Prima spara, poi farai le domande

Esiste un tempo per ridere e uno per piangere, così come uno per pensare ed un altro per agire. Sono queste le sponde della similitudine entro cui si è arenato il dibattito tra il partito dei né né (in prevalenza a sinistra) e quello dei pro/contro (la stragrande maggioranza). Una lotta impari, poiché restare apatici di fronte alle immagini che giungono dall’Ucraina è impossibile, come lo è negare la rabbia, figlia dell’impotenza di chi si è voltato dall’altra parte, che monta in coloro che incrociano lo sguardo dei rifugiati ucraini, perlopiù donne e bambini, in fuga dalla loro casa e dai propri affetti. Si vorrebbe far qualcosa di più rispetto a dare loro un rifugio ed inviare armi là dove si resiste per difendere la propria libertà contro un invasore accecato dal potere. E non potendo imbracciare un’arma e correre in Ucraina per annientare Putin, chi può si scaglia contro chi sembra difendere le ragioni dell’invasore, ovvero il partito dei né né, liberandosi così da quel senso d’impotenza che appesantisce l’anima. E tutto ciò è indubbiamente comprensibile, ma non razionale. Non lo è perché soddisfa solo un bisogno immediato lasciando ai posteri domande scomode alle quali sarebbe invece opportuno provare a rispondere sinora. Ad esempio, una volta ottenuta la vittoria contro la Russia di Putin, che ne sarebbe del popolo vinto? Se qualcuno avesse pensato a questa domanda prima di invadere l’Afghanistan, l’Iraq e la Libia, forse oggi questi Paesi verserebbero in altre condizioni. O ancora, se del gas e petrolio non si può fare a meno (finanziando così i tank Russi), quali impatti avrà, sul medio-lungo periodo, acquistare tali materie prime da democrazie come quella Algerina e dell’Arabia Saudita? Non si staranno ingrossando le ricchezze dei despoti di domani? Non sono anche loro potenziali minacce così come lo è stata, ed è oggi più che mai la Russia? Ed ancora, i libri di storia non ci insegnano che ogni grande conflitto mondiale è stato preceduto da una corsa agli armamenti? L’errore, in chi rinuncia a rispondere a queste domande è quello della similitudine tra pensare o agire, dove ogni altra opzione pare ridicola. Eppure, sviluppare strategie di breve, medio e lungo periodo è ciò che prevede l’agire razionale e la grammatica geopolitica. Al contrario, l’agire d’oggi è determinato dai fallimenti strategici del passato, e in coloro che rifiutano il dibattito, così come ogni forma di negoziato, vi si può scorgere il tentativo di coprire tali errori per redimersi attraverso l’azione, anch’essa priva di riflessione. Lucio Caracciolo, ormai ospite fisso a Otto e Mezzo, insieme a Massimo Giannini, hanno provato a sottoporre ipotesi e scenari ad Iryna Vereshchuk senza ottenere nulla. Ed oggi, in Italia, ma non solo qui, il rischio è che molte domande restino prive di risposte, com’è accaduto ad Otto e Mezzo, e siano date in pasto alla contingenza del domani e i problemi che essa determinerà.

di Claudio Dolci

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