La Repubblica dei media

“Chi è il vostro candidato premier?” – chiedeva il conduttore a Enrico Letta, senza ottenere un nome come risposta. Perché? Perché insistere con una domanda scorretta, che continua a dare ai cittadini elettori la sensazione di essere traditi da una classe politica distante e “incoerente” che non vuole battersi a viso aperto ma preferisce essere eletta “al buio” per poi accordarsi con i presunti nemici nelle segrete stanze del potere?

Nella settimana in cui hanno riaperto i battenti anche Dimartedì e Piazzapulita, è stato tutto un rimbeccarsi su chi sia più coerente. Chi abbia tradito di più o di meno, chi sia venuto meno ai patti da un giorno all’altro, chi abbia “cambiato casacca”. E tra un litigio e l’altro, sapientemente provocato dal conduttore di turno, è emerso con chiarezza quanto questa santificazione della coerenza sia una creazione dei media, eretta poi a fondamento ideologico da populisti irredimibili come i Cinquestelle. Guai a ricordare che la nostra Costituzione, cioè la legge di base delle nostre regole del gioco, prevede due piccole norme che dicono l’opposto di quanto proclamano i media (e i pentastellati prima di altri).

La prima è la regola che il mandato parlamentare non è soggetto ad alcun vincolo. Cioè il deputato o il senatore non può vincolarsi a obbedire a un partito o a un gruppo di elettori, ma è libero di votare e agire secondo la sua coscienza. In altre parole, lui non è – secondo la Costituzione – il “delegato” dei suoi elettori, come fosse un delegato in un’assemblea condominiale, ma è un “rappresentante” che può prendere decisioni nell’interesse generale (e nazionale) che a volte può non coincidere con l’interesse particolare dei suoi elettori. Vogliamo fare l’esempio dei rigassificatori?

Quindi il “cambio di casacca” è un’invenzione dei mass media su cui si è costruita una mitologia – e addirittura proposta una modifica costituzionale poi abortita – sul fatto che il parlamentare deve essere “coerente” con chi lo ha eletto, di cui non deve “tradire” il mandato. Cioè dovrebbe rimanere per sempre nello stesso partito in cui è stato eletto, o votare sempre secondo le sue indicazioni. Altrimenti si parla di “trasformismo”, e giù anatemi da parte dei media e di altri difensori della purezza e della coerenza. Se non è una posizione ideologica questa, non so cos’altro lo sia. Gli stessi che dicono che l’ideologia è da aborrire…  

Ci viene il sospetto, o qualcosa di più, che il populismo – e il conseguente giustizialismo – sia stato spinto, pompato dal radicalismo dei media, non solo di destra, ma anche dei grandi editori “mainstream”, con il solito vezzo di soffiare sul fuoco del malcontento al solo scopo di vendere di più e potenziare gli introiti pubblicitari. Non sarà allora che il 40 per cento di astenuti o stanchi della politica sono una conseguenza della sistematica demolizione delle istituzioni e della stessa idea di politica, che è di per sé invece compromesso e accordo (anche con avversari politici, se del caso) per il bene del Paese?  

Secondo. La Costituzione dice che l’Italia è una Repubblica parlamentare, dove il capo del governo è nominato dal presidente della Repubblica, che può legittimamente scegliere qualsiasi cittadino italiano maggiorenne, senza per questo essere accusato di un colpo di stato (vedi i casi di Monti nel 2011 e Draghi dieci anni dopo). È una mitologia, creata dai media e soprattutto insistita dal 1994 in poi, che il presidente del consiglio debba essere votato dal popolo. Non solo non c’è scritto da nessuna parte, ma anche l’indicazione sui simboli di partito del nome del “candidato premier” è una forzatura se non un’offesa o una lesione alle prerogative del presidente della Repubblica. Figuratevi che è tanto una mitologia che anche nel Regno Unito, patria della democrazia, il premier non è eletto dal popolo come si crede, ma è scelto dagli iscritti al partito che vince le elezioni. Liz Truss, neo-premier inglese, è stata eletta, in fondo, dallo 0,84 per cento degli elettori inglesi. L’illusione del maggioritario, cioè l’illusione di vivere già in un sistema del tutto bipolare, bianco o nero, democratico o repubblicano, è continuamente alimentata sui media, a tutti i livelli, perché questo eccita lo scontro.

Ne abbiamo visti tanti, di scontri, questa settimana, tutti improntati alla competizione “bipolare” tra il PD, perno della coalizione di centro-sinistra, e FDI, con la Meloni “candidata premier”. E i conduttori continuavano a chiedere a Enrico Letta chi è il candidato premier della coalizione di centro-sinistra. O almeno del PD. E lui, povero onest’uomo che ancora non ha capito il gioco al massacro dei media, continuava a ripetere che non sta bene invadere le prerogative del presidente della Repubblica, e così via. Poi Edith Bruck a Piazzapulita ha detto quello che tutti pensano: Letta è una brava persona, ma non urla, non trascina, non riesce a galvanizzare le folle.

Diceva la Bruck che lei ha paura dei capi-popolo che urlano in piazza, ma questa è la reazione di una scrittrice, intellettuale e grande testimone della Shoah. Non la posizione della maggioranza degli italiani, che vogliono solo “provare qualcosa di nuovo”, e non gliene frega niente del 25 Aprile (povero Bersani, che chiede a Meloni di riconoscere questa ricorrenza!). Men che meno dell’antifascismo su cui è basata la nostra Costituzione. E tutto questo è spinto (anche) dalla inesorabile voglia dei media che qualcosa cambi. Più si cambia, più si vende, più si guarda la tv, più c’è pubblicità, più si fanno affari. Ma può il destino di un Paese dipendere (anche) dagli umori, e dagli affari, dei media?

di Roberto Guardaboschi

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