The Draghi effect

Ognuno di noi può avere un’idea sul governo Draghi. Durerà? Non durerà? Riuscirà a conciliare la destra con la sinistra? E’ espressione della classe dominante (magari dei “demo-giudo-plutocrati” nella visione nazista…)? O frutto di una macchinazione di Renzi guidata sempre dalle forze oscure della reazione?

Non voglio entrare nelle idee legittime o meno di ciascuno al riguardo. Voglio proporvi un punto di vista diverso. Come si vede l’Italia da Bruxelles, dall’esterno insomma, dove le nostre vicende sono lette e interpretate con un altro metro. In particolare, lo spunto mi viene da un articolo di Politico Europe, una prestigiosa rivista americana nella sua edizione europea, basata appunto a Bruxelles. Si parla di “Draghi effect”, dopo l’insediamento del nuovo governo italiano. Di che si tratta? Vediamo.

La più grande sfida per l’Unione Europea è il Next Generation EU, (NGEU, impropriamente chiamato Recovery Fund, che ne è una parte), con cui i ventisette Stati hanno voluto rispondere alla terribile crisi economica generata dalla pandemia. Si tratta di 750 miliardi di euro, per la prima volta nella storia in gran parte basati su un prestito che la Commissione europea acquisirà sul mercato finanziario mondiale garantendolo in prima persona (e assumendone il debito indiviso), riversandolo poi in tranches agli Stati membri più colpiti. Prima l’Italia con 209 miliardi, poi la Spagna, la Polonia, e via via tutti gli altri, che dovranno restituire i soldi alla Commissione, come si usa dire, in comode rate nei prossimi trent’anni. Un impegno enorme che è costato alla UE una profonda spaccatura fra gli Stati del Nord e quelli del Sud, cioè tra “frugali” e “spreconi”, risolta in extremis solo per la forza dell’asse franco-tedesco e la caparbietà dei due leader, Macron e Merkel.

Qual è il problema allora? Che i Recovery Plan arrivati finora alla Commissione (il termine ultimo è fine aprile, ma è consigliabile anticiparsi perché così c’è tempo per aggiustarli se qualcosa non va bene, e più presto si può avere l’anticipo del 13 per cento) non sono un granché. Non è solo il piano del governo Conte (che pure informalmente è stato discusso con la Commissione) ad essere ritenuto insufficiente. Anche i primi della classe, Francia e Germania, hanno presentato piani di scarsa lungimiranza, riforme strutturali insufficienti. Insomma, non si va al di là di un ripristino dell’economia danneggiata. Niente piani per la “prossima generazione”, niente visioni di lungo periodo. E allora? Allora se tutta l’operazione NGEU si riduce a poco più di un restauro dell’esistente, i paesi nordici avranno ragione di dire che si sono buttati al vento 750 miliardi senza alcun vantaggio strutturale per l’Europa del futuro. La Commissione e la sua presidente Von der Leyen saranno messe in croce per aver tanto spinto nella direzione della mutualizzazione del debito, cioè fare un prestito comune per soddisfare le necessità di alcuni Stati membri, guarda caso i più fragili e malmessi Stati del Sud.

Perché allora la Commissione non rimanda al mittente i piani tedesco e francese per chiederne la revisione? Semplice: perché fa fatica a trattare quei due paesi come gli altri. E se non ha il coraggio di farlo, poi è difficile fare i duri con i paesi del Sud, i soliti “spreconi” che fanno piani raffazzonati e inattendibili (e non parliamo solo dell’Italia, ovviamente). Di qui il rischio del fallimento globale, che coinvolge ogni idea connessa di “più Europa”, dallo spazio fiscale comune al bilancio unico europeo di una Unione rafforzata.

Ecco l’occasione per Draghi. Solo lui può farcela. Solo lui conosce benissimo il funzionamento delle istituzioni europee, come si scrive un piano, con quali termini, su quali punti insistere per avere una rapida approvazione dalla Commissione (che secondo me lo approverà senza neanche aprirlo). E solo lui ha sufficiente reputazione perché tutti gli Stati credano nella possibilità che il piano funzioni, che le riforme e i progetti si facciano, e nei tempi prestabiliti. Un Piano Draghi di ampio respiro, davvero per la “prossima generazione”, sarà lo stimolo indispensabile per la Commissione per chiedere a Francia e Germania di non fare figuracce e modificare i loro piani di conseguenza.

Ma non è solo questo. Con tutti i piani allineati a una visione a lungo termine, la sfida UE potrà essere vinta, e altri rafforzamenti dell’Unione saranno di nuovo possibili. I frugali saranno sconfitti, e le idee di Draghi sullo spazio fiscale e sul bilancio europeo (formulate da anni, in tempi non sospetti) troveranno finalmente udienza. Per non parlare del momento in cui l’anno prossimo si dovranno rivedere le regole del Patto di stabilità, il 3 per cento di deficit e il 60 per cento di debito. Insomma, austerità contro crescita. Così, potrà vincere la crescita, e inizierà un periodo di grandi investimenti pubblici e di prosperità per tutti. Il Draghi effect.

In conclusione, lasciatemi aggiungere una considerazione ulteriore su quanto gli affari del mondo ci riguardano e hanno influenza diretta sulle nostre vite (e non parlo solo della pandemia, ovviamente). Parlo del “Biden effect”. Cosa sarebbe avvenuto in Italia se avesse vinto Trump e non Biden? Avrebbe osato Renzi far cadere il governo Conte? E avrebbe Salvini cambiato idea dall’oggi al domani diventando europeista? Insomma, quando accade un fatto così diverso dall’ordinario come 140 milioni di americani che vanno a votare come se fosse questione di vita o di morte, o se viene chiamato a fare il primo ministro in Italia una personalità così eccezionale come Draghi, quali potranno essere le conseguenze?

Raffaele Raja

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