Il contagio

Ma cosa è successo in Svezia? Cioè, cosa di tanto eclatante da farci preoccupare o gioire – secondo i punti di vista – per una tornata elettorale che di norma non avrebbe interessato nessuno? Qualcuno ha detto: finalmente! E ha letto quella vittoria in chiave italiana come a dire “ora tocca a noi!” Solo che per vedere la Lega di nuovo al governo saranno passati solo tre anni, non i quasi cento della Svezia.

Era dal 1930 che in Svezia non andava al potere un partito di destra, conservatore. Finora eravamo abituati a pensare alla Svezia come la culla del welfare state, della socialdemocrazia eternamente al potere perché consolidata dal benessere – e quindi dal voto – dei cittadini. Tutti ricordiamo Olof Palme primo ministro svedese di grande caratura, che negli anni Settanta del XX secolo portò la Svezia sugli altari dei paesi più progressisti e aperti al mondo, di incrollabile fede nella cooperazione internazionale e negli organismi come l’Onu. Facendosi però molti nemici, come il regime segregazionista sudafricano, e molti gruppi di estrema destra che probabilmente furono tra i mandanti del suo assassinio per strada nel 1986. Un delitto ancora con molti punti oscuri che, arrivato a sentenza nel 2020, rappresenta emblematicamente la parabola di questo Paese.

Dieci milioni di abitanti (come la Lombardia) su un territorio una volta e mezza l’Italia, la Svezia ha smesso da tempo di rappresentare un modello. La grande apertura dimostrata nei confronti di un’immigrazione da tutti i paesi del mondo, in particolare di rifugiati, prima dai Balcani in guerra, poi dall’Afghanistan, poi dalla Siria, è costata la crescita di movimenti di estrema destra apertamente neonazisti e quindi razzisti. L’ultima versione più o meno ripulita di questa destra è rappresentata dal partito Democratici Svedesi (SD), che alle elezioni di domenica scorsa ha preso il 20 per cento dei voti e ha spinto al 49,6 per cento (e 176 seggi) la coalizione di destra, battendo per 50mila voti quella di sinistra, capeggiata dai socialdemocratici (e arrivata al 48,9 per cento con 174 seggi).

Con il paese spaccato in due, la premier Magdalena Andersson si è subito dimessa, e ora il re Carlo Gustavo XVI affiderà alla Destra il governo svedese. Un salto nel buio, considerando le posizioni estreme dei partiti che compongono la coalizione, in particolare SD. A parte l’ingresso del Paese nella NATO, richiesto dalla Andersson prima delle elezioni con il consenso di tutti i partiti (vincendo resistenze interne alla sinistra, attaccata alla storica neutralità della Svezia), ci si può aspettare un Paese ancora più “frugale”, cioè rigido sull’applicazione del Patto di stabilità, contrario a ogni forma di solidarietà intra-UE (tipo il Next Generation EU) e a qualsiasi espansione dei poteri della Commissione europea, cioè dell’unico organo che rappresenta “l’Europa”. In altre parole, la Svezia si schiererà per un’Europa “delle nazioni”, con meno poteri all’Unione e nessuna solidarietà sul tema immigrati o debito comune europeo. Di fatto, la posizione delle nostre destre, cioè dei Conservatori europei, la cui presidente è per l’appunto Giorgia Meloni.

Il brivido che attraversa ora le istituzioni europee – in particolare la Commissione- e i Paesi più europeisti come Francia, Spagna e Germania, è il pensiero di un effetto contagio. Per ora Francia e Germania l’hanno scampata, ma se l’Italia dovesse passare a destra, come potrebbe essere il 26 settembre, sarà un paese sei volte la Svezia a passare dalla parte dei “nazionalisti” come Polonia, Ungheria e, appunto, Svezia. Vox in Spagna e Alternative für Deutschland in Germania aspettano il loro turno. Con Trump vincente alle elezioni del 2024 e il Regno Unito su posizioni apertamente reazionarie, il quadro sarebbe completo, e il destino di Francia e Germania (e Spagna?) alle prossime elezioni sarebbe segnato. Saranno i Paesi membri a decretare la fine dell’Unione Europea?

di Raffaele Raja

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