Le nuove leve

La conclusione dell’Eurovision Song Contest ha lasciato dietro di sé un folto popolo di consumatori seriali di talent show ansiosi di appassionarsi nuovamente ed esercitare il proprio voto, che paiono però del tutto ignari dell’esistenza di un programma di pari intrattenimento e con analoghi mezzi di coinvolgimento che si svolge tutto l’anno: si chiama politica. Il 12 giugno, infatti, si vota per le amministrative e nel 2023 (anche se non è ancora certo) per le nazionali.

Vien da sé che i distinguo tra un Amici di Maria de Filippi qualsiasi e l’elezione dei candidati per una giunta comunale o regionale ci siano tutti, anche se non si tratta dei soliti noti. Ad esempio, la capacità di coinvolgere le persone ed attribuire valore al loro voto risulta tutta a vantaggio dei talent show, mentre la politica ha colto dal giardino dai programmi tv i canoni di selezione della propria classe dirigente e la statura del dibattito pubblico. Uno scambio equo? Dipende dalla chiave di lettura. Oggi, infatti, è in corso un’(in)evoluzione da parte degli attori politici, i quali spingono i partiti, o ciò che ne rimane, a puntare le proprie fiches sul personalismo, abbandonando così segreterie, sedi territoriali e spesso anche il dibattito interno, sostituito troppo spesso dal tweet del capo.

Di fronte a questi cambiamenti ci si deve interrogare sulla loro origine e la sensatezza che ne ha determina l’esistenza. Per quanto riguarda il come si è giunti sin qui, è fondamentale riprendere due concetti: secolarizzazione ed evoluzione delle società aperte. La caduta delle due grandi ideologie che nel secolo breve hanno fatto da contraltare al liberalismo, ovvero nazifascismo e comunismo, hanno permesso il consolidarsi dell’individuo e allo stesso tempo lo svuotamento del concetto stesso di ideologia. A dire il vero su questa prospettiva non c’è unanimità, poiché c’è chi ritiene che anche il liberalismo possieda una matrice ideologica; tuttavia, sul fatto che la poetica, musa delle rivoluzioni del Novecento (e quelle prime), e la religione, incontrastata gatekeeper del senso dell’esistenza, abbiano ridimensionato il loro ascendete sulla politica, nonché sulla società stessa, v’è una convergenza bipartisan. Se ne deduce che a fronte di una crisi dei sistemi di autorità si siano andate via via diffondendo le nuove tecnologie (televisione e Social media in testa a tutti) e con esse un nuovo modo di socializzare e condividere, il quale ha determinato un cambio di mentalità da parte dell’individuo (tuttora in cerca di senso). E sempre in questo scenario, inoltre, gli attori politici hanno dovuto iniziare un percorso per cambiare pelle imposto da altri due grandi moti che nel tempo hanno accresciuto il loro peso: dal ritorno della geopolitica, rimasta sottotraccia da Yalta in poi (almeno nel Vecchio Continente) e oggi riapparsa con la crisi in Ucraina, al sistema economico mondializzato chiamato globalizzazione. Un cambio di geometrie che ha di fatto indebolito il sistema politico nonché quello di governo, troppo statico rispetto al suo ambiente per evolvere con la medesima velocità ed efficacia, e resosi per questo subalterno a fattori esogeni di pari, se non superiore, entità. Col risultato che l’elettore stesso, ormai immerso nei nuovi media e figlio della secolarizzazione, appare oggi un soggetto sconosciuto per gran parte dei partiti.

Che fare quindi? Di fronte a una crisi del genere la dirigenza politica ha fatto l’unica cosa che può tentare di fare un sistema in affanno: accelerare la transizione cambiando attraverso un’imitazione per analogia. Un adattamento sofferto e non del tutto compiuto che ha portato alla scomparsa dei partiti della prima repubblica (e di buona parte di quelli della seconda) e al contempo all’affermarsi di forme di politica maggiormente incentrate sulla personalità dei frontman di turno rispetto ai “marchi” di foggia più tradizionalista. Tradotto, oggi vige il leaderismo nei partiti, e forme di “presidenzialismo” nelle istituzioni. Si tratta di una tesi corroborata da nomi che vanno da Berlusconi a Salvini, ma anche Prodi e Veltroni, fino a Renzi, Calenda e Meloni (dal lato dei partiti), e di Napolitano, Mattarella e Draghi (dal canto delle istituzioni). Tutti loro sono stati a pieno titolo i protagonisti delle nuove modalità per intercettare un elettorato sempre più frammentato (ma pur sempre disponibile a farsi coinvolgere e pienamente immerso nei nuovi mass media) e coagulare le istituzioni attorno a un perno credibile. Se non fosse così sarebbe difficile spiegare il successo che in questi anni ha dapprima toccato e poi offuscato il Movimento 5 Stelle, Renzi, Salvini e, probabilmente, domani la Meloni.

Ma come si spiegano allora le ascese e le cadute così repentine da parte dei partiti personali? In parte esse trovano un loro perché analizzando il lato della domanda politica, dove la prosaicità del discorso pubblico ha contribuito far crescere i semi della secolarizzazione, impedendo alle passioni, ormai prive di una musa, di manifestarsi nuovamente con vivacità negli elettori. E senza la passione, così come senza la possibilità di identificarsi, sono venute meno le motivazioni a lasciarsi coinvolgere dalla politica, la quale ha subito il crescere di un competitor, assai temibile, composto da schiere di influencer e similari. I quali offrono la possibilità di interagire in diretta, mandare messaggi e lamentarsi o condividere un contenuto, ma soprattutto quell’esperienza che ormai dispensa ogni servizio di costumer care che si rispetti: dire la propria e incidere col proprio contributo. Due modalità d’interazione che ora sono completamente sparite dalla politica e che in passato erano compensate da una diversa società, mentre pesano come macigni su quella attuale. Dal canto loro, i partiti non sono le uniche istituzione ad aver perso questa funzione, i sindacati e le organizzazioni di rappresentanza delle varie categorie imprenditoriali, ad esempio, sono scivolati nella stessa trappola a causa dell’assenza di un vero e proprio coinvolgimento.

Dal lato dell’offerta, invece, le rapide ascese e cadute si possono spiegare attraverso l’adozione della struttura dei talent show, ma senza un altrettanto valida ricetta per riadattare i contenuti che erano propri della politica. D’altronde, se si deve vendere un prodotto o promuovere una cantante, influencer e talent show, con annessi format interattivi, vanno benissimo, ma non quando si deve discutere di rotonde, di immondizia e lotte sindacali no: ed è qui che sono e stanno andando a sbattere i partiti personali. Un esempio? Il caso della lista di Como e di Doha Zaghi, la “mistress” esclusa da Azione per via della propria attività professionale, ritenuta inopportuna (anche se del tutto lecita) per una carica pubblica. Ed un caso analogo si è verificato anche lo scorso Ottobre, durante la tornata elettorale milanese, quando FdI si dichiarò estraneo, ovviamente solo dopo la pubblicazione dell’inchiesta condotta da Fanpage, ai gesti e alle dichiarazioni apologetici del fascismo di Carlo Fidanza e di Chiara Valcepina. Nei fatti, da una parte Calenda sembra non aver letto accuratamente il curriculum di Doha, mentre dall’altra Meloni pare non aver verificato attentamente le modalità con le quali i suoi candidati raccattavano voti per le strade di Milano. Possibile tanta non curanza? A sentire i diretti interessati sì e già questo solleva più di un lecito dubbio sulle nuove modalità con le quali si scelgano i candidati e i contenuti che essi veicolano. Ed un discorso analogo vale per le competenze richieste, siano esse organizzative e amministrative, nonché per le idee e il percorso dei singoli candidati. Tutti elementi passati in secondo piano e sostituiti da criteri più terra terra, come la fedeltà, la dote di follower (nella speranza che si tramutino in voti), l’eloquenza e la capacità di costruire solide relazioni attorno alla figura del leader, come dimostra anche la recente nomina di Lucia Ronzulli a coordinatrice della Lombardia. Un caso, quello di Ronzulli, che ha sollevato molte proteste interne a FI, con Gelmini intenta a sfogarsi con Tajani e Salini che ha rifiutato la nuova nomina a responsabile per i rapporti con le associazioni imprenditoriali.

Come uscire da questo guado? L’idea di imitare per analogia ha consentito ai partiti personali di crescere vertiginosamente e selezionare leader carismatici, i quali però, non hanno saputo utilizzare il proprio consenso per avviare dei processi relazionali duraturi con i propri elettori. In breve, ciò che è venuto meno è stato il processo di accountability da parte della classe politica e quindi la possibilità, da parte dell’elettore, di poter dire: anch’io conto qualcosa. I 5 Stelle, ad esempio, avevano tradotto quest’ultimo aspetto nell’uno vale uno, un vero e proprio salto nel vuoto senza paracadute, mentre gli altri leader si sono inerpicati in formule più complesse ma di uguale inefficacia (se non fosse così sarebbero ancora alla guida del Paese). Sarebbe quindi necessario prestare sin da ora maggiore attenzione sia i processi di selezione dei candidati, sia alle soluzioni per dare maggiore peso al contributo dell’elettore. Il rischio, infatti, è che senza accorgimenti le future leve delle politica si debbano amalgamare sempre di più con influencer e talent show rendendosi del tutto indistinguibili gli uni dagli altri. E prima che il futuro Presidente del Consiglio sia uno del duo Ferragnez, varrebbe la pena intervenire, anche perché c’è già stato un comico alla guida del partito di maggioranza relativa ed evitare i bis sarebbe doveroso.

di Claudio Dolci

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