazzata di allora è rimasto nella memoria e soprattutto nell’azione strategica dei governi di tutto il mondo.

Un altro esempio, più vicino a noi? Le mascherine, che ci servivano nei primi giorni della pandemia, febbraio-marzo 2020. Perché non ce n’erano, né in Italia né in nessun altro paese europeo? Perché nel frattempo qualcuno aveva pensato che la produzione di un bene che al più poteva essere venduto a cinquanta centesimi-un euro non poteva essere remunerativa per un’azienda occidentale. Così si era trascurato un bene fatto per pochi (il personale ospedaliero in sala operatoria, gli operai a contatto con esalazioni o polveri dannose), lasciando che fossero i paesi “in via di sviluppo” ad occuparsene, visto che la loro manodopera costava una miseria. In realtà la quasi totalità della produzione era finita in Cina, come la quasi totalità delle produzioni di tanti altri beni. Ci sono voluti mesi per ottenere un flusso costante di mascherine dalla Cina, a prezzi che ovviamente sono esplosi a causa della pandemia. E meno male che in Europa ci si è rapidamente attrezzati riconvertendo molte produzioni industriali per fare mascherine…

La verità è che a un certo punto, diciamo dopo il 1989, il mondo ha pensato che l’epoca dei conflitti ideologici, della guerra fredda, delle due sfere d’influenza contrapposte fosse finita. Morto il comunismo (o quello che ne era la sua rappresentazione, l’Unione Sovietica), qualche storico decretò la “fine della Storia”. Era il trionfo dell’unica ideologia rimasta vincitrice, il capitalismo, venduto come stato di natura e non come ideologia. Trionfo dell’Occidente su tutto il resto del mondo, quando si era capito che anche la Cina sarebbe diventata un “comunismo capitalista”. Trionfo della globalizzazione quando si era certi che bastasse delocalizzare impianti industriali nel Terzo mondo (pardon, nei paesi in via di sviluppo, poi definiti “emergenti”) per abbassare i costi e massimizzare i profitti. Generando addirittura altri profitti per i trasportatori, per gli armatori, facendo esplodere la logistica, e le imprese tecnologiche che hanno saputo sfruttarla (Amazon). Creando l’illusione di mantenere ricchi operai in Occidente, tenendo in Europa poche imprese di lusso (anche di vetture di lusso), dove i prezzi elevati del prodotto finito garantivano ampi margini di profitto.

Tutti felici, insomma. Una strategia “win-win”, dove appunto vincono tutti. E allora, dov’è il problema? Il problema è se sia il caso di dipendere da aree instabili del mondo, dove albergano dittatori capricciosi, o regimi autoritari poco democratici e trasparenti, che possono cambiare i prezzi delle materie prime dall’oggi al domani (OPEC 1973); o da aree “emergenti” dove le leggi sono aleatorie e i governi pronti a qualsiasi cosa pur di salvaguardare un improvviso interesse nazionale (caso delle mascherine, 2020, in cui i paesi produttori hanno imposto alle aziende di soddisfare innanzitutto i fabbisogni nazionali).

Ecco perché pensiamo che parlare di geopolitica oggi significa parlare di noi, dei nostri problemi, delle sfide del futuro che ci riguardano da vicino. E ci sforzeremo di leggere fatti apparentemente lontani nelle loro implicazioni dirette sulla nostra pelle. Perché non si ripeta mai più l’esemplare caso di geopolitica che ha inciso sulle vite di milioni di persone di tutto il mondo in un colpo solo. Quale? Danzica, 1939. Quando Hitler pretese che la Polonia gli concedesse un “corridoio” per collegare la Germania alla Prussia orientale, brandello di territorio tedesco staccato dalla madrepatria dall’improvvido trattato di Versailles (1919), la Polonia rispose picche. Dopo qualche mese, l’1 settembre 1939, Hitler invase la Polonia e dette inizio alla Seconda guerra mondiale. Ecco come la geografia (due pezzi separati di uno stesso Stato) si incrocia con la storia (la “mutilazione” dell’Impero Germanico sconfitto nella Prima guerra mondiale) e produce una crisi geopolitica. Che in quel caso ha prodotto una catastrofe per milioni di esseri umani. E, per curiosità, come è finito ora, quello stesso teatro geopolitico? La Polonia si è ripresa il territorio che era suo prima della Seconda guerra mondiale, la Prussia orientale – troppo importante come presidio strategico – è stata incorporata direttamente dall’Unione Sovietica, diventando ancora una volta una enclave nel territorio dell’Unione Europea. Una enclave russa, stavolta, con il porto strategico di Kaliningrad. A unirla alla Bielorussia, stato satellite della Russia, resta solo un corridoio, quello di Suwalki, ora diviso tra Polonia e Lituania, due paesi UE e NATO. Vorrà la Russia rivendicare il corridoio di Suwalki? La NATO, in ogni caso, ha già fatto due esercitazioni in quella zona.

Raffaele Raja

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