Che ne sarà della globalizzazione?

Per più di trent’anni la globalizzazione ha regolato le relazioni internazionali e riorganizzato le produzioni nazionali di quasi tutti i Paesi del mondo. L’imperativo era delocalizzare, stringere legami con chi aveva i mezzi e le risorse a più buon mercato, così da imporre col commercio ciò che la diplomazia delle idee aveva invano tentato senza mai riuscire ad ottenere, ovvero una pace perpetua. Un obiettivo ambizioso promosso dall’egemone per eccellenza, che però si è infranto ben prima dello scoppio della pandemia e della successiva guerra in Ucraina. Già da tempo, infatti, la bilancia commerciale degli Stati Uniti mostrava i segni di cedimento nei confronti della Cina. Nel 1985 il disavanzo prodotto dal commercio tra questi due Paesi aveva un saldo negativo (per gli USA) di -6 milioni di dollari, mentre nel 2022 ha raggiunto la cifra monstre di -338.103,7 milioni di dollari. A fronte di una maggiore varietà di merci a buon mercato, gli statunitensi hanno quindi importato ben di più di quanto esportato verso le terre del Dragone. Un bene, un male? Più che altro un segno del cambio dei rapporti di forza tra i due Paesi che si è ripetuto un po’ in tutto il mondo. In Ue, ad esempio, la Germania ha fatto del surplus commerciale la fonte della propria ricchezza e della globalizzazione la propria dottrina di vita, realizzando così guadagni sempre crescenti sino alla pandemia. L’Italia, invece, da Paese esportatore quale è, ha sì beneficiato del commercio globale, ma ha anche subito tutti gli shock economici da esso prodotti negli ultimi trent’anni (soprattutto a causa dell’elevato debito), finendo per muoversi come si farebbe sulle montagne russe.

Di fatto i vinti e i vincitori dello scacchiere commerciale mondiale si sono ritrovati sempre più vicini tra di loro proprio grazie alla globalizzazione, al concetto di società aperta a tutto e tutti, dove l’origine di un prodotto conta poco o nulla rispetto al profitto che esso genera. Se il gas costa meno in Russia, allora va bene a prescindere da ciò che accade in Georgia o in Cecenia. Se la Cina diventa la fabbrica del mondo non importa cosa fa degli Uiguri o delle altre minoranze etniche presenti nel proprio territorio. Se il Brasile disbosca quello che era il polmone del mondo per produrre più manzo ed estrarre le terre rare di cui necessita il comparto tecnologico, chi siamo noi per impedirlo? Questo ragionamento, esteso a tutto il mondo, ha dato l’illusione che si potesse crescere senza conflitti, senza ristabilire un minimo di comun denominatore nei rapporti internazionali capace di superare il profitto. E l’aspetto più singolare è che questo sistema è stato accettato ugualmente da vinti e vincitori, almeno sino a quando non si sono visti i limiti (per altro già evidenti) di un interscambio senza se e senza ma.

D’altronde, se appalti il 5G a un Paese che usa le telecamere e la rete informatica per spiare i propri concittadini (come avviene in Cina) corri un rischio. Se acquisti i chip che ti servono per far funzionare praticamente tutto da un’isola sui cui cieli volano caccia cinesi pronti a lanciare bombe, corri un rischio. Se costruisci i gasdotti con un Paese che dalla fine della Seconda Guerra Mondiale in poi ha eretto muri, finanziato i tuoi nemici e soppresso le opposizioni interne, corri un rischio. Eppure nulla di tutto ciò ha mai leso o rallentato la globalizzazione e i suoi entusiasti promotori. È dovuto succedere l’impensabile prima che l’Occidente prendesse coscienza del ginepraio che aveva costruito e in cui si era crogiolato per oltre un tentennio.

Il primo ad avvistare la mucca nel corridoio è stato un populista: Donald Trump. Il quale, all’inizio del suo mandato, ha dato via una guerra commerciale con la Cina per ristabilire l’equilibrio in una bilancia commerciale trasformatasi da tempo in un piano inclinato (strategia continuata dallo stesso Biden). Poi è sopraggiunta la pandemia e il mondo si è ritrovato privo di farmaci (poiché prodotti perlopiù in India) e senza dispositivi sanitari di protezione (perché fabbricati in Cina, anch’essa alle prese con la pandemia). Infine è scoppiata la guerra in casa dell’Ue, che fino a quel momento aveva ignorato i disordini nel resto del mondo, pur vedendone gli effetti ben esemplificati dai flussi migratori che da tempo spingono sempre più persone a lasciare casa propria per l’ignoto. L’aspetto più grottesco dell’intera gestione della globalizzazione senza invito è che se non fosse stato per la guerra in Ucraina probabilmente nulla sarebbe cambiato e che, nonostante l’invasione di un Paese ai confini dell’Ue, si continuino a cercare soluzioni che modifichino poco o per nulla lo status quo pre-disordini. Di fronte a un problema si è scelta la soluzione meno rischiosa e per questo più semplice.

Della guerra sotterranea giocata dai servizi segreti, dal soft power di Paesi illiberali capaci di colpire il Regno Unito con la Brexit, gli Stati Uniti con le mail di Hillary Clinton e persino l’Ue (come ha dichiarato Metsola sul Qatargate), non ci si preoccupa. Fa parte del gioco, eppure chi sta perdendo sono proprio le democrazie. Schiacciate internamente dalla fragilità della propria storia e dalla tensioni di un presente che porta con sé un conto troppo salato per essere saldato a cuor leggero.

In quest’ottica il 2022 ha rappresentato allo stesso tempo un bivio e la conclusione di un ciclo economico ben esemplificato dal rialzo dei tassi d’interesse e dalla corsa dell’inflazione. Da una parte si deve scegliere se ritornare al tavolo della diplomazia, consapevoli che ciò può condurre a periodi di tensione e divisione del mondo in blocchi, oppure riorganizzarsi e tentare di vincere un gioco che negli ultimi trent’anni ha però avvantaggiato maggiormente le autocrazie. Il tutto in un contesto economico che vede all’orizzonte una recessione e la fine della globalizzazione senza dazi, senza diritti e per questo senza invito.

di Claudio Dolci

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