Turchia: le mire del Sultano

Lo Zar si è incontrato con il Sultano e insieme hanno concordato un piano per far passare le navi con il grano dai porti ucraini. Lo Zar? Il Sultano? Ma in che secolo siamo? Il XXI? Sono impazziti i giornalisti? Non esattamente. Chi legge i giornali sa benissimo che oggi Putin viene chiamato “lo zar” e Erdogan, il leader turco, “il sultano”. Perché? Di Putin ci è chiaro ormai il disegno di riproporre una logica imperiale, guardando non più alla defunta Unione Sovietica, ma al più longevo Impero Russo di matrice appunto zarista. Ma Erdogan? Vediamo.

La Turchia è da sempre un bastione della NATO proteso a Oriente, il Paese con l’esercito più potente e temuto fra tutti quelli dell’Alleanza Atlantica, dopo gli Stati Uniti. E negli anni, sia pure con qualche parentesi di giunta militare al governo, è stata sempre una democrazia, coi suoi partiti e con libere elezioni. Frutto dell’eredità di Kemal Ataturk, padre della Turchia moderna, che negli anni Venti (del XX secolo) segnò il passaggio del Paese dall’Impero Ottomano alla Turchia repubblicana e laica. Proprio quella laicità sconfitta nelle urne nel 2002 dal partito islamico AKP di Recep Tayyp Erdogan, diventato primo ministro nel 2003 (un paio di anni dopo Putin) e poi presidente dopo il referendum costituzionale del 2017.

Erdogan è il presidente di una “democratura” molto simile a quella russa, dove i media sono controllati o asserviti al potere statale, e ogni dissidenza è repressa con la prigione o nel sangue. Questo il quadro a tutti noto. Perché però il Sultano ci interessa oggi? Per la sua idea, non dissimile da quella di Putin, di riprendersi quello che la Storia ha tolto alla Turchia: l’Impero Ottomano. Alcuni passi in questa direzione.

Innanzitutto la Siria, un vicino scomodo e in preda a sussulti terroristici dopo le rivolte anti-Assad, il presidente-dittatore. Un terreno di scontro da cui gli USA si sono presto chiamati fuori, per lasciare prima campo libero all’ISIS, lo Stato Islamico, poi alle truppe di intervento turche e ai russi dell’agenzia di mercenari Wagner. Un puzzle inestricabile in cui il Sultano è riuscito perfino a trovare un accomodamento con lo Zar. Puntualmente ripetuto – nonostante appoggino schieramenti opposti – in Libia negli stessi ultimi anni. La Turchia infatti sostiene il governo di Tripoli, quello “ufficiale”, e ha garantito un appoggio militare efficace e visibile, sostituendosi alle promesse italiane e ai suoi piccoli cacciamine (la Turchia ha mandato un contingente militare di terra e alcune fregate lanciamissili). La Russia invece sostiene – sempre attraverso la Wagner – il governo separatista di Bengasi del generale Haftar, il ras della Cirenaica.

Nonostante questo, Erdogan è riuscito nell’acrobazia di stringere relazioni sempre più forti con Putin, evidentemente attratto dai dittatori come lui (il termine “dittatore” per Erdogan è stato usato da Draghi in uno dei suoi primi interventi pubblici come primo ministro italiano). Inutile sottolineare che i teatri siriano e libico siano storicamente territori del fu Impero Ottomano, che si estendeva su tutto il Nord Africa fino all’Algeria. Ma comprendeva anche gran parte dei Balcani, pur sempre in competizione con il multietnico Impero Austro-Ungherese degli Asburgo.

E proprio qui, in una recentissima visita in Bosnia-Erzegovina (isola islamica, non a caso, in mezzo a cristiani cattolici e ortodossi), Erdogan si è lasciato andare a incredibili minacce alla Grecia, accusata di “provocazioni continue” nell’Egeo. Accusa puntualmente respinta al mittente e fatta propria, in senso opposto, dalla Grecia, per via delle scoperte di ingenti giacimenti petroliferi e di gas naturale nell’Egeo e al largo di Cipro. Il limite delle acque territoriali dei due paesi è da sempre oggetto di contestazione, ma con le scoperte dei giacimenti è diventato fonte di litigi e scaramucce all’ordine del giorno. Stiamo parlando di due Paesi membri della NATO, di cui uno anche della UE, che sarebbe assurdo vedere di nuovo in guerra dopo l’invasione turca di Cipro nel 1974, quando le maniere forti costarono alla Grecia (per fortuna) la caduta della dittatura militare dei “colonnelli”.

Questi i teatri di intervento operativo (stavo per dire militare) del Sultano. Poi c’è tutto il lavoro della sua diplomazia, altra storica eredità imperiale. È chiaro a tutti, dopo gli accordi sul grano, che nel conflitto ucraino solo la Turchia è in grado di mettere le due parti intorno a un tavolo, nonostante Erdogan abbia dichiarato di appoggiare senza riserve l’Ucraina e condannare la Russia (e vendere i suoi micidiali droni Bayraktar agli ucraini). E nonostante che Erdogan incontri regolarmente e calorosamente Putin, offrendosi di fare da mediatore con l’Occidente, o comprando armi da lui, i micidiali missili antimissili SS 400, suscitando le ire del Pentagono. O garantendo l’accessibilità dall’Occidente alla Russia con i voli della Turkish Airlines, che sta facendo affari d’oro, alla faccia delle sanzioni. Se non è abilità diplomatica questa, non so cosa lo sia.

Eppure, la Turchia è ancora dal 1999 – sulla carta- Paese candidato a entrare nella UE. Sembra chiaro, a giudicare da come si è mosso Erdogan, che il suo orizzonte è molto più vasto. La sua visione “neo-ottomana” è di creare una federazione o unione di Paesi islamici in tutto il bacino orientale del Mediterraneo e nei Balcani, con un potenziale demografico ed economico di tutto rispetto. Un ultimo dettaglio: conscio che in inglese Turkey vuol dire anche “tacchino”, Erdogan ha chiesto formalmente all’Onu, e ottenuto, che la denominazione ufficiale del suo Paese sia in turco, diventi cioè Türkiye.

di Raffaele Raja

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