Il venir meno delle certezze nella società dell’incertezza

Sapevamo da tempo di aver lasciato alle spalle l’età dell’innocenza e di essere entrati nell’età dell’incertezza. Abbiamo poi realizzato di avere avuto la ventura (avventura o sventura, chi può dirlo?) di attraversare la società del rischio, con tutte le implicazioni che i grandi sociologi di fine secolo avevano diagnosticato con largo anticipo.

Ma, nonostante la globalizzazione, la finanziarizzazione, il terrorismo globale e il global warming, le nostre più profonde e radicate convinzioni, le abitudini e i comportamenti della vita quotidiana, non solo non si erano modificati se non minimamente, ma nemmeno erano riemersi dal livello tacito degli automatismi mentali e fisici per interrogare la consueta consapevolezza delle cose e di noi stessi.

E’ stato necessario l’arrivo in Occidente del coronavirus Sars-CoV-2, poi familiarizzato nell’espressione corrente Covid-19, per essere risvegliati bruscamente dal letto confortevole delle innumerevoli predisposizioni e credenze su cui facevamo tacito affidamento tutto sommato con generale serenità.

Non so se qualcuno abbia già tentato di elencare tutte le piccole e grandi discontinuità che hanno trasformato le nostre giornate. Alcune, tutto sommato semplici e addirittura simpatiche (salutatevi con i gomiti, starnutite nell’incavo dell’avanbraccio, lavatevi bene le mani…) le abbiamo recepite come un gioco di società planetaria. Altre le abbiamo assimilate gradualmente (isolamento in casa, lavoro in remoto, uso generalizzato di guanti – presto abbandonati – e mascherine di qualità tecnologica sempre più affidabile, limitazioni alla frequentazione di luoghi e ambienti vari, fino alle diverse versioni del greenpass).

Non sono state poche le ricerche che istituzioni e organizzazioni aziendali (in alcune di queste sono stato coinvolto personalmente) hanno commissionato e realizzato in momenti diversi della vicenda pandemica: le più tempestive già nella primavera del 2020, poi all’inizio e alla fine dell’estate dello stesso anno, altre ancora a inizio del 2021 e così via a ondate successive…

Da tali ricerche sono emersi, senza eccezione, gli aspetti ambivalenti che l’esperienza pandemica aveva generato: paura ma anche rassicurazione dell’isolamento, solitudine e rafforzamento dei legami familiari e sociali, senso di abbandono da parte della propria azienda e piacere di una inedita autonomia lavorativa, per ricordare solo le principali.

Quello che però è rimasto un po’ nell’ombra, poco indagato e altrettanto poco discusso, è forse il fatto che solo ora, noi moderni affacciati sulla postmodernità, abbiamo finalmente avuto la possibilità di realizzare ciò che vuol dire vivere nell’incertezza a partire dalla perdita, definitiva, irreversibile, mah.., delle certezze che comunque avevamo, a causa dell’imperscrutabile futuro, di ciò che saranno le nuove forme del lavoro, dell’aiuto e, al tempo stesso, della minaccia che ci verrà dalle tecnologie dell’AI, delle modalità dell’abitare e del muoverci ecc. ecc..

Ed è questo forse il compito più urgente per ricercatori, politici, amministratori, manager, noi tutti: capire che cosa voglia dire vivere nell’incertezza e come si possa davvero vivere in una simile condizione.

Dario Forti

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