La rivincita dei peones? Ecco le conseguenze

Dice bene Zagrebelskysu Repubblica che quando un naufrago agguanta un salvagente non fa una scelta, si aggrappa all’ultima speranza di vita. Ed è quello che è successo al Parlamento italiano con la conferma del presidente Mattarella per i prossimi sette anni. Però… come tutti i momenti cruciali nella vita di una istituzione, le cose sono un pochino più complicate. Tutti i commentatori hanno titolato “la rivincita dei peones”, e se il colpo non fosse riuscito erano pronti a titolare “la rivolta dei peones”. Perché di questo si tratta: il nome di Mattarella è emerso poco alla volta nelle successive tornate elettorali, dai 16 voti del primo scrutinio ai 166 del quarto, fino ai 336 del sesto, senza che nessun capo partito avesse mai dato indicazioni di voto in tal senso. A un certo punto, si è temuto che, senza l’astensione del centrodestra, Mattarella potesse farcela già alla settima votazione, quella dopo il fallito blitz della Casellati, con poco più dei 505 voti necessari.

Un qualcosa di inaudito poteva succedere, cioè che un’assemblea eleggesse “da sola” un presidente della Repubblica. Tutti ex sessantottini amanti della democrazia “assembleare”? Tutti amanti dei collettivi dove non c’erano i “leader” ma solo “il popolo” (e dove pure qualcuno esercitava una “egemonia” mascherata da volontà collettiva)? Macché! La generalità dei commentatori ha deprezzato la “scelta” collettiva come conseguenza della volontà dei peones di non andare a elezioni anticipate per non perdere il diritto alla pensione, che scatta a settembre. Insomma, per i mass media, un Parlamento di mezze tacche (la maggioranza delle quali frutto della prevalenza di movimenti e partiti anti-sistema) avrebbe agito solo per un bieco interesse personale. E giù accuse alla “casta” che non vuol rinunciare allo stipendio, alla pensione immeritata, e così via. E’ andata in televisione un’intervista a un ex operatore di call center diventato deputato nel 2018, che ha candidamente confessato (spinto dall’intervistatore) di ambire solo alla pensione da parlamentare, non avendone maturata una, né avendo speranza di farlo fuori da Montecitorio.

Può darsi, anzi è molto probabile che le cose siano andate così, e che tra il dotto argomentare del professor Zagrebelsky e il bieco agire dei media più spregiudicati, si sia rivelata più che una verità. Ma indipendentemente dalla “verità”, vorremmo solo mettere in luce due conseguenze (cause o effetto, decidete voi) di quanto si è visto accadere in Parlamento.

Primo, il tramonto delle leadership, ammesso che siano mai esistite come tali. Non c’è dubbio che dal 2018 (data delle ultime elezioni) a oggi ogni partito abbia definito la propria leadership, compreso quel partito ibrido e nato come movimento antisistema che è il M5S. Leadership che però non hanno mai dovuto fin qui affrontare alcuna prova che le rendesse tali. Uno non può essere un capo finché non deve dare degli ordini (pardon, indicazioni) alle proprie truppe, soprattutto se queste truppe non sono militarmente formate come tali. Insomma, il leader è colui che ispirato da un – innato o coltivato – carisma riesce a convincere o attirare a sé un certo numero di persone che ne seguono le indicazioni senza tanti dubbi. Magari con un certo dibattito interno, ma se uno è un leader riesce sempre a “ispirare” i suoi seguaci – scusate – a seguirlo. Senza tirare in ballo Cristo o Maometto o Ghandi, esempi più che riconosciuti dì leadership, è chiaro che al momento di dire ai propri parlamentari di votare per Tizio o Caio, i capi partito hanno potuto constatare di non essere ascoltati.

Invece cosa è successo in Italia? Il Parlamento si è riempito, nel 2013 e nel 2018, di persone reclutate da un comico partendo da un “vaffa” al sistema dei partiti, secondo il principio “uno vale uno”, con l’unico obiettivo di “aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno”. Una manna per i talk show di tutte le televisioni: finalmente qualcuno che parla come noi, che non farà che attirare telespettatori anziché allontanarli parlando in politichese. Via Bersani e D’Alema, interrotti perché non riescono a dire “battute” di dieci secondi, dentro Di Maio e Di Battista, ma anche Salvini, Meloni e altri, che sanno stare davanti alla telecamera, dando sempre “battute” fulminanti e sconcertanti. Di sconcerto in sconcerto eccoci alla prima vera prova delle leadership, le elezioni del 2013. Di fronte al primo shock di un Parlamento ingovernabile perché ci sono partiti che non accettano le regole democratiche del compromesso e della trattativa, si deve ricorrere ancora a Napolitano, chiedendogli di restare. Il miracolo avviene nel 2015, sotto la spinta dell’unico leader del momento, Matteo Renzi. È l’ora di Mattarella, che in sette anni dimostra di essere tutt’altro che un grigio e cauto esecutore di “indicazioni” altrui.

E oggi? Ogni partito è più o meno apertamente diviso in correnti, ma la novità di questa tornata è che ogni corrente aveva fatto sapere dal principio che non si sarebbe facilmente adeguata all’indicazione data dal capo. E dov’è la leadership, allora? Da questa crisi di leadership deriva, ad esempio, la scelta non tanto della scheda bianca (regolarmente boicottata dalla “base”), quanto della scelta dell’astensione. Con questo iniquo stratagemma le “leadership” hanno messo un tappo alla situazione. E, attenzione, parliamo allo stesso modo del centrodestra come del (cosiddetto) centrosinistra. Se alla votazione sulla Casellati il centrosinistra non avesse optato per l’astensione, forse saremmo qui ad aspettare il giuramento come Presidente della seconda carica dello Stato anziché di Mattarella.

Secondo punto: Il tramonto definitivo del bipolarismo e quindi – per relatum – del sistema maggioritario di elezione dei rappresentanti. È la conseguenza di trent’anni di demolizione più o meno consapevole del “sistema”, della “casta”, in sostanza delle istituzioni democratiche disegnate dalla Costituzione del 1948. Prima il referendum sul maggioritario, a segnare il momento di massima distanza dal parlamentarismo e dall’equilibrio dei poteri previsto dalla Costituzione. L’idea di fondo era di farla finita con i giochi di potere dei partiti e ridare al popolo il potere di indicare se andare a destra o a sinistra, in una delle due coalizioni che inevitabilmente si sarebbero formate con un sistema maggioritario. Evviva l’Inghilterra, gli Stati Uniti, le sorgenti della democrazia occidentale, che da sempre sono sistemi maggioritari e quindi bipolari. Democratici o repubblicani, conservatori o laburisti. Destra o sinistra. Poi anche questi Paesi hanno cominciato a traballare quando con Internet e i social media si sono creati infiniti gruppi ideologici e di pressione, e i partiti tradizionali si sono frantumati.

In Italia la spinta alla frantumazione del bipolarismo è arrivata dopo il 2008, con l’apparire di forze antisistema per opporsi alla spaventosa crisi finanziaria e alle misure draconiane del governo Monti. Il loro quindici per cento, diventato poi quasi il trenta, ha rotto il bipolarismo, rendendo impossibile la formazione di governi con maggioranze omogenee. Ma imperterriti, i due schieramenti hanno fatto finta di niente, alla fine arruolando il M5S nel centrosinistra. Oggi, dopo tonnellate di odio veicolato dai social media, gli schieramenti bipolari non riescono a parlarsi, a sedersi insieme intorno a un tavolo. E quindi non riescono a formulare una proposta comune. Centrodestra e centrosinistra sbattono contro il muro dell’incomunicabilità e delle inesorabili regole dei talk show che non ammettono l’accordo ma solo il litigio, possibilmente sboccato. La crisi va in scena in diretta televisiva, nella settimana delle elezioni presidenziali. Quasi quasi a Conte riusciva di far eleggere il capo dei nostri servizi segreti a presidente della Repubblica con i voti della Lega e FDI oltre che dei pentastellati (una parte almeno), e ancora parliamo di centrosinistra? Un po’ di realismo non guasterebbe…

E a destra? Non c’è molto da commentare, basta osservare che a un certo punto la “leadership” di Salvini è franata al settimo scrutinio sotto i colpi di maglio dei peones e dell’impossibilità di proseguire in una strategia (?) basata sul credersi il leader di tutti. Forza Italia ha dichiarato che avrebbe di lì in poi lavorato per conto suo, e la Meloni ha dichiarato esterrefatta “non voglio crederci!” quando Salvini aveva già accettato di votare per Mattarella. Del resto, la divisione del centrodestra era già chiara a tutti nel 2018, quando Salvini accettò di andare al governo con il M5S rompendo l’unità a destra, e nel febbraio 2021, quando accettò di andare al governo con Draghi e FI, lasciando FDI unica forza di opposizione.

Conclusione: tutto si potrà riattaccare, con la colla o con la buona volontà, se la legge elettorale resterà la stessa di oggi, cioè se i partiti saranno obbligati a mettersi insieme in una coalizione. Ma la divaricazione reale è un fatto, e sarà sempre più difficile mettere insieme i pezzi, a destra come a sinistra. D’altra parte, basta aprire Facebook e vedere quante sfumature di pensiero esistono e pretendono di auto-rappresentarsi, se non proprio di trovare una rappresentanza in Parlamento (in cui quasi il cinquanta per cento nel mondo non crede più). Davvero si può pensare che due soli schieramenti più o meno omogenei possano essere una soluzione? Le scommesse sono aperte, ma i segni – in tutto il mondo, non solo in Italia – sono inequivocabili: gli schieramenti sono almeno tre, quattro, spesso di più, con uguale peso percentuale, e metà dei cittadini restano alla finestra a guardare. Le intese, i compromessi sono inevitabili, non esiste tutta la verità da un lato o dall’altro. Se è così, come si può mantenere vivo un sistema democratico se non con il proporzionale?

Raffaele Raja

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