Dall’URSS alla Federazione Russa. Storia della dissipazione di una reputazione

Può darsi che il patrimonio reputazionale trasmesso dall’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS) alla Federazione Russa (FR), sua erede naturale, si fosse già quasi completamente esaurito e che il presidente Vladimir Vladimirovič Putin, nuovo Piccolo Padre, abbia avvertito la necessità di rinnovarlo su basi nuove: di qui il revival del ricordo della Russia zarista, la revanche slavofila, il sogno di un dominio euroasiatico, corrispondente all’effettiva enorme estensione geografica su cui la FR ancora può far conto.

Fatto sta che, almeno in Occidente (quell’altra enorme estensione politico-economico-culturale che va dall’Europa Centrale ex sovietica fino al bordo dell’estremo oriente asiatico e oceanico, passando ovviamente per il continente americano), questo tentativo di rinnovare i miti di fondazione, sostituendoli, non sembra aver funzionato, anzi.

Cosa intendo dire? Che, a pensarci bene, per tutto il secondo dopoguerra, nonostante la “guerra fredda” e fin oltre la caduta del Muro, nell’Occidente qui delineato, l’Ottobre, i Soviet, la grande industrializzazione, Stalingrado, non ultima la liberazione di Auschwitz, hanno dato vita ad un immaginario eroico e salvifico che non ha solo fortificato gli animi dei partiti comunisti occidentali (presenti, pur in forma minoritaria, anche nei paesi anglosassoni) e degli intellettuali engagés, ma ha in qualche modo coinvolto le opinioni pubbliche e perfino gli establishment politico-economici (questi ultimi magari solo per ragioni di opportunità).

Di questo enorme patrimonio di credibilità esistono innumerevoli prove, che vanno dalla popolarità di volta in volta prodotta dalle imprese astronautiche (dallo Sputnik a Yuri Gagarin), alla maniacale perfezione dei balletti del Teatro Bolshoi, fino ai successi in ogni campo dello sport (dall’atletica finanche al calcio…).

Il cinema – in particolare quello hollywoodiano – è una fonte straordinaria di indizi: si pensi all’emozione ancora suscitata dal canto dell’inno sovietico da parte dei marinai di “Caccia a Ottobre Rosso” o all’epilogo di “Schindler’s List”, con i soldati russi a cavallo che indicano la strada della salvezza ai sopravvissuti di Auschwitz…

Ma ne è testimonianza, nella stessa epoca, questa volta in negativo, il silenzio – quando non la rimozione – che, per parecchi decenni, ha messo in ombra, sempre nell’opinione pubblica occidentale, non solo le efferatezze dello stalinismo (dai processi di Mosca all’eliminazione sistematica degli alleati – anarchici e non solo – nella guerra di Spagna). E, in anni molto più vicini a noi, l’imbarazzo mostrato nei confronti dei dissidenti dell’Est, con cui perfino i comunisti italiani non volevano avere nulla a che fare; basti pensare alla campagna di demolizione della Biennale veneziana che i socialisti italiani vollero dedicare alle voci d’oltre-cortina (si veda, a tale proposito, il bellissimo libro di Carlo Ripa di Meana e Gabriella Mecucci “L’ordine di Mosca. Fermate la Biennale del dissenso”, Fondazione Liberal 2007).

Sulla rimozione delle spaventose prove del comunismo sovietico vi è poi la terribile prova della cancellazione, da parte degli storici di area comunista, del massacro di Katyn (con l’eliminazione di più di ventimila ufficiali dell’esercito polacco a seguito del patto Molotov-Ribbentrop). Per non parlare dell’Holodomor, di cui si è potuto parlare solamente quest’anno (sic!) dopo l’aggressione russa alla repubblica indipendente di Ucraina.

In ogni caso, con la caduta del Muro, il dissolversi graduale del mito sovietico della vittoria contro il nazismo (e, almeno per gli studiosi, l’apertura degli archivi segreti del Cremlino, del KGB, della Stasi tedesco-orientale…) ha inesorabilmente ridotto il patrimonio di reputazione e credibilità mantenutosi, come si è cercato di mostrare in queste poche righe, per lunghi e apparentemente immobili decenni.

Questo patrimonio Putin ha cercato di rinsanguarlo e rinnovarlo con un’apparentemente formidabile operazione di rebranding strategico. Sostituendo, almeno in parte, il mito sovietico (peraltro mai del tutto cancellato) con una gamma di temi e di altri miti molto più ampia di quanto noi in Occidente fossimo al corrente. Devo a Michel Eltchaninoff (“Nella testa di Vladimir Putin”, edizioni e/o 2022), saggista francese di origini russe, una disamina impressionante di filoni e autori di cui Putin si è avvalso, appoggiandosi di volta in volta ai loro argomenti e utilizzandoli come parte di una sistematica e incrementale propaganda alternativa; si va dagli zar della fondazione (Pietro il Grande e Caterina II) ai generali dell’Armata Bianca, dai nostalgici dell’originalità della “Santa Russia” (nella quale il potere politico è strettamente legato alla Chiesa Ortodossa di Mosca), dai teorici del tramonto della democrazia e dell’individualismo europeo figlio di Illuminismo e cultura liberale, a quelli della “rinascita conservatrice”, da quelli del sogno di un “impero ortodosso” (cui gli Ucraini dovrebbero sottomettersi senza discussioni) fino alla prefigurazione di una invincibile Eurasia “il cui centro è la Russia”.

Come si poteva pretendere che questo affastellato mucchio di tradizioni rispolverate e di fantasie megalomani avrebbero potuto avere mercato al di fuori della Russia e di qualche provincia succube (come sono la Bielorussia e la Transnistria)? Quale fascino tutto ciò avrebbe mai potuto avere per un Occidente che Putin riteneva agli sgoccioli, come Roma ai tempi delle migrazioni gotiche, ma che invece – e per questo il presidente-dittatore russo a mio avviso andrà ringraziato a lungo – è come se si fosse bruscamente ridestato, mettendo in un cassetto della memoria i fasti dell’Armata Rossa e il ricordo dell’incrociatore Potemkin, sostituendoli semmai, rispettivamente, con l’efficienza dell’esercito di Vladimir Zelensky e con il martirio della città di Odessa?

Milano, 7 gennaio 2023

di Dario Forti

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