I cinque populismi nella storia dell’Italia contemporanea

«This is the Chrysis of Parliaments; we shall know by this if Parliaments life or die»

Sir Benjamin Rudyard, 1627

«E se, nell’assemblea, mentre tu affermi qualcosa, il demo ateniese nega che stia così, tu, mutando subito parere, dici quello che vuole lui»

Platone, Gorgia, 481 B, Bompiani, p. 893

Premessa

Vi sono due aspetti del populismo dell’Italia di oggi che non credo siano stati discussi, quantomeno a sufficienza.

Il primo riguarda la particolare forma politico-ideologica che l’attuale populismo ha ereditato dalla storia dell’Italia, almeno dal secondo dopoguerra. Parlare infatti di populismo al singolare mette in ombra sia le sue radici storiche sia il fatto che in realtà oggi siamo di fronte ad almeno cinque tipi di populismo (considerando anche quello di tradizione fascista).

Il secondo aspetto non considerato (anche dalla letteratura internazionale: si veda il mio articolo http://www.libertaeguale.it/i-pericoli-del-populismo-che-la-sinistra-non-vede/ 2018) riguarda il rapporto tra populismo e l’idea di “sovranità popolare”. Si tratta di una rapporto storicamente ampiamente ambiguo, perché, sebbene la “sovranità popolare” sia stata posta a fondamento della rivoluzione francese e in seguito della democrazia, essa in realtà risale almeno ai Conciliaristi che si opponevano all’affermazione del Papa-Re. Idea ripresa dalla Riforma, soprattutto in versione calvinista (e la sua interpretazione del diritto naturale).

Di fatto anche l’Europa medioevale (quantomeno a Occidente) aveva delle rappresentanze cetuali che rinviavano al “popolo”, pur dando al termine popolo significati molto diversi, soprattutto da quello attuale, e che non possiamo discutere in questa sede (si veda Aurora Savelli, “Sul concetto di popolo: percorsi semantici e note storiografiche”, in https://journals.openedition.org/laboratoireitalien/392 e Mario Caravale, Claudio Cesa, Popolo, Enciclopedia delle scienze sociali, Treccani, 1996, soprattutto la parte su “Età moderna e contemporanea”). Fu in questo contesto cetuale che, con la riforma protestante e le conseguenti guerre civili di religione, sorse l’idea di “diritti soggettivi” (G. Buchanan, De jure regni apud Scotos, 1579: cfr. Q. Skinner, Le origini del pensiero politico moderno, Il Mulino, 1989, 2 Voll.; L. Dumont, Homo aequalis. 1 Genesi e trionfo dell’ideologia economica, Adelphi, 1984 e Homo aequalis, 2, L’ideologie allemande: France-Allemande e retour, Gallimard, 2013; sulla Francia del Cinquecento vedi Z. Davis, Le culture del popolo, Einaudi, 1980). Essa si affermò istituzionalmente nell’Inghilterra del XVII-XVIII secolo ed è alla base della nascita del pensiero politico liberale (per esempio, il Locke dei Due trattati sul governo), influenzando molto sia la rivoluzione americana, e quindi la prima Costituzione scritta, repubblicana e liberale, sia la stessa rivoluzione francese (la separazione dei poteri di Montesquieu viene dall’Inghilterra). I cosiddetti moti del ‘48-’49 furono quasi ovunque d’impronta liberale.

Qui rammento queste vicende perché è innegabile che in Occidente l’affermazione della politica liberale coincidette largamente con l’affermazione dell’idea di nazione. Per usare una felice espressione di R. Bendix, in Occidente il “nation building” spesso coincise con lo “state building” e ambedue furono identificati con il popolo-nazione, un concetto di recente formazione che serviva a dare una nuova legittimazione allo stato (R. Koselleck, Il vocabolario della modernità, Il Mulino, 2009; E. J, Hobsbawm, Nazioni e nazionalismi dal 1870: programma, mito, realtà, Einaudi, 1991). Tuttavia, e ora veniamo al punto che ci interessa, in tutti i paesi cattolici (o a grande maggioranza cattolica) lo stato-nazione fu fortemente contrastato da due concezioni antimoderne ed esplicitamente antiliberali, senza peraltro eliminare il riferimento legittimante al popolo.

Mi riferisco, in primo luogo, alla presa di posizione della chiesa cattolica, soprattutto in Francia e poi in Italia, in particolare al suo influente intellettuale Joseph de Maistre che anticipò il fascismo. Per dirla in modo assai stringato, essa si rifaceva al principio dell’unità di trono e altare, posto in termini di un organicismo gerarchico e provvidenzialista. Era il tentativo di tornare, in aperta opposizione alla modernità liberale dei diritti soggettivi, alla “Communitas Christianorum” dell’era medievale, in cui il potere temporale (lo jus gladi di principi e nobili) doveva essere al servizio del “potere spirituale” di Santa Madre Chiesa. Sin dal suo nascere (riconosciuto da Paolo III nel 1540), è stato soprattutto l’ordine dei Gesuiti che ha diffuso sistematicamente nel mondo latino questa concezione nella forma di un populismo gerarchico, organicista e allo stesso tempo pauperista. Lo si vede bene nell’America Latina dove tanto il peronismo che il chavismo, passando per “l’ultimo re cattolico”, ossia Fidel Castro, arriva al populismo sistematico nel permanente sottosviluppo cronico (si veda L. Zanatta, Il populismo gesuita. Peron, Fidel, Bergoglio, Laterza, 2020; Storia dell’America Latina contemporanea, Laterza, 2017; R. Kapuściński, Cristo con il fucile sulla spalla, Feltrinelli, 2013, un reportage sui movimenti rivoluzionari, le dittature dell’America Latina negli anni Sessanta-Settanta e “l’antimperialismo di redenzione”).

Riallacciandosi a questa tradizione, il grande giurista tedesco Carl Schmitt – che fu coinvolto nel nazismo – è stato, come noto, il fondatore di una vera e propria “teologia politica” molto influente. Questa teologia politica era fondata sulla distinzione “amico/nemico”, una distinzione facilmente manipolabile a piacere da qualche capo cesaristico (come in effetti furono Mussolini e Hitler), soprattutto appellandosi al nazionalismo xenofobo. Qualche anno prima (nel 1923) Schmitt aveva tentato di trovare un fondamento al “politico” nella Auctoritas della chiesa di Roma in quanto unica istituzione portatrice di simboli e di credenze capaci di trascendere la “tecnica” e i singoli interessi, e di creare così quell’unità della nazione altrimenti irraggiungibile. Ma poiché gli “assoluti” nella società moderna, con il suo “secolarismo” e nonostante la sua pretesa “meccanicità”, non si danno perché in essa tutto cambia in continuazione, poco dopo Schmitt cercò invano altre vie. A mio modesto parere, ciò che fece Schmitt fu di contrapporre una “teologia politica” ad un’altra “teologia politica” a cui era profondamente avverso, perché era ancora legato alla Vecchia Europa gerarchica ed era decisamente antislavofilo, antibolscevico e contrario alla modernità liberale, giudicata irrimediabilmente individualistica (C. Schmitt, La dittatura. Dalle origini dell’idea moderna di sovranità alla lotta di classe proletaria, Laterza, 1975; Id., Cattolicesimo romano e forma politica, Il Mulino, 2010).

La seconda importante tradizione apertamente antisistema e che, seppur per vie traverse darà fiato tra le masse al populismo contemporaneo, è quella socialista e poi comunista. Essa aveva elaborato la prima “teologia politica” della storia del pensiero occidentale. Una “teologia politica” (il “materialismo storico”) incentrata sulla protesta che si era fatta partito e in Russia aveva trionfato. In questa teologia, sotto la voce “classe proletaria”, è facile ritrovare il “popolo”. Soprattutto quando le masse che si vogliono conquistare alla causa della “lotta allo sfruttamento” sono in breve tempo trasformate in piccola e media borghesia, come accadde in Occidente a seguito del formidabile sviluppo economico dalla fine degli anni Cinquanta: il cosiddetto operaio massa si era portato dietro centinaia di migliaia di quadri e di piccoli impiegati. Non a caso molti paesi caduti sotto un regime sovietico si chiamavano Democrazie Popolari, visto che la stragrande maggioranza dei cittadini era fatta di contadini spesso analfabeti che aspiravano ad avere della terra. La collettivizzazione forzata, tanto di Russia quanto in Cina sono stati disastri epocali (con parecchi milioni di morti) proprio perché il “servire il popolo” di Mao si scontrava con una realtà sociale e culturale assai lontana da quella idealizzata dal comunismo (le masse proletarie ed i suoi alleati). Questo era accaduto perché le masse, con il loro preteso senso innato di giustizia sociale e di uguaglianza, erano state elevate a entità ipostatizzata (basti pensare alla cuoca di Lenin che alla mattina si dilettava di poesia, al pomeriggio di filosofia e infine alla sera di questioni di governo). So bene che il grosso della letteratura ha sottovalutato (o persino ignorato) il legame tra il comunismo e il populismo attuale. Non mancano tuttavia delle eccezioni (per esempio, M. Lazar, Du populism à gauche: les cas français et italien, “Vingtième Siècle, Revue d’Histoire”, n. 56, 1997, pp. 121-131; ma anche N. Merker, La filosofia del populismo, Laterza, 2009) che sottolineano il carattere in realtà interclassista e quindi necessariamente “popolare” dei partiti comunisti, soprattutto nell’Occidente sviluppato, sia sul piano organizzativo che su quello elettorale. È l’effetto pratico della necessità politica di passare dalla ipostatizzazione idealizzata delle masse alla politica concreta nelle situazioni date. I populismi cambiano storicamente a seconda dei contesti e delle circostanze: dal populismo russo della fine dell’Ottocento a quello americano dei primi del Novecento e a quello del Sudamerica (non solo nell’Argentina di Peron e della moglie); ma se ne possono trovare tracce che partendo almeno dalla rivoluzione francese riemergono fortemente nella Comune di Parigi del 1871 o in numerosi intellettuali del romanticismo tedesco sino ad arrivare a Heidegger (e passando per Nietzsche, il “populista elitario”) o ancora a numerosi intellettuali americani e russi dell’Ottocento (si veda per tutto questo almeno il citato lavoro di Merker).

Naturalmente si trattava inizialmente di un populismo particolare, sotterraneo alla dottrina ufficiale che aveva come riferimento il “proletariato”. Ma già con l’unione antifascista e la Resistenza del “Fronte popolare” il PCI andava in questa direzione. Cosa che peraltro aveva già esplicitamente teorizzato Gramsci con la sua concezione dell’unità nazionale come unificazione del popolo per realizzare la vera “rivoluzione democratica”. Era la linea che improntava la lotta di liberazione dal fascismo come un secondo Risorgimento, nonché la forma di democrazia diretta esercitata dai Comitati di Liberazione nazionale. Lo stesso Togliatti si appellava all’unità delle classi popolari (rappresentate dal PCI) contro una piccola minoranza di privilegiati e di grandi capitalisti. La stessa accettazione della democrazia costringeva il PCI a ricercare il consenso bel aldilà del proletariato. Soprattutto da quando, alla fine degli anni settanta, si scoprì che il proletariato industriale stava diventando una minoranza nel paese, nonostante il boom economico, e che il Sud aveva riproposto la Questione Meridionale.

Questa stessa visione viene ulteriormente sviluppata nella strategia del “compromesso storico” di Berlinguer, che peraltro era l’unico modo per provare ad andare verso il “socialismo” senza suscitare una forte reazione degli Alleati. Ma poiché la “via italiana al socialismo” comportava sia la democrazia che il socialismo, nell’ideologa comunista restava un’insolubile paradosso: abolire il capitalismo con lo statalismo e mantenere al tempo stesso la democrazia è letteralmente impossibile (in questo senso il Gulag è stato solo l’approdo logico di un sistema totalitario assoluto). In ogni caso è la stessa democrazia che si richiama al “popolo sovrano”. Per questo la linea politico-ideologica si trasformò di fatto in “assistenzialismo” e in una spartizione di risorse pubbliche distribuite a pioggia. Soprattutto se consideriamo che questo avvenne nel contesto della “guerra fredda”, e non era certo politicamente pensabile di poter fare la rivoluzione, anche se i comunisti (come aveva insegnato la chiesa cattolica) attendevano la catarsi della “crisi finale” del capitalismo. Credo sia plausibile ritenere che, seppur in modo “sotterraneo”, vi sia stata una sorta di osmosi tra il populismo cattolico nella sua versione di “sinistra”, quello di origine comunista e persino quello fascista. Un’osmosi qui favorita dai moti del ‘66-68 e anni seguenti. In Italia, e a differenza di quanto accadde altrove in Occidente, questi movimenti si ideologizzarono fortemente e hanno alimentato il terrorismo sino alla fine del secolo, ed è noto che non pochi terroristi venivano dal mondo cattolico (oltre che dall’area comunista), così come vi erano dei gruppi che si definivano nazimaoisti. Peraltro, probabilmente non ci sarebbero state le “cospirazioni” dei Borghese, della Rosa dei Venti e di Edgardo Sogno (più o meno appoggiati da “servizi segreti deviati”) se non ci fossero stati la “cortina di ferro” e il “pericolo comunista” (vedi G. M. Ceci, La CIA e il terrorismo italiano, Carocci, 2019).

Una conferma della validità di questa ipotesi si è avuta con l’instaurazione di un “consociativismo spartitorio” che è arrivato sino ai giorni nostri e il cui risultato è un debito pubblico enorme che ci trasciniamo dagli anni Novanta (N. Addario e L. Fasano, Il sistema politico italiano. Origini, evoluzione e struttura, Laterza, 2018). Era l’alternativa pratica a una rivoluzione comunista impossibile nell’epoca della “cortina di ferro”, ma mai esplicitamente negata dai dirigenti del PCI e che proprio la “via italiana al socialismo” in qualche modo confermava. Le “riforme di struttura” di Berlinguer erano il mantenimento dell’anticapitalismo dell’ideologia che i comunisti non potevano ufficialmente abbandonare senza perdere del tutto la loro “identità”, ma che poteva quindi assumere solo la forma di uno statalismo esasperato (che si accordava con quello della DC). Fu solo la montagna di debiti che avevano accumulato le industrie di stato che pose fine a questo scempio, senza peraltro arrestare i flussi di denaro pubblico che si disperdevano per mille rivoli e che sono all’origine e al consolidamento del “consociativismo spartitorio”1. Tutto questo sullo sfondo di un paese che non cresce più dalla metà degli anno Novanta. Nel 2021 avevamo un PIL che era ancora molto inferiore a quello che avevamo nel 2000. Il “consociativismo spartitorio” è stato il risultato di una politica della classe politica che prometteva soldi e posti in modo demagogico, senza preoccuparsi di crescita e debito pubblico. Anche i sindacati si sono preoccupati soltanto di contratti nazionali basati soltanto sull’anzianità, disinteressandosi del tutto dei meriti e della crescita della produttività. Anche il “compromesso storico” e l’“euro-comunismo” andavano in questa direzione, sebbene qui si proponesse un accordo politico anche per evitare i pericoli di eventuali guerre civili, colpi di stato (come in Cile o in Grecia) e frenare le tensioni provocate da un terrorismo (e le cui radici risalivano ad alcune, pur limitate, fazioni dello stesso PCI e della Resistenza; si veda G. Galli, Piombo rosso: la storia completa della lotta armata in Italia dal 1970 ad oggi, Baldini e Castoldi, 2004). Aldilà dell’esplicito riferimento al popolo (indistinto), ciò che accomuna questa politica ai populismi di oggi è un approccio ugualmente demagogico.

Si tratta quindi di cercare di capire come si sia passati da quello che potremmo chiamare un “populismo anticapitalistico”, che però si manteneva nell’ambito della democrazia rappresentativa, a un populismo esplicito e con un approccio ideologico in parte nuovo, nel contesto di una sfiducia crescente nelle istituzioni della democrazia da parte dei cittadini (quasi sicuramente dovuto alla mancanza di crescita e che si riverserà in gran parte sui Cinque Stelle: vedi D. Angelucci e D. Vittori, Are all populist the same? Institutional distrust and the Five Star Movement in Italy, “South European Society And Politics”, 26 (2021), n. 1). La mia ipotesi è che questo populismo esplicito inizia a prendere piede con l’avanzare della crisi della Prima Repubblica, che vide la fine dei grandi partiti di massa del secondo dopoguerra e quindi l’esaurirsi delle ideologie catartiche. La “questione morale” sollevata da Berlinguer (e da Scalfari) era già una forma di populismo abbastanza esplicito, perché indicando i partiti di governo come immorali identificavano l’establishment con la corruzione.

Qui conviene soffermarsi sulla irrisolta crisi della sinistra, soprattutto nel corso degli anni 1989-1998, ossia il periodo tra il crollo del muro di Berlino e la trasformazione del PCI prima in PDS, DS e poi in PD. Credo che il punto cruciale sia stato la totale assenza di una manifesta critica della propria vecchia identità comunista. La falce e il martello su campo rosso restavano nell’emblema, lasciando intatta, nel contempo, la demagogica pratica del “consociativismo spartitorio” (con il relativo assistenzialismo). Il punto cruciale fu probabilmente l’altolà posto da Cofferati (segretario generale della CGIL) al progetto di D’Alema di provare a trasformare i DS in un partito socialdemocratico alla tedesca (era il 1999). Chiaramente il sindacato continuava a muoversi nella prospettiva della “lotta di classe” e con lui una parte del partito, anche se in pratica propugnava solo assistenzialismo sempre più inefficace.

Un altro momento critico è stato probabilmente quello dell’esplosione della crisi del 2007 e quella seguente dello spread (con Berlusconi che fu costretto a dimettersi). La sinistra non capì che, aldilà di Berlusconi, la questione cruciale era la debolezza strutturale dell’economia, aggravata da un debito insostenibile. Nonostante la permanenza del debito e della sua dispersione in mille rivoli, lo stato è stato infatti costretto a ridurre le spese (o a cercare di non farle aumentare), ponendo così una sorta di blocco all’assistenzialismo. È in questa fase (era il 2013) che assistiamo all’inizio del successo del populismo di nuovo tipo (i 5S), perché, restando a metà del guado e con una crisi economica che non si arrestava ma anzi peggiorava, la crisi dell’assistenzialismo avrebbe fatto saltare i vecchi legami, anche culturali, tra la sinistra e ampi settori di elettori. “L’evoluzione delle fratture tradizionali che da lungo tempo avevano strutturato la via politica, la diminuzione dei sentimenti d’appartenenza di classe, l’affaticamento del conflitto sinistra-destra, l’opacità crescente dell’offerta politica classica, le importanti mutazioni delle nostre società, la disgregazione dei loro quadri collettivi di comprensione e l’accentuazione delle ineguaglianze autorizzano l’emergere di soggetti politici dispensatori di qualche ricetta miracolosa per la crisi economica e sociale” (M. Lazar, ivi, p. 130, tr. m.). È il passaggio da una demagogia diciamo tradizionale (tanto a destra quanto a sinistra) a una demagogia in forma esplicitamente populista (seppur di tipo nuovo). Inizialmente questo riguarda il versante di centro-destra (Forza Italia e la Lega). I primi segnali a sinistra si erano però già avuti con i Girotondini, Di Pietro e il diffuso giustizialismo, ma questo sarà solo l’inizio.

1 Ricordo che già negli anni settanta Giuliano Amato parlava di governo spartitorio. Cfr. G. Amato, Economia , Politica e Istituzioni in Italia, Il Mulino, 1976.

I cinque populismi

Per riassumere, i due tipi di populismo – che alimentavano interessi assai disparati tra loro, senza riguardo alle conseguenze sul piano dello sviluppo e sul debito pubblico: questa è l’essenza del “consociativismo spartitorio” e che con la crescita del debito si è andato trasformando in grave disaffezione per la politica (da qui la presa della critica alle élites) con “Mani pulite” e la caduta del muro di Berlino si trovarono in gravissime difficoltà. Di lì a poco la DC, travolta dagli scandali, scomparve e il PCI, anch’esso coinvolto negli scandali e accusato di corruzione come tutti gli altri, cercò di trasformarsi in qualcos’altro, senza sapere bene cosa dovesse essere questo “altro”. Come ha ben detto Y. Mény “se la destra è intrappolata nel suo stesso radicalismo, la sinistra è inascoltata o senza voce, per non aver saputo ripensare il proprio ruolo, la propria funzione e la propria ideologia” (Popolo ma non troppo, Il Mulino, 2019, p. 184). Venuto meno il ruolo “tribunizio”, quando la protesta era la fonte primaria del consenso, anche per la progressiva scomparsa dell’operaio massa tipico di una fase dell’era industriale, le sinistre, tanto in Francia quanto in Italia, non sono state capaci di trasformarsi in partiti realmente riformisti, perché restava il tarlo dell’anticapitalismo e dello statalismo. In Italia la “via democratica al socialismo” doveva appellarsi al popolo per battere il grande capitale e il “compromesso storico” era il modo per egemonizzare le masse che votavano DC e realizzare una vera “alternativa democratica”. Così la “svolta di Salerno” compiuta da Togliatti si sarebbe infine realizzata assicurando la “vittoria del popolo” (G. Bassi, Non è solo questione di classe. Il “popolo” nel discorso del Partito comunista italiano, 1921-1991, Viella, 2019)

Sotto gli impulsi degli scandali che fecero crollare la DC, il primo risultato fu l’emergere della Lega Nord e la sua affermazione aldiquà del Po. Il suo è un populismo che fa del localismo e del provincialismo antintellettuale l’arma principale: famoso lo slogan “Roma ladrona”, che è chiaramente un’espressione di anti-élitismo. Non a caso ebbe successo nei piccoli centri, specie della pedemontana, dove era molto diffuso il voto alla DC e caratterizzato dalla presenza di moltissime micro-imprese, assimilabili ai ceti medi tradizionali esaltati dalla dottrina cattolica. Lo stesso nome di “Lega” (invece di “Partito”) anticipa chiaramente quell’antipolitica (di facciata) che sarà tipica di ogni populismo di oggi.

Con la formazione del PD si può dire che, grosso modo, in questo partito si siano ritrovati i primi due populismi. L’ipotesi è che quello d’impronta cattolica si sia diviso a sua volta, da una parte verso la Lega, dall’altra verso il PD. Sappiamo peraltro che non pochi elettori della Lega (a incominciare dal suo fondatore) sono stati di provenienza PCI (quantomeno elettorale). Questo, tuttavia, non credo che smentisca la nostra ipotesi. Probabilmente ne è piuttosto una conferma. Si ricordi che la Lega è rimasta nella CGIL, che “Quota cento” è stata una misura populista quantomeno non osteggiata dai sindacati, e che votò, insieme ai sindacati, contro la riforma costituzionale che mirava a permettere una migliore governabilità. Il localismo della Lega si fa forte dell’estensione dell’industrializzazione ben aldilà del famoso “triangolo industriale”. Un’industrializzazione però caratterizzata da “nanismo”, diffusa sul territorio e sovente orientata ancora oggi a un’alta evasione fiscale. Un’ipotesi da non trascurare è che si tratti in prevalenza di un capitalismo familiare assai poco propenso ad assumersi i rischi tipici dell’impresa che vuole crescere: la mancanza di crescita degli investimenti privati dalla metà almeno degli anni novanta, insieme ai dati sulla assai bassa produttività e sull’evasione, che si aggira intorno al 17-20% del Pil (come ai tempi della DC!), sembrano una conferma di questa valutazione.

Il quarto tipo di populismo è quello dei 5S. Un populismo particolarmente ideologico e altamente aggressivo, che mischia aspetti di sinistra radicale e di destra, forse altrettanto radicale. Vorrei sottolineare che il rapido e importante successo elettorale dei Cinque Stelle ha stupito molti osservatori. Stupore che nasceva, oltre che dalla rapidità del successo, anche dalla proposta di superare la democrazia rappresentativa con una (supposta) democrazia diretta. Se si fosse tenuto conto del populismo implicito nel “partitismo” altamente ideologico del dopoguerra, ci si sarebbe stupiti molto meno (ricordo che tra i sociologi si iniziò a parlare di democrazia diretta più di vent’anni fa, quando si era diffusa internet).

Sebbene tutti i populismi coltivino una buona dose di demagogia (in qualche modo insita nella stessa democrazia, come osservò Max Weber), una demagogia così estrema e allo stesso tempo raffazzonata non si era mai vista. Basta pensare al “reddito di cittadinanza”, soprattutto per il modo in cui è stato organizzato, che induce le persone a non cercarsi più un lavoro o, spesso, ad abbandonare quello che avevano, soprattutto nel Mezzogiorno. Il risultato elettorale dei 5S nel 2018 non per caso è fortemente correlato con bassi livelli di reddito pro capite su base regionale, esattamente l’inverso di quello della coalizione di centro-sinistra, riproponendo così una nuova versione delle “tre Italie” (vedi i grafici in appendice). E’ fortemente plausibile, vista anche la provenienza di molti capi e capetti 5S, che essi rappresentino, almeno in parte non indifferente, quanti dei due populismi storici che si erano elettoralmente allontanati dai partiti classici di riferimento, compresa una componente di estrema destra. Non dobbiamo dimenticare che v’è stato un populismo fascista, quello che in origine rappresentava la componente sindacale-corporativa e popolare e su cui dirò qualcosa tra poco (sui flussi elettorali dal 2008 al 2013 che confermano questa ipotesi si veda L. Russo, P. Riera, T. Verthe, Trading the electoral of Movimento Cinque Stelle: an ecological analysis, in “Italian Political Science Review”, 47: 1, pp. 45-62, 2017; D. Angelucci e D. Vittori, Are all populist voters the same? Insitutional distrust and Five Star Movement in Italy, cit.. In generale si veda anche V. Castronovo, L’anomalia italiana. Un profilo storico dagli anni ottanta a nostri giorni, Marsilio, 2018).

Questa sindrome ha avuto un precedente nei “nuovi movimenti sociali” degli anni 70-90 del secolo scorso, che si autodefinivano “alternativi” indipendentemente dal tema di volta in volta indicato come centrale: dall’ambiente ai No-Tav e No-Vax, dalla questione femminile a quella del Terzo mondo e dell’imperialismo (sempre imputato agli americani!: una chiara eredità dell’ideologia comunista). Questi movimenti si fondavano sulla protesta fine a se stessa, era come se arrivassero da un altro mondo per distruggere questo mondo. Perciò si può dire che usavano la stessa tecnica di osservazione un tempo attribuita al diavolo: “quella di tracciare un confine entro l’unità contro quella stessa unità; il fatto di considerarsi migliori in modo irriflesso. Si lavora in modo corrispondente con l’attribuzione di colpe. Il destino della società non risiede nell’imperscrutabile deliberazione di dio. Il destino della società – sono gli altri” (N. Luhmann, Protesta. Teoria dei sistemi e movimenti sociali, Mimesis, Milano, 2017). Tuttavia, mentre il diavolo sprofondava nell’inferno, perché aveva osato osservare dio e le sue creature stando sul versante opposto, i movimenti di protesta salivano nel cielo dell’alternativa. Alternativa che consisteva essenzialmente nella protesta stessa, tramite le dimostrazioni di piazza e i cortei organizzati perché ne parlassero i media. In questo senso erano “extraparlamentari”, la loro opposizione non era interna alla politica (come nel parlamento dove ci sono sia il governo sia l’opposizione), ma esterna, un esterno che però si auto-collocava al di fuori della società. La pretesa dell’uguaglianza oscurava questo paradosso, quello della protesta dentro la società contro la società (come peraltro era nel PCI), perché, imputando le disuguaglianze alla “società capitalistica”, essi non si chiedevano quali sarebbero state le conseguenze, anche per loro stessi, di una tale uguaglianza. Ancora una volta si trattava di un’Utopia che, nel proporre “un’isola che non c’è, ma che potrebbe esserci se solo la si volesse veramente”, serviva a contestare radicalmente quello che realmente c’era e che non poteva certo essere cambiato con la protesta. “In quanto alternativi si è, e non si è, dall’altra parte. Si pensa in senso proprio nella società per la società contro la società” (ivi: 199). Una sindrome non diversa riguardava molto probabilmente un settore importante dell’elettorato di sinistra (a iniziare da quello sindacale).

I “vaffa day” di Grillo (che non a caso era un attivo seguace dell’Italia dei Valori) rientrano in questa sindrome, ne sono un aggiornamento in senso esplicitamente populista: il confine è quello tra il popolo e la “casta”. Nella concezione dell’ “Elevato” (il nuovo guru), il popolo sale, la casta scende; la democrazia diretta va nel paradiso della “comunità solidale”, quella rappresentativa è cacciata nell’inferno a fare compagnia all’angelo Satana. Perciò credo che per i 5S sia molto pertinente il seguente giudizio di Isaia Berlin, se al posto della “ragione” mettiamo la convinzione che la “volontà popolare” sia di per sé sufficiente ad assicurare la “vera” democrazia se questa diventa “democrazia diretta” tramite il web.

“Rousseau formula la concezione di base del comunismo, del fascismo e di tutti gli altri totalitarismi, precisamente che se uno è certo di avere la corretta soluzione della questione «Come devono vivere gli uomini?», allora può, nel nome della ragione, imporla in modo spietato agli altri, poiché se essi sono esseri razionali allora vorranno aderirvi volontariamente; se non sono d’accordo, questo significa che non sono razionali. Tutto questo nega che ideali differenti della vita, non necessariamente tra loro riconciliabili, siano ugualmente validi e degni. … Ciò non solo dà un potere illimitato … [ai] Guardiani, siano essi seguaci di Platone o di Marx, … sui loro simpatizzanti, ma nega totalmente il valore dell’esperienza individuale in raffronto ai bisogni impersonali della società, i quali sono considerati indipendenti da ciò che gli individui ritengono sia buono, vero o meraviglioso. … Se avete una scarsa concezione della natura umana … la società è un’istituzione correzionale … governata da uomini che sono un composto di ispettori di prigione e di Dr. Squeers [l’educatore bastonatore del romanzo di C. Dickens La vita e avventure di Nicola Nickleby]. Se avete una visione più benevola, la società è un enorme ospedale e tutti gli uomini sono degli internati, poiché ciascuno soffre, in misura maggiore o minore, di qualche tipo di malattia o disturbo, ed è doveroso rieducarli ad aver cura della vita o almeno a renderla sopportabile” (The Isaia Berlin Literary Trust, 2004, pp. 1, 5 e 6; tr. m.; di Berlin si veda anche La libertà e i suoi traditori, Adelphi, 2011 e Karl Marx, Adelphi, 2021).

Questa valutazione è un’epitome dei “Vaffa day” di Beppe Grillo e dei suoi accoliti, ma anche della pretesa “democrazia diretta” che, pur non considerando il modo oscuro in cui è stata organizzata e diretta da una società privata di consulenza, nega la fondamentale importanza delle competenze e delle conoscenze nella decisione politica, anche e soprattutto per valutarne le possibili conseguenze. Cosa, peraltro, che lo stesso Rousseau, nonostante il suo moralismo totalitario, non trascura del tutto, come sa chiunque abbia veramente letto il suo Contratto sociale. In questo libro sostiene che in una fase di transizione ci vorrà un Legislatore che educhi il popolo affinché pervenga alla “alienazione totale” da qualsiasi interesse e pregiudizio, cosicché non si formino “consorterie e associazioni particolari”. I Giacobini pretesero di essere loro il Legislatore di Rousseau e instaurarono il Terrore. Il marxismo-leninismo, prendendo esplicitamente ad esempio il giacobinismo, ne fece una virtù del Partito-Stato, così il Gulag, con i suoi lager, divenne un’istituzione di schiavitù che di fatto continuò fino al crollo dell’URSS, pur non raggiungendo più le punte di parossismo che ebbe sotto Stalin. L’utopia si era tramutata nella distopia del “Terrore Rosso” eretto a sistema onnipervasivo (su Rousseau si veda B. Honig, Between decision and deliberation: political paradox in democratic theory, “American Political Science Review”, 101 (2007), n. 1. pp- 1-17)

In una battuta, i militanti Cinque Stelle assomigliano molto agli Hooligans di cui parla J. Brennan nella sua tipologia degli elettori (Contro la democrazia, LUISS University Press, 2018): propensi alla partecipazione, ma altamente faziosi e persino facinorosi, come gruppi di tifosi che si trovano insieme avendo un “nemico comune”: la “casta”. Perciò sono altamente propensi a usare invettive come fossero manganelli contro tutti coloro che identificano “casta”. Esattamente come l’ “Elevato”, che in realtà è il loro “padre-padrone” pronto a usare lo stesso manganello, di cui è indubbiamente maestro come il suo precursore Giannini dell’Uomo Qualunque, contro tutti coloro che non si uniformino ai suoi “ordini”. L’ “Elevato” afferma di essere estraneo alla politica, ma nei fatti agisce come una sorta di Dr. Squeers, ventriloquo di una supposta base popolare, pronto a bacchettare tutto e tutti nel nome della lotta contro i molteplici “poteri occulti” che manovrano la “casta”. Ma neppure Giannini era arrivato ai “Vaffa-day”. Le “potenze plutocratiche” (controllate dagli ebrei) e le “classi sfruttatrici” sono solo stati sostituiti dalla “casta” e dai “poteri occulti” (sui “profeti disarmati o armati” vedi I. Berlin, Un messaggio al ventunesimo secolo, Adelphi, 2015; vedi anche M. Tarchi, Italia populista. Dal qualunquismo a Beppe Grillo, Il Mulino, 2015 e D. Vittori, Il valore di uno. Il Movimento 5 Stelle e l’esperimento della democrazia diretta, LUISS, 2019; in generale F. Chiapponi, Il populismo nella prospettiva della scienza politica, Erga edizioni, 2014, specie pp. 171 e ss.).

Naturalmente, il presupposto di una tale visione populista della politica necessita dell’idealizzazione del popolo, un popolo fatto tutto di “persone per bene”: “L’Italia deve essere, prima di ogni altra cosa, una comunità. In una comunità, tra i valori più importanti vi è il senso di solidarietà. Il cittadino deve essere il centro della politica” (Blog, 30 gennaio 2013; sul blog di Grillo si veda L. Manucci, M. Amsler, Where the wind blows: Five Star Movement’polulism, direct democracy and ideological flexibility, in “Italian Political Science Review”, 48: 1, pp. 109-132, 2018). Quindi, niente democrazia rappresentativa, perché crea solo potentati, ma democrazia diretta, dove il “web” sostituisce le assemblee di Jean-Jacques Rousseau e il Governo è fatto solo di “commissari”, cioè di supposti meri esecutori della volontà popolare. Insomma, un mix di estrema superficialità e demagogia a piene mani, saldati insieme da un moralismo da quattro soldi, personalismo estremo (il vero stratega era Casaleggio) e da una parola magica: “comunità”. Al Terrore di Robespierre è sostituito il bastone degli insulti dell’auto-elevatosi a “garante”. Va ricordato che in origine i fascisti si erano dichiarati “né di destra né di sinistra”, esattamente come i Cinque stelle. Sembra proprio vero che a volte la storia si ripeta in farsa, sperando che non diventi tragedia (sulla poco indagata dimensione “teologico-dittatoriale” del populismo: A. Arato, Political theology and populism, in “Social Researc”, 80, 2013, n. 1. pp. 143-171). È il paradosso per cui il popolo è nello stesso tempo il dominatore e il dominato da un qualche “Elevato” che si erige a vero interprete della “volonté de tous”.

Veniamo, infine, al populismo fascista, che in Italia ha lasciato radici che non sono state bruciate dal tracollo del regime a seguito della guerra. Seppur lentamente, con alterne vicende di riprese e di sconfitte, esso è tornato recentemente ad un certo vigore. Questo forse si deve, per contrasto, al fatto che in Italia si sviluppò il più forte partito comunista dell’occidente. Come è noto, un’importante componente del successo del fascismo era stata la radicale contrapposizione al bolscevismo (sebbene Mussolini venisse dal Partito Socialista). Con il crollo della DC nei primi anni novanta, l’ascesa di Berlusconi fu in buona parte dovuta all’esplicita ripresa della contrapposizione tra comunisti e anticomunisti (sebbene il PCI non ci fosse più). Sono le avvisaglie di un esplicito populismo, che peraltro erano già chiare nell’Italia dei Valori di Di Pietro e a cui Grillo era legato. Questa manifestazione esplicita di populismo è quasi sicuramente dovuta al fatto che, diversamente da PCI e DC che erano partiti di massa, sia Forza Italia che il partito di Di Pietro erano partiti quasi esclusivamente basati su un leader che si era inventato politico, e la cui popolarità era dovuta essenzialmente agli scandali, ai mass-media e all’anticomunismo. Forse è proprio questo l’aspetto centrale del populismo contemporaneo: la sostituzione di partiti di massa con partiti centrati su leaders demagogici amplificati dai mass-media (anche perché i partiti di militanti non hanno più senso, come vedremo).

Il populismo fascista era stata una forma di cesarismo plebiscitario (l’idolatria del “capo”), caratterizzato da un’esaltazione del mito di un eroico passato (la Roma imperiale) in funzione nazionalistica. Esso aveva forti tendenze ideologiche al totalitarismo, anche se politicamente dovette fare dei compromessi sia con la monarchia che con la chiesa (padre Gemelli parlò di “missione cattolica dello stato italiano”). Sotto molti profili il fascismo era lo sviluppo di alcuni aspetti del “romanticismo senza freni” (Berlin) della seconda metà dell’Ottocento e di ideologie ribelliste e nazionaliste estreme che venivano dalla Francia, a cui si sommarono (ma in modo estemporaneo) temi ripresi dalle filosofie vitalistiche in chiave di “attualismo” contrapposto a ogni filosofia della storia. Benedetto Croce non denunciò mai il fascismo come dittatura.

Per la sua rapida e inaspettata affermazione è sicuramente decisivo considerare la grave crisi innescata dalla prima guerra mondiale e dalle conseguenze devastanti che ne derivarono su milioni di individui mobilitati in quell’occasione e poi abbandonati al loro destino. Questi si lasciarono catturare, per un verso, dal “mito della comunità e del cameratismo”, per un altro verso, si fecero portatori di “una sorta di etica della militarizzazione e della totalitarizzazione della vita e della lotta politica”, arrivando a “derivare da tutto ciò una forza e un dinamismo sino ad allora ignoti, nei quali larga parte aveva tutta una serie di stimoli vitalistici che facevano ritenere ai fascisti che tutto fosse lecito e, volendolo, realizzabile” (R. De Felice, Prefazione del 1983 a Le interpretazioni del fascismo, Laterza, 2012; si veda anche E. Gentile (a cura) Modernità totalitaria. Il fascismo italiano, Laterza, 2008 e S. Cassese, Governare gli italiani. Storia dello Stato, Il Mulino, 2014, cap. VI; per il nazismo si veda I. Kershaw, Hitler e l’enigma del consenso, Laterza, 2020, che utilizza l’idea weberiana di “carisma personale”).

Peraltro, sul piano storico, come ha mostrato la ricerca di Zeev Sternhell (di cui mi limito a ricordare Nascita dell’ideologia fascista, Baldini & Castoldi, 2002), essi in fondo ripresero temi e atteggiamenti che erano stati sviluppati in Francia già almeno dai due decenni che precedettero la fine dell’Ottocento e che avevano portato i sindacalisti rivoluzionari a esaltare l’idea di popolo-nazione e a contrapporre la “rivoluzione spirituale” (il nazionalismo radicale) alla “rivoluzione materiale” del marxismo e del liberalismo. La nazione era appunto intesa come una “comunità”, fatta di tradizioni storiche che risalivano alla notte dei tempi, di sentimenti di solidarietà e “cameratismo”, in cui era però rispettata al massimo la gerarchia di status sociali organizzata per funzioni (da cui la centralità del partito). Perciò essi affermavano di non essere “né di destra né di sinistra” .

Ai nostri fini può essere utile rifarsi al già citato cattolico radicale Joseph de Maistre. Ne parlo perché, sebbene le sue idee al tempo in cui visse non ebbero successo, esse si affermarono proprio in Francia nell’ultimo decennio dell’Ottocento e rivelano un sotterraneo collegamento tra l’intransigente opposizione di certo cattolicesimo alla modernità liberale e le due forme di totalitarismo che caratterizzarono l’Europa tra le due guerre mondiali, e i cui eredi sono arrivati sino ai nostri giorni senza che abbiano fatto un’effettiva ed esplicita autocritica pubblica. De Maistre fu molto più di un cattolico reazionario e oscurantista. Fu infatti “il primo teorico della grande e poderosa tradizione che sarebbe culminata in Charles Maurras, che fu un precursore dei fascisti, e di quei cattolici antidreyfusardi e fautori del regime di Vichy di cui si è detto talvolta che erano cattolici prima di essere cristiani. Alcuni dei motivi che indussero Maurras a collaborare con il regime hitleriano erano forse gli stessi che attiravano de Maistre verso Napoleone … e che lo portarono a rispettare il suo arcinemico, Robespierre, molto più dei moderati annientati dai giacobini” (I. Berlin, Il legno storto dell’umanità, Adelphi, 1994, p. 238, s. m.). Questo perché de Maistre ha una sorta di idolatria del potere, convinto com’è, che esso provenga da leggi eterne volute da dio.

“La concentrazione del potere in un’unica sede – che è poi l’essenza stessa del governo dispotico di Robespierre e dei suoi accoliti … – è agli occhi di de Maistre infinitamente preferibile alla sua dispersione in conformità a regole dettate dagli uomini. Ma naturalmente l’intelligenza, la saggezza politica e morale esige che il potere sia là dove verità e sicurezza vogliono che sia: nelle antiche istituzioni costituite … e non in individui scelti democraticamente … Ogni usurpazione deve fallire, alla fine, perché è un insulto alle leggi divine dell’universo: ed è il legittimo detentore del potere solo chi è strumento di queste leggi. Resistere ad esse significa opporre le fallibili risorse di un singolo intelletto alla corrente cosmica; e ciò è sempre un’infantile pazzia; peggio, una follia criminale che va contro il futuro dell’uomo” (ivi, p. 239).

Come più tardi Pareto, Mosca e Michels (vedi N. Bobbio, Saggi sulla scienza politica in Italia, Laterza, 1969), de Maistre credeva solo nelle élite e nella loro capacità di guidare le masse. Come Sorel e altri di quel periodo (tanto in Francia quanto in Germania) “credeva nella necessità di una mitologia sociale e nell’ineluttabilità delle guerre … A prezzo di incalcolabili sofferenze umane, la società totalitaria visualizzata da de Maistre … si è materializzata” nei totalitarismi del XX secolo (Berlin: ivi, pp. 241 e 243).

Ciò che de Maistre non poteva cogliere era che le sue idee, per affermarsi, avrebbero dovuto aspettare lo sviluppo della società di massa che solo il capitalismo industriale, ancora di là da venire nella Francia dei suoi tempi, avrebbe generato (D. Barjot e Al., Storia della Francia dell’Ottocento, Il Mulino, 2003). La cosa che va però sottolineata, perché sarà tipica dei paesi in cui si affermerà una qualche forma di fascismo (a iniziare dall’Italia del primo dopoguerra), è che sarà un particolare tipo di società di massa. Mi riferisco a quel tipo di sviluppo moderno fortemente accelerato e autoritario che sarà peculiare dei cosiddetti paesi “second comers”, come li definì il Gerschenkron, ossia paesi ancora alla fine dell’Ottocento attardati su economie agrarie e arretrate e su forme di governo sostanzialmente cetuali. Paesi che furono costretti a modernizzarsi in modo assai accelerato e per ragioni di potenza, spinti a questo dal clamoroso esempio dell’Inghilterra e della sua rivoluzione industriale (e di cui si prese coscienza con le guerre napoleoniche). Non per caso i suoi promotori (ossia i principi) ne parlarono esplicitamente in termini di “rivoluzione dall’alto”, per contrapporla alla “rivoluzione dal basso” (quella francese, che peraltro era stata essenzialmente una rivoluzione di plebi urbanizzate e di contadini che aspiravano ad abbattere ciò che ancora permaneva dell’antico regime).

Lo sconvolgimento sociale e culturale che queste “rivoluzioni dall’alto” generò colpì non solo masse di contadini improvvisamente trasformati in proletari urbanizzati, ma anche masse di artigiani e, soprattutto, di notabili che di fatto nei decenni precedenti erano diventati l’asse portante del potere nobiliare sul territorio, e che furono sostituiti da burocrati controllati centralmente (anche in questo consistette la “rivoluzione dall’alto”). Ciò nell’immediato generò una diffusa deprivazione (sia assoluta che relativa) e, per reazione, un sommovimento contrario alla modernizzazione e assai diffuso, che trovò il suo epicentro intellettuale nella contrapposizione tra una mitica “comunità”, intesa come “naturale” (su modello della famiglia patriarcale e del villaggio), e società, intesa come artificialità, tra Kultur e Zivilisation (si pensi a Tönnies che scrive un libro per contrapporre la comunità alla società). La Kultur sarebbe un prodotto spontaneo della natura umana e della comunità, mentre la Zivilisation sarebbe solo una realtà artificiale, perché, come nelle “societas” commerciali del tardo Medioevo, qui valgono solo le volontà dei contraenti e quindi hanno preminenza gli interessi e gli egoismi individuali. La comunità è invece un Tutto Organico che agisce come fosse un solo individuo e, come un macroanthropos (un termine dei neoplatonici) ha una testa (i prìncipi), un busto con robuste braccia (la “noblesse d’épée”) e gambe possenti (la massa di contadini e artigiani, con i loro patriarchi). E’ la riproposizione della “universitas christianorum” del Medioevo (su tutto questo si rinvia a N. Addario, Modernità antiliberale. Reazioni romantiche e pensiero politico antisistema nell’Europa di Otto e Novecento, Mimesis, 2019).

In questa contrapposizione era peraltro necessaria un’esaltazione della tradizione e una sua mitizzazione, come appunto si vede chiaramente nel “Romanticismo senza freni”, che non per caso caratterizzò gran parte dell’Ottocento e i primi decenni del secolo seguente, e che finì per negare in gran parte le idee di razionalità e libertà che si erano affermate con l’Illuminismo, per esaltare l’élan vital. La “decadenza dell’Occidente” e della sua Zivilisation erano annunciate, così come dalle sue ceneri era annunciata la rinascita della Comunità, con il suo uomo nuovo, l’“uomo fascista” di cui vaneggiava Mussolini, ma che era appunto intesa come una “rivoluzione spirituale” che non aveva niente da spartire con i vari materialismi, anzi era il suo contrappasso antropologico. La guerra mondiale era in questo senso la manifestazione concreta del collasso della Zivilisation. Essa, in effetti, offrì l’occasione perché, soprattutto là dove il liberalismo era più debole tra le masse e le stesse élites, i movimenti antimodernisti, mobilitati dagli effetti della guerra, venissero in breve tempo egemonizzati dal fascismo. In Francia, che pure era stata la culla dell’ideologia fascista, il fascismo per affermarsi dovette aspettare l’occupazione nazista, perché nei momenti topici il centro si alleava sempre con la sinistra riformista, impedendo così che la destra fascista salisse al potere. Ma va ricordato che a Vichy insieme a Maurras salirono al potere quei personaggi di cui si diceva che erano cattolici prima ancora di essere cristiani.

In conclusione, oltre al mito della comunità, fatta “tutta di persone per bene” tra le quali regna sovrana la solidarietà, un tratto comune al populismo dei 5S e a quelli storici è che la demagogia si sostanzia in un’utopia. È un’utopia politica che, a parte i diversi mezzi (il mito del web), rinvia alla “volonté generale” di Rousseau e al relativo governo di “commissari”, perché vi sarà la scomparsa dei partiti e dello stato, sostituiti dall’auto-governo dei cittadini, come nel comunismo mitizzato di Marx e Lenin. Ma, come tutte le utopie, anche questa ha bisogno del suo Caronte, il traghettatore che di volta in volta assume le sembianze di Mussolini, Hitler, Lenin, Stalin, Mao, Pol Pot e infine il guru Grillo, l’Elevato. A differenza degli altri, l’Elevato non brandisce apparati di stato, bensì manganelli verbali e il potere di cacciare dal movimento chi gli pare e piace, tanto è lui il proprietario del simbolo 5S, su cui compare la scritta: “beppegrillo.it”! Si, proprio quello “dell’uno vale uno”. Il tutto sanzionato, ovviamente, dalla “democrazia diretta”, che è soltanto la nuova forma di plebiscito con cui un nuovo capo carismatico, ex comico da operetta, decide in realtà per tutti attraverso il suo blog (vedi D. Vittori, ivi, pp. 44-48). Ma le costituzioni delle democrazie rappresentative, come disse un importante giurista, “legano le mani al popolo”: senza le mani legate da un diritto superiore, assai difficile da modificare (vanno infatti coinvolte le opposizioni parlamentari per modificarla), “il popolo non ha infatti vere mani”. L’essenza della democrazia non è tanto la periodica e libera partecipazione alle elezioni, ma, in primo luogo, la protezione sistematica delle minoranze e, in secondo, che non esiste una Verità politica data una volta per tutte. Come ha mostrato Sartori, in democrazia esistono solo opinioni (Elementi di teoria politica, Il Mulino, 1995; vedi anche C. Mudde, The populist zeitgeist, in “Government and Opposition, n. 4, 2004, pp. 541-63) .

Crisi della democrazia o paradossi (insoluti) della decisione politica?

Concludo con un cenno su una questione molto importante e mai presa in considerazione nelle analisi sul populismo. Il successo del populismo in molti paesi dell’Occidente a partire dai primi anni novanta ha fatto parlare numerosi commentatori di “crisi della democrazia”. Qui mi limiterò a qualche osservazione riguardante i processi decisionali tipici dei partiti moderni che raramente sono stati presi in considerazione.

La prima riguarda il profondo cambiamento del quadro internazionale. La grande frattura tra Occidente e Oriente che, seppur sotto la minaccia di un conflitto nucleare su scala mondiale, ha assicurato una pace di quasi ottant’anni è ormai alle spalle da alcuni decenni. Il crollo dell’Unione Sovietica e del suo mondo molto probabilmente ha “liberato” le ali estreme dell’elettorato, rendendole sensibili a proposte demagogiche, soprattutto là dove i sistemi elettorali hanno consentito un pullulare di partiti, partitini e “correnti”. Come abbiamo visto, il populismo “storico” era comunque politicamente tenuto a freno da motivi di schieramento internazionale (la NATO) e (da noi) materialmente alimentato dal “consociativismo spartitorio”. Venuto meno il vincolo internazionale, ne è però emerso un altro: il grande debito pubblico non può più alimentare il consociativismo spartitorio, sebbene le aspettative che ha alimentato, a partire almeno dalla metà degli anni ottanta, si siano ormai largamente consolidate in modo generalizzato (si veda A. Mingardi, L’Italia è una Repubblica fondata sul debito pubblico, “Corriere della Sera” del 10/5/2022). Il “sovranismo” nasce anche da qui: i vincoli che l’Europa, ma in realtà i mercati internazionali, pongono alla crescita del debito pubblico vengono strumentalizzati ad arte. Non c’è forza politica che ammetta che l’Italia, unica in Europa, ha un PIL ancora largamente inferiore a quello che aveva nel 2000, con una caduta degli investimenti, e della produttività che datano almeno dalla prima metà degli anni novanta e che perciò, in queste condizioni, il vero rischio è un default dello stato. Questo ha probabilmente incanalato lo scontento e la voglia di protesta verso le varie offerte esplicitamente populiste alla ricerca di facili consensi, e a cui si sono sommati tutti i diversi No-Tav, No-Vax, No-Tutto: una riedizione dei terrapiattisti, dei credenti nei complotti mondiali e nelle scie chimiche, che al tempo della “cortina di ferro” erano poco più che piccole sette (alcuni dei quali sono nei 5S).

La seconda osservazione riguarda il fatto che si è soliti collegare il successo elettorale dei partiti populisti con la crisi di fiducia verso i partiti tradizionali, crisi che viene spesso interpretata anche in termini di crisi di partecipazione. Tenendo presente il nuovo contesto internazionale, vorrei soffermarmi su questo punto.

Si è soliti interpretare i partiti come forme particolari di burocrazie (Weber) o persino “oligarchie” (Michels) e commisurarle alle aspettative popolari di partecipazione e “buon governo”. Si tratta però di un modo largamente superato di intendere i partiti, che non tiene conto dell’immensa letteratura sulle “organizzazioni complesse” e a cui si aggiunge il mito della partecipazione, e persino la mistificazione della “democrazia diretta”. La partecipazione alla politica in termini di “militanza” trascura del tutto di riconoscere che quella “partecipazione” era in gran parte frutto di una mobilitazione ideologica (i “fronti popolari”, la “resistenza”, la “lotta di classe”), che nasceva dalle “aspettative di salvezza” sollevate dalle utopie politiche sorte tra la metà dell’Ottocento e i primi del Novecento e da due guerre mondiali. Si dovrebbe inoltre considerare seriamente quel contesto internazionale cui si è accennato. Contesto che non riguardava solo due opposti schieramenti di alleanze militari, ma due vere alternative sociali e politiche contrapposte, due Weltanschauung. Questo in Italia riduceva drasticamente la complessità della politica nell’alternativa tra comunismo e anticomunismo e nel sotterraneo “consociativismo spartitorio”, sotterraneo perché in pubblico era accompagnato da una sistematica “guerra ideologica” (come fece notare A. Pizzorno, Le radici della politica assoluta e altri saggi, Feltrinelli, 1994, in particolare le pp. 285-313). la sconfitta del nazifascismo e il crollo del mondo sovietico non hanno però messo un pietra tombale su queste ideologie, perché i loro protagonisti principali (gli eredi del PCI, della sinistra DC, di gruppetti sessantottini e del MSI-FdI) hanno evitato accuratamente di fare realmente i conti con quella storia (comunismo e fascismo) e quindi con la loro stessa cultura. Il vuoto culturale che ne è seguito con cosa è stato colmato? Di fatto soltanto con il perdurante “consociativismo spartitorio” e con l’assistenzialismo, che però, da un lato hanno i vincoli di bilancio su accennati e, dall’altro, sono una delle cause principali della mancanza di crescita da più di una ventina di anni. Non per caso il riferimento al “riformismo” degli attuali partiti non si capisce cosa concretamente voglia dire (con qualche eccezione).

C’è peraltro un altro mito riguardante la politica che è duro a morire, quello della partecipazione, che è stato tipico delle due grandi ideologie della prima metà del XX secolo. Un mito che a quei tempi serviva come forma sistematica di mobilitazione “protestataria”, ma che incideva assai poco sulla “democrazia” interna ai vari partiti (vedi A. Migliorini, La partecipazione politica in Italia, Carocci, 2002; A. Pizzorno, Introduzione alla partecipazione politica, in “Quaderni di Sociologia”, XV, n. 3-4, 1966, pp. 235-87). Con il crollo delle ideologie tradizionali quel tipo di partecipazione diviene un non senso e al più può essere sostituita con l’attivazione dei cittadini nel momento delle elezioni (una forma di partecipazione tipica, ad esempio, degli USA dove già negli anni 50 si parlava di “partiti pigliatutto”) e non con la “militanza” delle masse. Ormai dovrebbe essere chiaro che i partiti sono solo particolari organizzazioni nelle quali si punta a fare una carriera come in qualsiasi organizzazione. I partiti sono peraltro soltanto uno dei componenti del sistema politico e quindi rispondono alla logica (o razionalità) peculiare dei partiti.

La letteratura più recente ha peraltro chiarito che la funzione principale delle organizzazioni è di portare a decisioni mediante premesse decisionali, cosa che a sua volta consente di “assorbire incertezza” nonostante il possibile “post-decision regret” (J. G. March e H. A. Simon, Teoria dell’organizzazione, Il Mulino, 1971, p. 206). Infatti, proprio la dimensione organizzativa consente di sostenere che anche nel possibile errore si è operato in modo razionale. Peraltro non è stato chiarito in che cosa consista una “decisione”, perché non è sufficiente sostenere che si tratta della scelta tra alternative: come vengono scelte le alternative, come si è arrivati a escludere altre possibili alternative? Il decisore, come qualsiasi osservatore, ha sempre un punto cieco, anche quando è riflessivo: rischio e incertezza (anche radicale) sono dunque sempre in agguato, soprattutto in politica che è sottoposta a un caos di richieste provenienti dalla “società civile”. Qualcosa deve delimitare ex-ante le alternativi su cui poter decidere, tanto più che le decisione hanno a che fare con il tempo futuro, che per definizione è dominato dall’incertezza.

Le premesse decisionali hanno questa funzione: sono “tutto ciò che in una decisione viene assunto come dato”: dall’organigramma e relativi “programmi decisionali” sino alla peculiare “cultura organizzativa”. A Partire da tale contesto si formano delle alternative su cui decidere, le quali sono facilmente osservabili come conformità o devianza da questi presupposti dati per scontati (N. Luhmann, Organizzazione e decisione, B. Mondadori, 2005, pp. 183-210; C. Besio, A. Pronzini, Inside organizations and out. Methodological tenets for empirical research inspired by systems theory, in “Forum: Qualitative Social Researc”, 11, 2010, n. 3)1. Il problema delle decisioni viene di fatto “risolto” attribuendo responsabilità personali. I partiti sono infatti organici di personale e quindi di “posti” ricoperti da determinate persone in una specifica “posizione” e che intendono fare una “carriera”.

Qui sorge però un altro problema: con il crollo delle vecchie ideologie dei secoli XIX e XX la politica appare sempre più disposta a soddisfare qualsiasi interesse pur di ottenere voti (“partiti pigliatutto”). Più di un secolo fa Max Weber parlava già della “politica come professione”, ammonendo i “socialisti della cattedra” che in tali condizioni l’unica etica possibile fosse l’etica della responsabilità per le conseguenze delle scelte politiche, cosa di cui l’etica dell’intenzione, come quella predicata dai “socialisti della cattedra”, non si curava minimamente. Di questo sono o dovrebbero essere responsabili i gruppi dirigenti. Ma i politici italiani assomigliano molto ai “socialisti della cattedra” (si pensi alla “questione morale” di Berlinguer).

I politici di professione sono quindi primariamente orientati a fare una “carriera”, ma questo implica che ormai la partecipazione è innanzitutto una questione di carriera, come qualsiasi altro mestiere. La natura altamente professionale della politica non è tuttavia riconosciuta come dovrebbe. Si dimentica, tra l’altro, che proprio la professionalità all’interno di un organigramma formale era proprio ciò che, nei primi del Novecento, distinse nettamente i moderni partiti di massa dai vecchi partiti di notabili (erano stati i partiti socialdemocratici a introdurla).

In cosa consiste, dunque, la professionalità specificatamente politica? Al pari di ogni altra professione, il grado di successo professionale è deciso per cooptazione, è cioè determinato dai vertici in base all’organigramma. Dalla prospettiva dei vertici, particolarmente in politica, si tratta primariamente di livelli di attribuzione di fiducia, tenendo conto del tipo di responsabilità per ciascuna posizione (per importanza elettorale, organizzativa ecc.). Ovviamente, nella distribuzione degli incarichi si tiene conto degli “equilibri” tra le varie “correnti”, ma questo in realtà è vero per qualsiasi organizzazione. Nei partiti v’è inoltre un’esplicita preferenza ideologica che li colloca in una certa posizione lungo l’asse destra-sinistra: l’appello ai “valori” come simboli di “identità” ha questa funzione. Va peraltro notato che se i valori fossero realmente tematizzati diventerebbero subito polemogenici, perché il “come” e il “quando” realizzarli produrrebbe subito divisioni. Anche per questo non c’è organizzazione che non sia una rete di relazioni personali, e in questo i partiti, anche quando si chiamano “movimenti” (come i populisti amano autodefinirsi), non sono affatto diversi.

C’è una diffusa ideologia (emersa alla luce del sole sin dai tempi della Lega di Bossi, dei Girotondini e dell’ Italia del Valori) che, nel nome del “popolo sovrano”, scambia questa realtà di professionisti per “casta” (anche se allora si buttava la croce addosso solo al Pentapartito), con il risultato, apparentemente paradossale, di promuovere una “casta di ignoranti” che sovente si rivela una “casta di profittatori”. Eppure dovrebbe ormai essere evidente che le scelte politiche hanno a che fare con decisioni particolarmente complesse e richiedono perciò una solida preparazione, esperienza e premesse decisionali adeguate ai tempi. Basti pensare alla complessità del bilancio statale o delle scelte di politica economica e di welfare. Preparazione che nei partiti professionali è solitamente messa in evidenza dalla posizione raggiunta nella “carriera” dai politici. Ma poiché non si può sapere tutto, i politici di professione devono essere competenti soprattutto in politica. In democrazia “politica” è, ma forse sarebbe meglio dire “dovrebbe essere”, la capacità di considerare le conseguenze delle decisioni, particolarmente per coloro che la pensano in modo diverso dal decisore (Weber). Innanzitutto conseguenze propriamente politiche, che cioè hanno a che fare da un lato con il consenso e, dall’altro lato, con gli equilibri di potere interni all’organizzazione e tra i partiti in competizione, ma sempre tenendo conto degli interessi più generali. Anche per questo Brennan ha giustamente parlato di “epistocrazie” che accompagnano la democrazia come tale, dalle Banche Centrali alle diverse Autorità che decidono in base a competenze “tecniche” senza essere elette. Ma pure a varie forme di consulenza (un equivalente degli “staff” delle grandi imprese), sia propriamente di partito sia presenti nell’Amministrazione pubblica. Ve l’immaginate una politica monetaria o fiscale decisa in base a votazioni popolari su un sito? (I. Somin, When ignorance isn’t bliss. How political ignorance threatens democracy, in “Policy Analysis”, n. 525, 2004).

Come già accennato, le capacità di effettivo governo non dipendono solo dai partiti e dalla professionalità del loro personale, ma prima ancora dal sistema elettorale e da quello istituzionale. Il sistema elettorale determina infatti il modo in cui si formano le maggioranze di governo e la loro stabilità nel tempo. Ci vuole almeno un’intera legislatura perché si possano evidenziare gli effetti delle scelte di governo, potendo così attribuire in modo chiaro le relative responsabilità. Altrimenti, come capita in Italia, tutto resta sempre confuso, con i partiti più importanti che rincorrono i gruppi marginali per acquisirne il consenso, mentre quelli piccoli o persino piccolissimi si mantengono, sapendo che con maggioranze così fragili hanno il potere di “veto players” (con una sponda in qualche sindacato e/o gruppo di pressione: vedi M. Leonardi, Le riforme dimezzate. Perché lavoro e pensioni non ammettono ritorni al passato, Università Bocconi Editore, 2018). Stabilità di governo non significa soltanto maggioranze più coese e governi stabili con un vero programma da attuare, significa anche maggiore potere reale di decisione e quindi maggiore responsabilità verso gli elettori. Significa potere effettivo sulla burocrazia pubblica che deve attuare le decisioni politiche.

Spesso si dimentica che le decisioni politiche una volta divenute leggi devono essere realizzate praticamente e i tempi e i modi di questa “implementazione” dipendono dalla Pubblica Amministrazione che, lasciata a se stessa, segue una logica meramente “burocratica”, ovvero solo formalista, disinteressandosi delle conseguenze del suo operato per i cittadini (si veda almeno S. Cassese, La lingua oscura delle leggi e i danni chiari alla politica, “Corriere della Sera”, 08/01/2022; Id. L’italiano oscuro delle leggi, ivi, 6/02/22). Per questo occorrerebbe metter mano anche all’assetto istituzionale, in modo da renderlo più efficiente/efficace. Differenziando nettamente, ad esempio, le funzioni delle due camere, rivedendo il rapporto tra stato centrale e regioni e riformando profondamente l’Amministrazione, sia centrale che periferica, per renderla realmente responsabile per quello che fa, oppure non fa, nei tempi e nei modi dovuti. A questo si deve aggiungere che la crescente interconnessione mondiale ha fortemente limitato la capacità dei singoli stati nazionali di intervenire su eventi che hanno ripercussioni negative sulle singole società nazionali, persino quando siano dotate di istituzioni capaci di un’importante governabilità (T. Takahashi, Political crisis and societal governance: how media can be societal media?, in “Journal of Sociocybernetics”, 11, 1, 2015; sulla globalizzazione N. Luhmann, Theory of society, Stanford University Press, Vol. II, pp. 127-131).

Concludendo, così come la razionalità della decisione delle organizzazioni economiche (in regime di concorrenza) sta nel fatto che l’assorbimento dell’incertezza è costretto a confrontarsi con la possibilità di fallimento, la razionalità della vera alternanza di governo (nelle democrazie primariamente orientate alla “governabilità”) consiste nella reversibilità di decisioni politiche le cui conseguenze sono valutate negative dalla nuova maggioranza al governo, tenendo conto dei problemi del paese che sono rimasti insoluti. Ma questo a sua volta dipende dalla possibilità o meno di effettive e durature alternanze di governo così che, per esempio, si possa mettere mano seriamente al “consociativismo spartitorio” e iniziare a eliminarne le distorsioni più importanti. Solo così il sistema politico avrà quella reale “varietà necessaria” affinché, entro il quadro della logica governo/opposizione, si possa disporre di una sufficiente massa critica di alternative così da riuscire a fronteggiare l’immane complessità della crescente globalizzazione, salvaguardando nel contempo le libertà. In questo contesto la domanda che dovremmo porci è: perché stiamo assistendo a una crescente impopolarità dei partiti? Provo ad accennare a una possibile risposta riallacciandomi al paradosso di ogni decisione, che per i partiti è altamente operante.

Diversamente da altri tipi di organizzazioni, i partiti sono infatti altamente propensi a rincorrere le più diverse e incoerenti richieste. Per esempio, le imprese si limitato ai loro particolari settori e a confrontarsi con i relativi prezzi di mercato; la ricerca scientifica opera per settori molto specializzati e ricchi di precise premesse decisionali sotto forma di teorie comprovate o falsificate da esperimenti ripetibili. Al contrario, i partiti “sono esposti direttamente alla pressione della complessità, anzi sono stimolati dal sistema della concorrenza partitica a preoccuparsi attivamente di fondamenti decisionali inconsistenti … di apertura a temi sempre nuovi … Nel contempo, in complessa connessione con ciò, essi offrono alle persone possibilità di carriera politica. Una condizione per far carriera è: affermazione nel contesto della visibilità pubblica e costruzione di un apparato di contatti personali … con sostenitori e protetti in condizioni di obbligo. In questo modo non si può immaginare una politica di temi senza una politica di persone e difficilmente una politica di persone senza che essa sia centrata sulla propria persona, e il motivo è di nuovo: troppa elevata complessità, troppa elevata contingenza di tutte le connessioni di fatto … detto altrimenti, la penuria di informazioni attendibili, indipendenti dalle proprie operazioni e osservazioni” (N. Luhmann, L’impopolarità dei partiti politici, in Id. Democrazia e partiti. Il vertice scisso, Mimesis, 2014, pp. 54-55, s. m.).

In questo senso, efficienti apparati statali e istituzioni di buona “governance” sono decisivi, in quanto costituiscono un insieme di premesse decisionali che delimitano gli ambiti entro cui poter prendere effettive e coerenti decisioni, che il caos delle domande ai partiti renderebbe altrimenti impossibile. Ma è proprio per questo che, con il crollo delle utopie politiche del Novecento e la fine della “cortina di ferro”, si è sviluppato un diffuso anti-partitismo, soprattutto in quei paesi a bassa “governance” (per quanto riguarda le istituzioni vedi la ricerca comparata di J. Gerring, A. C. Thacker, C. Moreno, Centripetal democratic governance: a theory and global inquiry, “American Political Science Review”, 99, 2005, n. 4, 567-81). Troppo poco di quello che i partiti promettono può essere realizzato, perché, persino se lo volessero, si scontrerebbero con l’inefficienza della burocrazia, tanto più se, come in Italia, vi sono forti limiti di bilancio e governi di coalizione tra partiti molto distanti tra loro e ricattati dai “veto players”. Per questo “l’Italia è una Repubblica fondata sul debito pubblico”. Se si tiene conto di tutto questo, appare evidente come la trasformazione della “Volonté de tous” nella “Volonté Générale” di Rousseau, e a cui i grillini si richiamano, fosse e sia una mistica utopica. Non a caso Carl Schmitt concludeva la sua teologia politica con “credo quia absurdum” (Teologia politica, in C. Schmitt, Le categorie del “politico”, Il Mulino, 1972, pp. 33-86).

Il fondamento della legittimazione democratica sta solo nel fatto che essa opera sul presupposto della logica governo/opposizione (il “vertice scisso”),cosicché la politica possa accettare la propria contingenza. Sul piano logico contingenza significa: non impossibile e non necessario. Diversamente dai regimi totalitari, in democrazia questa logica è assicurata dalla possibilità sistematica di alternative di governo. Da qui la sacralità delle opposizioni. La legittimazione democratica è dunque una “formula di contingenza”, che il sistema politico produce per se stesso, così da dare valore e plausibilità alle sue decisioni “nel nome del popolo”. È così che esso può presentare la sua attività come svolta nel pubblico interesse e nel quadro di un effettivo pluralismo (M. King, C. Thornhill, Niklas Luhmann’s theory of politics and law, Palgrave-Macmillan, 2009, cap. 3). Naturalmente, non è cosa da poco ma non dobbiamo dimenticare che anche la tradizione liberal-democratica ha i suoi miti e le sue utopie. In particolare, che ci siano dei “fini razionali” proiettati nel futuro, seguendo i quali è come se ci attenessimo a una sorta di piano regolatore delle faccende umane. Tuttavia, il liberalismo è più moderato di ogni vero millenarismo, perché si sforza di mantenere il contatto con la realtà, che non rifiuta ma ritiene di poter migliorare. È un’eredità dell’Illuminismo che non fa però i conti con i paradossi della decisione, soprattutto quando riguardano i partiti. Un conto è lo Stato – con le sue istituzioni e apparati burocratici dotati di premesse decisionali (Costituzione, leggi e procedure) –, un altro e diverso conto sono i partiti. Soprattutto se operano in un contesto di assai bassa “governance”. Come ha argomentato Mancur Olson (Dictatorship, democracy, and development; in “American Political Science Review”, 87, 1993, n. 3, pp. 567-76), le democrazie hanno il grande vantaggio di costituire l’unico contesto istituzionale che incentivi stabilmente lo sviluppo economico. Forse è anche per questo che il populismo in Europa è destinato a fare dei passi indietro, anche quando si autodefinisce “sovranismo”.

1 Va precisato che le “premesse” devono essere distinte in: a) decidibili; b) non-decidibili. Tra le prime sono i “programmi decisionali” che si formalizzano nell’organigramma, nelle competenze da questo richieste e nei relativi canali di comunicazione (dall’alto verso il basso e viceversa). Le seconde sono sia “vincoli cognitivi” dati dalla cultura d’impresa o dall’ideologia politica sia vincoli dell’ambiente sociale (leggi, autorità, cicli economici, tutto ciò che costituisce il prodotto di eteroreferenze, ossia di percezione-interpretazione di eventi esterni alle organizzazioni). Per le imprese rispetto ai vincoli che vengono dai mercati si veda H. A. Simon, Organizations and markets, “Journal of Economic Perspectives”, 5 (1991), n. 2, pp. 25-44 e J. G. March, A primer on decision making. How decision happen, Free Press, N. Y., 1994. Ma si veda anche A. Panebianco, Modelli di partito, Il Mulino, 1982.

Postilla: il riccio e la volpe

La guerra scatenata dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia dello zar Putin ha rivelato ulteriormente l’apparente paradosso  del legame sotterraneo tra il populismo di sinistra e quello di destra, comunque siano travestiti: da falsi “pacifisti” a oltranza (come il presidente dell’ANPI) o da “sovranisti” , da militanti dell’antimperialismo, che è  sempre e solo americano, sino a chi accusa la Nato di aver “provocato” la Russia (riprendendo così la tesi dello zar). È per molti versi stupefacente constatare come i precedenti dell’annessione della Crimea e del Donbass non avessero avvertito i nostri antimperialisti e amici di Putin che la Russia da tempo si era avviata a tornare a quell’autocrazia che in fondo è sempre stata (si pensi al cambiamento della costituzione per consentire allo zar di restare zar a vita). La finestra che si era aperta con il crollo dell’URSS nei primissimi anni Novanta si è chiusa abbastanza in fretta. Può darsi che l’Occidente abbia fatto degli errori, ma era estremamente difficile che la Russia potesse evolvere in una società realmente democratica e pluralista. Non c’erano i presupposti storici: in un paese che passa di colpo dall’imperialismo zarista a quello sovietico (si veda P. Hopkirk, Avanzando nell’Oriente in fiamme, Il sogno di Lenin di un impero in Asia, Mimesis, 2021), la liberaldemocrazia non può avere alcuna radice. E infatti era ed è nelle mani di una cleptocrazia, dominata da uno zar assoluto: con 150 milioni di abitanti, la Russia oggi ha un PIL come quello della Spagna, che ha quasi un quarto della popolazione! La sua arretratezza, tecnologica e organizzativa, ma anche umana, è risultata evidente proprio nel modo insensato e incompetente con cui ha invaso l’Ucraina. Milan Kundera ha scritto che persino nel XIX secolo chi, provenendo dall’Europa Centrale, andava in Russia ben presto restava inorridito per la sua ossessione a uniformare tutte le diversità del suo impero (ucraini, bielorussi, armeni, lettoni, lituani ecc.). e che “il comunismo rinfocolò vigorosamente le vecchie ossessioni antioccidentali della Russia, strappandola brutalmente alla storia occidentale … è ai confini orientali dell’Occidente che percepiamo, meglio che altrove, la Russia come Antioccidentale; lì appare infatti non solo come una potenza europea tra le tante, ma come una specifica civiltà, una civiltà altra” (M. Kundera, Un Occidente prigioniero, Adelphi, 2022, pp. 52). Insomma, il nazionalismo panrusso poteva generare soltanto un nuovo tipo di zarismo: il potere della cleptocrazia non poteva non nascondere i suoi crimini e la sua arretratezza se non in un rinato nazionalismo imperiale e imperialista. Ricordiamoci che il “colpo di stato” con cui Lenin salì al potere nel 1917 era stato reso possibile dalla disfatta totale dell’esercito zarista nella guerra mondiale e che l’attuale zar proviene dal KGB, stanziato nella DDR per seguire la Stasi che infiltrava un informatore in ogni famiglia con i più biechi ricatti.

Ora assistiamo alla penosa figura di Salvini, di “Giuseppi” e di altri come loro, che si rifugiano dietro un falso neutralismo, con la richiesta di non dare armi “offensive” ai resistenti ucraini. È un modo per cercare di rincorrere i falsi pacifisti di cui sopra, in un momento in cui i sondaggi li danno gravemente perdenti. Gli uni con la demagogica legge sul “reddito di cittadinanza” e l’imbroglio della “democrazia diretta”, gli altri con l’altrettanto demagogica politica antimmigrati. Una ricerca ha dimostrato che è falso che i migranti tolgono lavoro agli europei: i dati dicono che, particolarmente in Italia, l’offerta di lavori specializzati spesso resta inevasa. I lavoratori  immigrati non sono affatto sostitutivi di quelli locali, ma tendono a essere complementari. Soprattutto la Grecia, l’Italia e il Portogallo si mostrano carenti nei sistemi di welfare (politiche attive del lavoro), perché sono poco capaci nel riqualificare i lavoratori locali non specializzati. L’alto tasso di inattività di questi paesi si spiega largamente per il loro cattivo modo di gestire il mercato del lavoro (https://sviluppofelice.wordpress.com/2022/05/09/i-migranti-tolgono-il-lavoro-agli-europei-e-falso/9; si veda anche B. Magistro, N. Wittstock, Changing preferences versus issue salience: the political success of anti-immigration parties in Italy, “South European Society and Politics”, 26, 2021, n. 3. pp. 383-411). È però probabile che si facciano dei conti sbagliati. L’attacco della Russia ha scompaginato l’attuale quadro internazionale e forse si sta ricreando una sorta di nuova divisione del mondo in due schieramenti contrapposti (con poli minori: Iran e Turchia), spingendo paesi tradizionalmente neutrali come Svezia e Finlandia a chiede di entrare nella NATO e la UE a dotarsi di un proprio esercito, senza dover dipendere troppo dagli USA. C’è da augurarsi che tutto questo spinga molti elettori ad abbandonare i falsi pacifisti, nonostante il recente arzigogolo di Giuseppi che con la “non sfiducia” è alla disperata ricerca di qualche voto (passando all’opposizione?).

Per quanto riguarda le sanzioni dell’Occidente alla Russia si deve peraltro tenere conto che la Cina dipende troppo dai commerci internazionali per poter seguire veramente lo zar nel suo avventurismo imperialista. Come scrisse Isaiah Berlin: «La volpe sa molte cose, ma il riccio ne sa una grande» (Il riccio e la volpe, Adelphi, 1986). Il suo intento era di sottolineare una fondamentale distinzione: “il riccio tende a riportare ogni cosa a una visione centralizzatrice, a un unico principio esplicativo; la volpe ha invece il gusto della molteplicità delle esperienze, esplora tutte le vie che si presentano, è un’osservatrice infaticabile delle differenze, della diversità empirica, concreta, e manifesta una propensione per la critica infinita e la discussione perpetua” (P.-A. Taguieff, L’illusione populista, B. Mondadori, 2022).

Per certi aspetti riecheggia la metafora del Machiavelli sulla “golpe” e il “lione”, con la quale egli intendeva però esortare il “Principe” alla “prudentia”, perché la «golpe non si difende da’ lupi. Bisogna adunque essere golpe a conoscere i lacci e lione a sbigottire e lupi» (Opere, Ricciardi, 1954, XVIII, pp. 56-57).  È peraltro evidente che i nostri “pacifisti” credono di essere loro la “golpe”, ma dimenticano che qui c’è solo un “lione” che si chiama Putin e che potrebbe venire a casa loro, e allora correrebbero sotto l’ombrello della NATO. È peraltro certo che il “lione” Putin sia come il “riccio” di Berlin: può osservare il mondo solo dalla sua prospettiva, che può essere soltanto totalitaria. Secondo recenti testimonianze di persone che ne hanno avuto esperienza, la sua Fsb è persino peggio del famigerato KGB. Eppure c’è qualcosa di ancora più grave.

Dopo il 1991, con Putin, “un vecchio ceto stava rinascendo a nuova vita: la nomenklatura, l’élite di governo, un anello fortissimo della catena di potere dell’era sovietica che stava marciando sui binari di un’economia a cui aveva saputo adattarsi in un batter d’occhio. I rappresentanti di questa nomenklatura hanno tutte le intenzioni di vivere nell’agio quanto i «nuovi russi», ma ufficialmente ricevono stipendi ridicoli. Non ritornerebbero mai indietro ai vecchi tempi sovietici, ma nemmeno i nuovi soddisfano il loro desiderio di ordine e legalità (che la società chiede con sempre maggiore insistenza). Perciò perdono molto del loro tempo ad aggirare la legalità … in favore del proprio arricchimento personale. La conseguenza è una rinascita assai rigogliosa della corruzione, che con la nuova-vecchia nomenklatura putiniana ha raggiunto vette inattingibili per i comunisti o per El’cin e compagni, una corruzione che stritola le piccole e medie imprese … e sostiene («fa fiorire», cioè predilige quali erogatori di tangenti) i grandi e grandissimi gruppi e i monopoli paragovernativi che sono quelli … [che portano più soldi a chi] offre loro protezione (e in Russia non si fanno grossi affari senza sponsor nel governo” (A. Politkovskaja, La Russia di Putin, Adelphi, 2022, pp. 158-59). Anna Politkovskaja è stata assassinata nel 2006, probabilmente da un sicario dei servizi segreti

di Nicolò Addario

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