Crisi della democrazia, atto secondo

Crisi della democrazia, atto secondo: dopo la crisi della democrazia rappresentativa, cioè del Parlamento e dei partiti, ora è la volta del referendum. L’unico strumento di democrazia diretta previsto dalla nostra Costituzione impone un quesito secco e quindi una scelta netta. O di qua o di là. Bianco o nero. Sì o no all’abrogazione di una norma: questo è l’ambito che la nostra Legge fondamentale riserva all’istituto referendario.

Detto questo, è evidente che l’uso “normale” di un referendum in Italia può essere solo un referendum come quello sul divorzio (1974) o sull’aborto (1981). Là dove, cioè, si trattava di abrogare o meno una norma chiara, cioè una legge intera. In altre parole, per restare al primo esempio, nel 1970 il Parlamento aveva approvato una legge che consentiva il divorzio (la “Fortuna-Baslini”). La rivolta degli ultra-cattolici, all’epoca molto numerosi e supportati da una Chiesa Cattolica ben più aggressiva di quella di oggi, condusse a un movimento di raccolta di firme per un referendum abrogativo. Poi nel 1974 l’esito di quel referendum consentì alla legge di restare definitivamente nel nostro codice.

In seguito, con il declinare della capacità di iniziativa del Parlamento, il crollo del sistema dei partiti e della “prima Repubblica”, si affermò il malvezzo – anche ad opera dei Radicali che pure avevano avuto il merito storico di promuovere l’istituto referendario – di inventarsi referendum a mitraglia (due, tre, cinque, sette per volta) per abrogare singoli commi di leggi diverse, al fine di costruire con un meticoloso “taglia e cuci” una legge nuova e diversa – per via referendaria, appunto – su una data materia.

Detto più chiaramente, il referendum non è – tecnicamente – lo strumento adatto per “fare” le leggi. Il luogo per concepire e approvare le leggi è il Parlamento, e non esistono vie alternative, o di democrazia diretta, se non nella mente dei fanatici del web o dei creativi che pensano di distorcere lo strumento del referendum per fare politica (cioè, leggi) con un mezzo inadatto. Si potrebbe cambiare la Costituzione e introdurre il referendum “propositivo” (quello che avendo studiato il “caso Italia”, pensano di introdurre in Francia e in Belgio, dove non ce l’hanno per niente), ma finché non ci sarà, il referendum resta uno strumento binario: o di qua o di là!

Perché il referendum è in crisi? Non certo per colpa della Corte Costituzionale, che in ogni caso fa il suo mestiere. Tra proposte referendarie sempre più bislacche e contorte, e materie in gioco sempre meno popolari (es. quello del no alle trivelle per gli idrocarburi del 2016, voluto dal M5S) il referendum è venuto a noia agli italiani, che lo hanno snobbato, rendendolo sempre più inutile. Il più delle volte il quorum della metà più uno degli elettori non è stato raggiunto (31% nel 2016 di cui sopra), e così non se ne è fatto più nulla.

Ora, febbraio 2022, tolti dal paniere gli unici due referendum su cui ci sarebbe forse stata un certo appeal popolare, cioè quello sull’eutanasia e sulla cannabis, chi andrà mai a votare per abrogare un codicillo che richiede la raccolta di firme per proporre i candidati a membri del Consiglio superiore della magistratura?

Conclusione: che peccato veder distruggere a poco a poco anche quest’unico strumento di democrazia diretta che è già nella nostra Costituzione, senza il bisogno di modificarla. Se lo strumento principe della democrazia rappresentativa, il Parlamento, non funziona come dovrebbe, e il referendum nemmeno, cosa ci resta? Astenerci e manifestare pro-vax e no-vax?

Raffaele Raja

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