In media stat virtus

Così come il riscaldamento globale ci ha abituati all’assenza delle mezze stagioni, è ora il sistema dei media, ormai al collasso, a rimuovere ciò che resta delle posizioni intermedie, lasciando chi si trova nel guado dell’opinione pubblica alla mercé delle uniche due sponde possibili: o sei pro o sei contro. Un copione già visto con la pandemia ed ora arricchito da dossier ombra, svenimenti in diretta tv e alleanze tra linee editoriali così agli antipodi tra di loro da far sembrare omogenea e coerente l’attuale maggioranza di governo. Di fronte a questo caos si è costretti a scegliere se rimanere invischiati nel gioco oppure se fare un passo indietro e osservare la dinamica del conflitto da un’altra prospettiva, ed è quello che stanno facendo gli italiani.

Secondo i dati riportati dal Corriere della Sera, curati dall’Istituto Ipsos (diretto da Nando Pagnoncelli), dal 17 marzo ad oggi la quota di coloro che non si schierano né a favore dell’Ucraina, né della Russia, è passata dal 38 al 44% (il famoso partito nei né né). Un discorso analogo vale per le sanzioni, che ora trovano l’appoggio del 47% del campione intervistato, contro un iniziale 55%. Che questo cambio sia determinato da una moltitudine di allocchi caduti nella trappola della disinformazione russa o da analfabeti funzionali chiamati ad esprimersi? No, è che solo il 27% del campione ritiene l’informazione erogata dai mass media “neutrale ed oggettiva”, mentre tutti gli altri la considerano sbilanciata a favore di una delle due parti in causa.

E come dargli torto? In questi mesi la stampa ha dato il peggio di sé, dalle liti in tv tra accademici e politici, accompagnate da insulti e querele che neanche al Processo di Biscardi, a vere e proprie fake news, fornite da ambo le parti della barricata, come è normale che sia in ogni genere di conflitto, propinate però come oro colato. Solo che in questo caso la credibilità dei media, tra cui i principali giornali italiani, è di fatto posta alla berlina dal loro stesso funzionamento. Già, perché la precarietà di cui oggi gode l’informazione ha origini antiche, che andrebbero riscoperte a colpi di replay e VHS. Dalla lottizzazione della Rai al bando di Luttazzi, Santoro e Biagi, per poi approdare a un sistema, quello dell’attuale giornalismo, ormai regolato perlopiù da interessi privati, che solo raramente si palesano al lettore (come ha riportato TPI in un analisi pubblicata il 29 aprile scorso). Per di più, e nonostante l’ingente aiuto da parte di interessi esterni, il numero di copie vendute dai principali quotidiani italiani è in costante caduta libera. Giusto per citare due dati, il Corriere, dal 2011 al 2020, ha perso il 60,1% delle vendite delle copie cartacee, mentre La Repubblica, sempre nello stesso arco temporale, ne ha perse il 68,1%; e il tentativo di compensare tali perdite con i talk ha solo reso ancor più palese lo smarrimento dell’informazione, come dimostra anche la diretta di Giletti dalla Russia. Ma come si spiega una simile deriva?

Nadia Urbinati su Domani, la spiega così:“ La guerra in Ucraina ha rilanciato il soft/hard power e ha messo in luce quel che gli studiosi di politica documentano da qualche anno: lo scambio dei ruoli tra partiti e media sul set della politica. La guerra ha mostrato che i media sono sempre più spettacolari e partigiani, e i partiti meno di parte. I primi fanno l’audience dalla quale i secondi dipendono.” Ed in questa inversione di ruoli, nata ben prima del conflitto russo-ucraino, che risiede la vera crisi del sistema dei media. Troppi giornali hanno infatti smesso di fare informazione per occupare il posto lasciato vacante dalla crisi dei partiti, innescando così, perlopiù involontariamente, la propria spirale autodistruttiva, perché là dove inizia la propaganda, là dove si premia la dichiarazione invece dell’intervista e si adotta un registro linguistico differente a seconda del rapporto di preferenza col proprio interlocutore, cessa la promozione di ogni qualsivoglia forma di pensiero critico ed indipendente. Ed è proprio quello che sta accadendo oggi.

Per questa ragione chi pensa che il problema dei mass media sia quella manciata di persone sbattute sulle pagine del Corriere per via delle loro idee si trova oggi alla stregua di coloro che denunciano la violazione dell’Art. 21 della nostra Costituzione in un dibattito pubblico. In entrambi i casi non ci si accorge di esagerare ed esaltare la partigianeria di stampo partitico senza rendersi conto che i media e l’informazione dovrebbero essere altra cosa.

di Claudio Dolci

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