“Schlein profilo di rottura”. Giulia Pelucchi racconta la sua discesa in campo al congresso Pd

Il Pd è qualcosa di più delle correnti che infestano il Nazarenoe che nel tempo hanno fatto della cooptazione e del do ut des la loro principale arma d’azione. Ed è forse questa la sintesi del pensiero di Elly Schlein, che qualche giorno fa, al circolo Monk, ha lanciato la sua candidatura all’insegna di quelle battaglie che un Pd eccessivamente poliforme pare aver dimenticato.Insieme a lei, ad aprire il dibattito, c’era Giulia Pelucchi, volto di spicco del Pd milanese e tuttora presidentessa del Municipio 8 di Milano. Pelucchi ha fatto una carriera politica lampo e all’insegna di incarichi importanti in entrambe le presidenze di Palazzo Marino targate Sala. Ed oggi rappresenta quel Pd di sinistra che sfida Bonaccini e il sistema delle correnti per riportare al centro del dibattito le tematiche dei giovani, della povertà, delle disuguaglianze e dei diritti civili.

Nel discorso di apertura al Monk hai sottolineato il tema dei lavoratori poveri, del precariato e quello della casa per i giovani. Che cosa si può fare nell’immediato per rispondere a queste problematiche?

Il tema generazionale– racconta Giulia Pelucchi – è sicuramente uno di quelli che mi hanno spinta a sostenere maggiormente la candidatura di Elly Schlein alla segreteria del Pd. Quello di Elly è un profilo che può essere definito disruptive, in grado quindi di rompere finalmente certe dinamiche e logiche ancora in corso. Schlein stessa crede e vuole mandare avanti una nuova generazione e una classe dirigente che lei stessa incarna.

Sulla precarietà, invece, anche per il mio vissuto, mi sono concentrata molto sul tema delle partite-iva, perché, pur comprendendo tutto il tema che gravita attorno alla figura dei dipendenti, vorrei portare attenzione sul fatto che ci sono tantissime persone ingaggiate come lavoratori autonomi e che poi si ritrovano in assenza di quei diritti che per il dipendente sono invece dati per acquisiti. Il lavoratore autonomo, ad esempio, deve pagarsi i contributi, non ha gli straordinari e le ferie. E ad oggi nel centro sinistra non si parla abbastanza degli autonomi, concentrandosi di più sui dipendenti, mentre vorrei che si allargasse un po’ di più lo sguardo su una tematica che mi sta a cuore, che conosco e su cui posso dare il mio contributo.

Che cosa ne pensi della Flat Tax per i redditi sino a 85.000€?

Ritengo che la Flat tax abbia il grosso limite di far vendere meglio il concetto stesso della partita-iva. Nel senso che dal lato del datore di lavoro l’attuale meccanismo è incentivante, perché più si alza il limite massimo di fatturazione più si protenderà verso la partita-iva rispetto ad altre tipologie di contratti capaci di tutelare meglio i diritti dei lavoratori. Ovvio, se il lavoratore autonomo si ritrova davvero nella condizione di avere degli spazi per gestirsi tempi e modalità di lavoro, è un conto, ma se invece, come capita troppo spesso, si tratta di una finta partita iva, allora questa modalità d’ingaggio non dovrebbe essere concessa. E ritengo che il vero problema, dal lato del datore di lavoro, sia rappresentato dal costo dei dipendenti, che in Italia è altissimo, spesso il doppio rispetto poi a quanto resta in tasca al lavoratore.

I diritti civili sono stati i grandi assenti dell’esecutivo guidato da Mario Draghi. Che cosa andava fatto e andrebbe fatto adesso?

Premetto che ho apprezzato molto il governo guidato da Mario Draghi, una delle persone più autorevoli in Italia, e che per questo sono stata contraria alla caduta di quell’esecutivo. E mi sembra evidente come in un governo di così larghe intese, come fu quello di Draghi,capace di tenere dentro di sé tutto ed il suo contrario, non si potessero fare certe scelte, come ad esempio quelle sui diritti civili. Credo altresì che proprio i diritti civili rappresentino un tema cardine del centro sinistra e del Pd, e sui cui noi stessi abbiamo, anche all’interno del nostro gruppo dirigente, dei nodi ancora da sciogliere. Se vogliamo rappresentare davvero le nuove generazioni e il cambiamento che esse domandano, allora credo che alcuni temi, come ad esempio il matrimonio egualitario e l’adozione per le coppie omogenitoriali, rappresentino i due requisiti base su cui una persona iscritta al Pd debba credere e condividere con convinzione. Purtroppo però a oggi non è così. Penso anche solo alla legge 194, legata al diritto all’aborto, su cui ancora non c’è una convergenza unanime da parte del gruppo dirigente. Il fatto è che oggi non è più il tempo per scendere a compromessi sui temi dei diritti civili e che per questo qualcuno debba fare una scelta diversa dallo stare con noi.

Che cos’è che contraddistingue la proposta di Schlein da quella di Bonaccini?

Apprezzo Bonaccini, ma quello che io vedo in lui è un film già visto. Una modalità di posizionamento e un’organizzazione tale da rivedere schemi già noti, sia in termini di alleanze, che di organizzazione sul territorio e di gruppi di interesse: è tutto già scritto e visto. Quello che osservo in Schlein, invece, è davvero la genuina capacità d innovare. Il vero tema è che lei, all’interno del gruppo degli iscritti, vive più resistenze perché non è vista come “uomo di partito”, a differenza di Bonaccini. Ellysconta poi il fatto di non avere la tessera e un’organizzazione interna meno forte rispetto a Bonaccini, che invece sta lavorando da tempo, anni, alla sua candidatura e fa parte a tutti gli effetti della classe dirigente. Ma quando ci si sposta sul perimetro esterno a questo schema, quindi fuori dalle logiche del Pd, si nota come Schlein stia riuscendo a suscitare un entusiasmo che non si vedeva da tempo. Se Bonaccini è più solido nel partito, Schlein lo è sui territori e nella capacità di allargare il consenso.

Vero è che parole come rottura, nuove generazioni e abolizione delle correnti sono tra i vessilli della proposta di Schlein come lo furono di quella di Matteo Renzi. Qual è la differenza tra le due visioni?

Pur avendo creduto a Renzi, in quella fase, penso che la differenza stia nel modo di porsi e con cui si fa politica. Io penso che Schlein ci stia mettendo un po’ più di cuore e un po’ meno interessi personali. Nonostante credessi e creda ancora che l’epoca Renzi abbia rappresentato il momento giusto per dare un segnale, che però poi si è perso in una deriva personalista. Ma le intenzioni erano corrette. Spero che questa volta Elly  riesca, là dove Renzi ha tentato, senza imboccare la medesima sorte.

Ipotizziamo che il congresso lo vinca Schlein. Che ne sarà dei capi correnti e dell’influenza che ancora esercitano nel Pd? È difficile immaginare che se ne vadano spontaneamente o che cessino di esercitare il potere nelle decisioni della segreteria.

Il punto non è eliminare le correnti, sarebbe utopico e utopistico dire “eliminiamo le correnti”, anche perché non sono necessariamente un male se rappresentano gruppi di pensiero e di elaborazione. Il problema è quando queste correnti fanno solo ed esclusivamente il loro interesse a mezzo cooptazione. Occorre depotenziarle e garantire loro meno di quello che potrebbe offrire Bonaccini. Il punto è non rendere nessuno indispensabile e non piegarsi a tutto quello che una corrente può chiedere per sé stessa.

Teme che l’esito del congresso possa spaccare in due il Pd?

In queste settimane l’ho sentito dire più volte. Pur essendo Bonaccini più vicino al mio percorso generale, ho delle posizioni abbastanza moderate, tranne su alcuni temi su cui sono più radicale. Quindi credo che oggi la figura giusta per la guida del Pd sia quella di Elly Schlein. Bisogna però evitare che si creino delle fratture o delle scissioni, dopo di che è anche vero che da una parte hai un piatto della bilancia con il tenere dentro tutti, con quel pluralismo che nel tempo ha quasi voluto dire che valesse tutto. E come dimostra il responso delle urne ciò non ti rende credibile da parte dell’elettorato. Dall’altra parte, invece, hai una visione chiara e definita di chi si è e di che cosa si voglia fare. Tra le due scelgo quest’ultima. La scissione è un rischio che si corre e che bisogna evitare, ma non nel nome di “un tutti dentro” e “del dire tutto e il suo contrario”.

Forse un Pd con un’identità più definita potrebbe rispondere meglio alle destre oggi al governo? Penso ad esempio a FdI

Sì, senza però diventare integralisti in assoluto. Ad oggi esiste una destra identitaria di governo, un partito di centro, che porta avanti istanze in modo cerchiobottista, e una parte che deve essere un po’ più a sinistra. Il tema dei diritti civili c’è, ma così come ci sono l’ambiente, la povertà, la lotta alle disuguaglianze, tutti temi su cui il governo Meloni ha fatto pochissimo. E un’identità nostra, di questo tipo, che ci contraddistingua e ci contrapponga proprio a FdI si ritrova in questi valori e nella figura di Elly Schlein.

Come pensi si sia mosso il Pd per le elezioni regionali?

Male. La premessa è che sono contenta della scelta di Majorino, che è una persona con cui ho lavorato e che ritengo preparata, il tema però non è lui. Sono 5 anni che ci siamo detti e ripromessi di arrivare pronti etc. e credo che Peluffo abbia fatto di tutto per evitare che si arrivasse preparati con la possibilità di fare le primarie. È sempre una questione di quanto riesci ad entusiasmare le persone e a coinvolgerle. Le primarie, dopo una sconfitta come quella di settembre scorso, possono permettere alle persone di ritrovare l’entusiasmo attorno a dei candidati capaci di ispirarlo. Se tu invece dai il candidato fatto e finito, frutto di accordi che le persone neanche capiscono, perdi quella spinta che invece avresti potuto ottenere organizzando le primarie sei mesi fa.

Non è curioso che si faccia così tanto riferimento ai territori e poi si scopra che a sostenere Schlein sia proprio la corrente di Dario Franceschini, colui che all’ultima tornata nazionale scelse Napoli?

È evidente che anche la corrente di Franceschini dovesse scegliere con chi stare e che quindi optasse per Elly. Sta ora a lei, e a chi seguirà con lei le trattative, non piegarsi ai diktat altrui. Ed in questo aiuterebbe il capire che anche quelli che si definiscono forti, in realtà tali non sono, e forse non hanno neppure mai ottenuto un consenso significativo da parte dei territori.

di Claudio Dolci

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