L’eterno ritorno del cigno nero

“Dato che i cigni neri sono imprevedibili dobbiamo accettare la loro esistenza invece che tentare ingenuamente di prevederli.”

Il filosofo, saggista, nonché matematico Nassim Taleb, nel suo incredibile saggio del 2007, dal titolo “Il cigno nero”, insegnava a tutti noi che nella Storia si verificano sempre dei fatti imprevedibili e in quanto tali non gestibili a priori, ma solo a posteriori. Per Taleb “il cigno nero è il verificarsi di un evento altamente improbabile che ha un impatto enorme sulla società (o viceversa)”. E nella sua analisi, ricca di esempi e accessibile a chiunque, Taleb ci mette in guardia sull’inutilità del focalizzarsi sulla prevenzione dell’evento, poiché esso non appartiene al dominio del conoscibile ma dello sconosciuto. Un concetto, questo, attorno cui l’economista Frank Hyneman Knight costituì la differenza tra rischio e incertezza, spiegando come al primo si possano attribuire delle probabilità (come quando si lancia un dando), mentre nei confronti della seconda sia impossibile associare alcun valore capace di predirne l’eventualità; si sa solo che prima o poi si verificherà. Ma l’essere umano non si accontenta dell’incertezza e la plasma sulla base delle proprie aspettative. Taleb lo definisce l’errore di conferma (o confermation bias), ovvero la tendenza a cercare e trovare conferme nella realtà futura da ciò che abbiamo già studiato, quando in realtà il Cigno Nero nasce da quella parte della “biblioteca” che non è ancora stata letta. In breve, l’incertezza non solo è parte della quotidianità, ma è anche l’elemento che più di tutti muta quest’ultima, ribaltando quel senso di meccanicità del vivente a cui normalmente tendiamo.

Ed è sufficiente riprendere la storia recente per rendersi conto di quanto i concetti sviluppati da Taleb e da Knight siano una realtà collaudata. In ordine cronologico, l’ultimo ventennio ha visto palesarsi tre cigni neri: la crisi finanziaria del 2008 (e conseguente crisi del debito sovrano del 2010), la pandemia da SarsCov2 del 2020-2021 (2022 e chissà) e la guerra russo-ucraina del 2022. L’ultimo esempio potrebbe essere fonte di critica da parte di una nicchia di studiosi geopolitici che invece ritengono scontata il picco dell’escalation russa iniziata con la crisi in Crimea del 2014 come ha affermato recentemente il direttore e fondatore dell’Osservatorio sulla Sicurezza Internazionale della LUISS, Alessandro Orsini. Sta di fatto che, a prescindere dall’ipotesi sul tavolo, l’invasione non fosse un evento previsto dalla maggioranza degli attori mondiali, almeno per come la realtà si sta dimostrando e sicuramente per quanto concerne le tempistiche e le modalità. E un ragionamento analogo è stato avanzato anche nei confronti della crisi finanziaria del 2008, di cui Steve Eisman ed altri come lui, avevo intuito da tempo l’insorgenza. Così come David Quammen, nel lontano 2012, scrisse il libro Spillover, nel quale denunciò i rischi derivanti una pandemia prodotta dal salto di specie di un virus di origine animale (e al netto di complottismi, nonché dell’impossibilità di attribuire con certezza l’origine di SarsCov2, la previsione di Quammen si è rivelata profezia). Tuttavia, in tutti questi casi si rivela ancor più evidente la differenza tra rischio e incertezza, perché ipotizzare che prima o poi un meteorite cadrà sulla Terra è facile, ma attribuire un rischio e con esso delle date certe (al pari di un calendario Maya) è più che difficile, è impossibile.

E quindi, questa serie di eventi che stanno condizionando con estrema forza il mondo, non solo possono essere definiti Cigni neri, ma sono anche motivi di scelte politiche ed economiche, rivelatesi talvolta grossolane. Scelte assunte con la velocità di chi vuole guarire efficacemente e nel più breve tempo possibile un sistema andato in tilt, badando poco ai possibili errori di valutazione e ai costi che raddrizzamenti così repentini implicano. Ad esempio, la politica di austerity inflitta, senza pensarci due volte, alla Grecia nel lontano 2010, derivava sicuramente dall’intenzione di evitare una situazione di azzardo morale, il quale avrebbe potuto contagiare agli altri stati europei ed indebolire altri sistemi bancari, ma nei fatti ha dato linfa ai populismi di ogni colore. Di conseguenza, oggi l’Europa deve combattere questi partiti che essa stessa, con le sue scelte euristiche, ha fomentato. Ed anche oggi, il riflesso condizionato, moralmente condiviso, di far entrare subito l’Ucraina nella UE per salvarla dalle atrocità russe, implica degli effetti geopolitici, sociali ed economici che andrebbero soppesati con attenzione; così da evitare gli stessi errori commessi durante la crisi del 2008 e la recente (nonché ancora attuale) pandemia. È chiaro a tutti, infatti, che Kiev deve e dovrà essere aiutata nella lotta per la difesa dei confini e la sua indipendenza territoriale e culturale, ma promettere all’Ucraina qualcosa che l’Ue, gli Usa e più in generale la Nato non intendono perseguire, non solo è ipocrita, ma anche moralmente scorretto. D’altronde Macron, Scholz e Biden l’hanno già affermato e sostenuto con azioni ben precise, come quella di non inviare i Mig-29 a Kiev, e questo rende alcune ipotesi, come l’ingresso dell’Ucraina nella Nato, di difficile attuazione.

Si profila quindi un ulteriore problema associato all’avvenimento inconfutabile dei cigni neri: l’applicazione di risposte o troppo lente, come nel caso di SarsCov2, o troppo frettolose, com’è oggi per l’Ucraina, influenzando così in negativo non solo il problema in sé ma anche il contesto nel quale esso è inserito.

E se non è possibile a priori essere pronti ad affrontare correttamente i cigni neri, alcuni casi efficaci possono dare però il senso di come una mancata risposta comune a tali avvenimenti possa provocare più danni che rimedi.

A seguito della pandemia da SarsCov2, la risposta dei 27 paesi europei sul come fermare l’espandersi dell’infezione tra la diversa popolazione è stata disomogenea e per questo inefficace. A partire dalle restrizioni per frenare l’avanzata del virus fino ad arrivare al vaccino sul quale investire per arrestare il Covid-19, le scelte degli Stati europei sono state, almeno in un primo momento, scoordinate e caotiche. Questo perché le prerogative in ambito sanitario non spettavano alla commissione europea ma ai singoli Stati membri, ergo: chi fa da sé fa per tre, ma non quando si tratta di pandemie, poiché le grandi differenze tra le azioni messe in pratica hanno poi creato confusione e anche momenti di tensione (ad esempio, la Repubblica Ceca sequestrò materiale sanitario indirizzato all’Italia dalla Cina). Ma frizioni a parte, è chiaro ormai agli occhi di tutti, che la risposta corretta a questo cigno nero è stato il coordinamento internazionale per finanziare in comune un vaccino per poi distribuirlo correttamente ai vari Stati. Anche se su questo si potrebbe aprire una digressione su come i paesi industrializzati abbiamo ricevuto una quantità di vaccini sproporzionata rispetto ai Paesi del terzo mondo, dove la situazione è tutt’altro che risolta (contrariamente a quanto richiesto dall’OMS e dalle principali riviste accademiche).

Si potrebbe poi annoverare, tra le misure efficaci generate a livello comunitario, la creazione dello straordinario fondo di debito comune denominato Next Generation EU,che ha esplicato il concetto di condivisione del rischio per ridare slancio all’economia dell’intera zona euro.

Infine, già solo dopo pochi giorni dall’inizio del conflitto in Ucraina, serpeggia l’idea che un esercito comune europeo possa essere un modo intelligente per proteggere gli interessi della UE. Come riporta la Repubblica, il presidente del Consiglio Ue afferma che “La Nato resta un pilastro, ma i leader dell’Unione hanno capito che aumentare le nostre capacità militari significa rafforzare l’Alleanza”. E se addirittura Paesi frugali come l’Austria si sono spinti a dire, in questo caso attraverso la voce del cancelliere democristiano Karl Nehammer, che “Gli investimenti sono necessari e importanti ora, e devono essere fatti in comune”, o come la Danimarca che indisce un referendum il 1° giugno per unirsi alla cooperazione Ue in materia di difesa, allora significa che qualcosa si sta muovendo.

Di fatto l’avvento di questi cigni neri ha dato vita a una ricetta utile per eventi futuri, rendendo palese come non tutte le scelte prese di comune accordo siano state corrette, ma quelle corrette hanno coinvolto l’Europa nell’insieme. Sintomo del fatto che nel mondo globalizzato odierno sono ormai gli Stati continente (USA, Russia e Cina) a fare le regole del gioco, poiché possono maneggiare l’incertezza con più confidenza, in virtù di maggiori risorse e una più forte stabilità interna.

La speranza che anche l’UE riesca a far proprio questo approccio al mondo d’oggi, adottando prassi per gestire ciò che non si può prevedere, ma che prima o poi tende a verificarsi, è palpabile, ma ancora non abbastanza forte per rendersi concreta.

di Roberto Biondini e Claudio Dolci

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